Il futuro del lavoro nell’economia dei robot e dell’automazione

Nei prossimi anni, non decenni, rischiano di scomparire tra 4 e 7 milioni di posti di lavoro, ossia tra il 16 e il 30 per cento di quelli attuali, sostituiti da macchine più o meno intelligenti. Come sarà possibile reintegrare questi posti? Quali saranno le professioni che sopravvivranno, quali le nuove? [...]
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Il piano Industria 4.0 e gli investimenti in innovazione previsti dal PNRR lasciano in secondo piano le conseguenze della modernizzazione del Paese sull’occupazione.  Uno studio di Mariasole Bannò, Emilia Filippi e Sandro Trento è tra i primi ad analizzare lo specifico caso italiano evidenziandone le peculiarità. Le conclusioni sono piuttosto preoccupanti: nei prossimi anni, non decenni, rischiano di scomparire tra 4 e 7 milioni di posti di lavoro, ossia tra il 16 e il 30 per cento di quelli attuali, sostituiti da macchine più o meno intelligenti. Lo studio non tenta una stima di quante e quali occasioni di lavoro potrebbero essere create proprio grazie all’innovazione, seguendo una rassicurante regolarità che ha caratterizzato tutta la storia dell’umanità, dall’invenzione dell’agricoltura alla seconda rivoluzione industriale. Tuttavia, gli autori puntualizzano più volte che le loro previsioni difficilmente si tradurranno in una disoccupazione di massa, come quella preconizzata da qualche catastrofista.

Macchine capaci di imparare dall’esperienza

In effetti, nell’arco di meno di un secolo abbiamo prima visto crollare l’occupazione agricola, sostituita da quella nella manifattura, a sua volta soppiantata dallo sviluppo dei servizi. La transizione ha comportato elevati costi umani (a partire da migrazioni bibliche tra i paesi e all’interno di essi), tuttavia si è sempre conclusa con un miglioramento delle condizioni di vita delle persone. Questa volta, tuttavia, le cose rischiano di andare diversamente, perché le macchine intelligenti sembrano in grado di fare a meno di abilità che un tempo avevano solo gli umani, ossia la capacità di decidere autonomamente in base alle circostanze e di imparare dall’esperienza.

Fino a una trentina di anni fa, gli aerei, senza un pilota erano pura ferraglia e nessun impianto industriale, per quanto sofisticato, poteva fare a meno di tecnici e operai che lo regolassero e lo alimentassero continuamente. Oggi, invece, qualsiasi drone da poche centinaia di euro è in grado di raggiungere un obiettivo, evitare gli ostacoli, restare stabile in volo e tornare alla base da solo prima di scaricarsi e molte fabbriche funzionano senza bisogno di troppi interventi umani. In molti casi sono addirittura le macchine a guidare gli umani, come i famigerati bracciali che “suggeriscono” i movimenti di molti magazzinieri o gli imperscrutabili algoritmi che regolano il lavoro e la vita dei riders più coercitivamente dei tamburi sulle navi a remi di un tempo.

È ovvio che mansioni lavorative di questo tipo, in cui le macchine hanno già preso il sopravvento, sono destinate a sparire, come è accaduto per le lavandaie, “licenziate” dalle lavatrici, o gli stenografi, “liberati” dai sistemi di registrazione e trascrizione automatici. In questi ambiti potranno sopravvivere al massimo lavori di nicchia, come quello di chi ripulisce tessuti preziosi oppure verbali particolarmente delicati.

Contrariamente a quanto è avvenuto nel corso delle altre rivoluzioni tecnologiche, è improbabile che ci sarà una forte richiesta di progettisti e addetti alla manutenzione, perché le funzioni di autodiagnosi sono ormai molto evolute e la progettazione avviene in pochi centri di eccellenza, senza bisogno di una rete di laboratori distribuiti localmente come in passato. La stessa assistenza può essere ormai fornita spesso da remoto, senza interventi in loco. Secondo lo studio di Bannò, Filippi e Trento, infatti, se si valutano (correttamente) le prospettive occupazionali in base alle funzioni piuttosto che alla qualifica (che è destinata a svuotarsi con l’evoluzione dell’economia), il futuro per tecnici programmatori ed elettrotecnici è piuttosto gramo, e tra i manutentori solo gli idraulici dovrebbero cavarsela (anche se resta oscura la ragione di questo privilegio).

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Robot Atlas

La teoria della complessità

A darci qualche indicazione in più sui lavoratori che probabilmente saranno salvati o travolti dall’innovazione è la teoria della complessità. Infatti, in un mondo non riconducibile a pochi processi deterministici, come era quello delle catene di montaggio, non contano tanto le azioni e le capacità delle singole unità individuali, ma il sistema di relazioni che si instaurano tra le varie componenti del sistema. Fluidificare queste relazioni può dunque migliorare sensibilmente le performance complessive del sistema produttivo, creando opportunità di lavoro a tutti i livelli. Ad esempio, per far interagire in modo efficiente due sistemi produttivi (siano essi due fabbriche o due nazioni) non importa molto come questi siano costruiti e gestiti (in modo digitale, tradizionale o altro), ma piuttosto l’esistenza di “mediatori” in grado di coordinare e rendere compatibile l’attività dei due sistemi tra loro e con le altre realtà.

Questa funzione, antica quanto il mondo, non può essere svolta interamente da macchine, perché richiede soprattutto delle soft skill, come la capacità di intuire obiettivi impliciti, condizioni reali e preferenze delle parti e l’abilità di entrare in sintonia (anche culturalmente ed umanamente) con le diverse realtà. Senza queste figure, le unità produttive rese potenzialmente efficientissime e connesse grazie alle nuove tecnologie resterebbero cattedrali nel deserto, come certi impianti industriali creati negli anni Sessanta e che ora rappresentano solo un problema ambientale e sociale.

La robotizzazione non sostituisce i rapporti umani

L’altro bacino di nuova occupazione, al posto di quella distrutta dalla robotizzazione, sarà probabilmente costituito da chi si occupa di rapporti umani (assistenza, sanità, istruzione, intrattenimento, ecc.). Potenzialmente la robotizzazione potrebbe svolgere molte di queste funzioni (si pensi alla telemedicina), ma difficilmente ai beneficiari piacerebbe avere a che fare con delle macchine invece che con dei loro simili. Ad esempio, dopo un successo iniziale, stanno chiudendo molti ristoranti che utilizzavano robot al posto dei camerieri.

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Oltretutto, le macchine non sono ancora in grado di interpretare correttamente emozioni e stati d’animo, perché questi hanno radici culturali e ambientali più che fisiologiche. Non è un caso se nelle elaborazioni riportate nello studio di Bannò, Filippi e Trento il rischio di perdere il posto di lavoro è relativamente modesto per gli addetti alla ristorazione (ad esclusione dei cuochi), per coloro che esercitano le professioni legali, per gli assistenti alla clientela (compresi quelli dei call center) e per gli agenti di viaggio (nonostante le numerose piattaforme per il turismo online). In tutti questi campi, infatti, il rapporto umano resta fondamentale.

Non sarà facile passare da un mondo in cui le persone producono materialmente beni e servizi a uno in cui svolgono soprattutto il ruolo di cerniera tra macchine e umani. Qualcosa di simile è avvenuto alla fine del Medioevo, quando le comunità più prospere diventarono quelle basate sugli scambi commerciali e finanziari, piuttosto che sull’agricoltura e la manifattura. Incidentalmente, anche allora l’umanità era reduce da orribili epidemie, che avevano falcidiato la forza lavoro, costringendo ad una trasformazione delle tecniche produttive e degli stessi rapporti sociali.

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Robot domestici Aeolus

Un problema economico e sociale

Il vero problema della sostituzione dei lavoratori con le macchine non è tuttavia tecnologico, ma economico e sociale. Anche se le nuove tecnologie renderanno possibile moltiplicare all’infinito la produttività per addetto, riducendo la domanda di manodopera, resterà il problema di piazzare tutta questa produzione sul mercato. Se non vi saranno lavoratori/consumatori in grado di acquistare abbastanza beni e servizi, i margini delle imprese crolleranno e, con essi, anche la crescita economica. A quel punto non avrà alcun senso investire in impianti che producono più del necessario, seppure in modo estremamente efficiente, perché comunque non garantirebbero profitti adeguati. L’eventuale aumento della domanda estera, stimolata dal guadagno di competitività, o i consumi di una ristretta élite di super ricchi non è generalmente sufficiente a compensare le perdite di domanda sul mercato interno. In questo scenario l’automazione rischia di rivelarsi un gigantesco flop.

Per evitarlo è quasi inevitabile prevedere una redistribuzione del lavoro e del reddito tale da garantire una domanda interna sufficientemente robusta e dinamica. È questo il meccanismo principale attraverso il quale le fosche previsioni sui posti distrutti dalla tecnologia possono essere scongiurate.

Posto che le nuove macchine intelligenti sono in grado di produrre di più con meno occupati, redistribuire il lavoro significa essenzialmente ridurre il tempo dedicato al lavoro a parità di retribuzione. La riduzione dell’impegno lavorativo si è verificata anche in passato, quando le 8 ore erano considerate una conquista epocale rispetto a un impegno “normale” di almeno 12 ore al giorno, e dovrebbe ripetersi anche oggi.

La riduzione dell’orario di lavoro

Se ne è resa conto perfino l’OCSE che è tra gli organismi più conservatori e market oriented. Il taglio potrà avvenire riducendo la durata dei turni, oppure quello dei giorni lavorati, come si sta sperimentando con successo in Islanda, Scozia, Spagna, Arabia Saudita e perfino in alcune realtà italiane. Il Covid ha accelerato queste tendenze, determinando addirittura la great resignation, ovvero l’aumento di coloro che si dimettono volontariamente per trovare occupazioni più gratificanti e meno impegnative in termini di tempo. Tutto ciò non dovrebbe far temere per i volumi complessivi di produzione, perché il tempo liberato dal lavoro può essere utilizzato per attività come turismo, consumi culturali e formazione che sono i nuovi driver dello sviluppo.

Presentata così, la soluzione al problema della disoccupazione tecnologica sembrerebbe quasi banale. Invece non lo è affatto perché, ammesso che questo provvedimento faccia quadrare i conti a livello aggregato, risulta controproducente per ciascuna singola impresa che lo adottasse autonomamente, perché una riduzione di orario a parità di retribuzione si traduce in una perdita secca di competitività e profitti.

Un problema di coordinamento

È un tipico problema di coordinamento, come quello che ha portato a concentrare gli sconti nel Black Friday o nelle stagioni dei saldi. Se i ribassi fossero praticati alla spicciolata durante tutto l’anno, senza un accordo preventivo, si innescherebbe una spirale deflazionistica che farebbe collassare il mercato, senza alcun vantaggio per i volumi di vendite e con parecchi rischi per l’economia. Se invece tutti i punti vendita si impegnano a praticare gli sconti contemporaneamente e una tantum, le vendite aumentano per tutti, compensando la riduzione dei margini di ricarico unitari. È uno dei casi in cui la collusione produce risultati migliori della concorrenza senza quartiere.

La riduzione dei tempi di lavoro dovrebbe essere dunque negoziata centralmente, scoraggiando i free riders che volessero avvantaggiarsi di orari prolungati per battere la concorrenza. Si potrebbe cominciare tassando gli straordinari e le prestazioni che eccedono un determinato monte ore settimanale, utilizzando gli introiti per incentivare la riduzione di orario e le importazioni dai paesi dove si lavora meno. Si potrebbe proseguire incentivando il welfare aziendale e la formazione, che creano la domanda per servizi sanitari, di istruzione e intrattenimento. In questo modo si innescherebbe un circolo virtuoso che, a poco a poco, farebbe emergere tutti i vantaggi aggregati di una maggiore disponibilità di tempo libero e si creerebbero posti di lavoro in settori che oggi sono penalizzati anche dalla mancanza di tempo libero.

Conclusioni

Si deve solo sperare che imprenditori e organizzazioni sindacali siano pronti a cogliere queste opportunità offerte dalle nuove tecnologie invece di arroccarsi su posizioni di retroguardia. L’alternativa è avviarci lungo una strategia “asiatica”, sintetizzata dal motto 996 coniato da Jack Ma, fondatore di Alibaba, che incoraggia i giovani a lavorare sei giorni a settimana dalle nove alle nove (cominciando non troppo presto, bontà sua). A questa logica si è opposto perfino l’ultragovernativo Quotidiano del Popolo, che teme che questa cultura non aiuterà affatto la competitività aziendale e potrebbe anche frenare la capacità di un’azienda di innovarsi.

Sulla testata Agenda Digitale sono stati pubblicati diversi articoli su questo tema:

https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/il-futuro-del-lavoro-tra-pandemia-e-robot-scenari-contraddizioni-e-domande-da-porsi/, https://www.agendadigitale.eu/mercati-digitali/economia-e-lavoro-ai-tempi-del-covid-effetti-e-possibili-sviluppi/, https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/automazione-del-lavoro-come-guidarla-e-creare-opportunita-per-imprese-e-societa/.

 

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