Androidi, cosa sono, come possono sostituire gli esseri umani

Il termine indica attualmente robot umanoidi in grado di replicare alcuni tratti caratteristici degli esseri umani, dotati di arti flessibili e di intelligenza artificiale, capaci di rispondere a comandi provenienti dall’esterno [...]
Pierluigi Sandonnini

giornalista

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In greco, il termine “aner andrós” vuol dire “uomo”. Dall’unione di questo lemma con il suffisso “eidos” (forma) deriva l’attuale “androide”, ovvero un robot dall’aspetto umano, una “macchina” dotata di intelligenza artificiale, quindi in grado di interagire con l’uomo quasi come fosse un suo simile.

Esistono diversi sinonimi del termine androide: robot umanoide o robot antropomorfo.

Non bisogna credere, però, che la parola androide sia di origine recente; sembra infatti che il primo a utilizzarla sia stato il filosofo tedesco Alberto Magno, nella seconda metà del tredicesimo secolo. A lui, infatti, i cantori medievali attribuivano la costruzione di un fantoccio di metallo capace di predire il futuro. Un antesignano del robot, in pratica.

Breve storia dell’androide

Il primo prototipo di androide compare nel 1973, in Giappone. Un gruppo di ricercatori della Waseda University di Tokyo sviluppa Wabot-1, un robot antropomorfo dotato di braccia, gambe e busto, che cammina e parla, anche se in modo ancora rozzo.

Bisogna attendere la fine degli anni Novanta, quando il Mit – Massachussets Institute of Technology di Boston realizza Kismet, il primo androide in grado di simulare emozioni, dotato cioè di una testa e di un viso capace di esprimere (a suo modo) stati d’animo diversi e di interagire con l’uomo in modo naturale.

Attualmente si parla di androidi riferendosi essenzialmente a robot umanoidi in grado di replicare alcuni tratti caratteristici degli esseri umani, dotati di arti flessibili e intelligenza artificiale, capaci di rispondere a comandi provenienti dall’esterno.

Non tutti i robot, però, hanno sembianze umane. Ve ne sono alcuni che, pur imitandone le abilità motorie e percettive, da un punto di vista esteriore non somigliano all’uomo, conservando un aspetto meccanico. In altri casi, invece, distinguere un uomo da un androide può non essere facile. Esistono umanoidi così fedeli all’uomo da sembrare dei cloni. Ad esempio i robot umanoidi realizzati da Hiroshi Ishiguro, che ha realizzato Geminoid F, un androide femmina dalle sembianze umane (il cui nome deriva dal concetto di “gemello”). Così “umano” da essere stato ingaggiato, in Giappone, per recitare in alcune opere teatrali.

Gli androidi come quelli di Ishiguro sono una sorta di “replicanti” che agiscono su comandi impartiti a distanza tramite un computer. In futuro, però, con il progredire dell’intelligenza artificiale, potrebbero iniziare a pensare e agire da soli..

Androidi: studi, previsioni e timori

Secondo uno studio pubblicato da Ian Pearson, futurologo, fondatore di futurizon.com e consulente di molte delle maggiori multinazionali planetarie, il numero di robot/androidi aumenterà nei prossimi 30 anni dagli attuali 57 milioni a 9,4 miliardi, superando così il numero degli esseri umani.

Pearson immagina un futuro in cui esisteranno molte varietà di robot industriali, oltre che per la casa o gli uffici. Semplici robot ma anche androidi supportati dall’intelligenza artificiale, collegati tra loro nel cloud, in grado di svolgere quasi qualsiasi tipo di lavoro. Tra questi ci sarà sicuramente la cura della persona; gli androidi potranno essere utilizzati per compagnia, amicizia e anche per il sesso, vedendo accresciute notevolmente le loro capacità emotive.

Ciononostante, un sondaggio condotto nel Regno Unito ha rivelato che il 71% delle persone teme lo sviluppo delle tecnologie legate all’intelligenza artificiale, e il 59% crede che i robot possano diventare una minaccia per l’umanità. In particolare, le preoccupazioni riguardano la perdita di posti di lavoro, con un aumento delle disuguaglianze, una riduzione dei salari e la scomparsa di molte figure professionali.

Al di là degli eccessivi timori, non ci sono dubbi che una automazione industriale spinta, anche senza arrivare alle “dark factory”, le fabbriche senza operai, pone nuovi e difficili sfide all’economia e all’organizzazione della società. Una maggiore diffusione di automi, nella produzione industriale come negli impieghi domestici, potrebbe altresì apportare benefici all’umanità, facendo aumentare la produttività, quindi la ricchezza prodotta, aumentando il tempo libero, diminuendo la fatica e il rischio per i lavoratori.

Robot-androidi sono già utilizzati al posto degli umani. È il caso di Hannah, all’H Hotel di Los Angeles. L’umanoide esegue il check-in, accompagna i nuovi arrivati in camera e fornisce informazioni fondamentali sui servizi dell’albergo. Instancabile, percorre anche 80 chilometri al giorno, tra room service e consegne al front desk! È possibile impartirle degli ordini in modo semplice, servendosi del display touch di cui dispone.

Al Ghent Marriot Hotel, in Belgio, dal 2015 è impiegato Mario, robo-concierge dagli occhi azzurri. Svolge mansioni di reception, dove accoglie gli ospiti parlando 19 lingue; durante i pasti controlla il buffet in sala ristorazione, prendendo nota di eventuali richieste dei commensali.

Sempre in Belgio, a Ostenda, Pepper, androide giapponese poliglotta guida i parenti dei degenti per i corridoi dell’ospedale AZ Damiaan.

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L’androide nella letteratura e nel cinema

Di androidi, ovvero esseri umani artificiali, in letteratura di parla già dal 1886, quando lo scrittore francese Villiers de l’Isle-Adam pubblicò il romanzo “Eva futura”, la storia di Hadaly, un androide dalle affascinanti sembianze femminili, progettata da uno scienziato su richiesta di un amico.

Nel Novecento, la letteratura di fantascienza si è molto espressa sul tema del “doppio”, del “replicante artificiale”. È il caso dei romanzi di Isaac Asimov, “profeta” della robotica, e Philip K. Dick, che con il suo “Il cacciatore di androidi”, del 1968, ha ispirato uno dei film sugli androidi più famoso: “Blade Runner”, di Ridley Scott, del 1982.

Ma non è l’unico esempio di androidi nel cinema. Meritano di essere ricordati anche “Metropolis” (1927) di Fritz Lang – la prima pellicola in cui compare un robot – e la saga di “Star Wars”, popolata da decine di droidi di forma umanoide, come C-3PO, simpatico androide poliglotta costruito da Anakin Skywalker.

Da ricordare anche “”Westworld – Il mondo dei robot”, film del 1973, adattamento cinematografico di un romanzo di Robert Crichton, diventato poi un serial della HBO, in cui gli automi di un parco a tema western si ribellano e cominciano a eliminare i visitatori. Qui gli androidi, comunque, non sono presentati come minacce per il genere umano, ma come esseri viventi che provano emozioni, per cui hanno pari dignità degli umani.

Da citare ancora “Il pianeta proibito”, film sci-fi del 1956 in cui è presente Robby, primo robot cinematografico a rispettare le “tre leggi della robotica” di Isaac Asimov, incapace quindi di nuocere agli esseri umani; “Corto circuito”, film Disney degli anni ’80 il cui protagonista è Numero 5, il robottino militare diventato cosciente dopo essere stato colpito da un fulmine, capace non solo di provare sentimenti, ma addirittura di innamorarsi.

E poi “Transformers”, robot provenienti da un altro pianeta che si dividono fra i buoni Autobot e i cattivi Decepticon (naturalmente a prevalere sono sempre i primi).”Il gigante di ferro”, “Wall-E”, robot spazzino a cui tocca il compito di ripulire tutto quanto dopo che gli uomini, in un futuro nemmeno troppo remoto, hanno riempito la Terra di rifiuti; “Big Hero 6”, “Humandroid”, “Alien”, “Terminator”, “RoboCop”, “Battlestar Galactica”, “Futurama”, “Almost Human”, “Ex Machina”.

 

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