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Robot collaborativi: la sfida dei cobot è una partita a 12

Un mercato in pieno sviluppo, quello dei cobot, cioè robot collaborativi, ancora nelle mani di un numero esiguo di player. ABI Research ne ha "misurati" dodici: ecco cosa è emerso

Kuka Cobot, robotica collaborativa
Miti Della Mura - @MitiDellaMura

Una cinquantina di player, una dozzina dei quali con un una chiara proposta in termini di prodotto, servizi, modelli di business, sviluppi futuri.
Questo è il profilo delineato da ABI Research nella sua più recente analisi dedicata al mondo robotica collaborativa e ai produttori di cobot.
Stiamo parlando di robot industriali, antropomorfi (da non confondere con gli umanoidi), progettati per lavorare fianco a fianco sulle linee di produzione, fianco a fianco con gli operatori umano, senza barriere fisiche di protezione o separazione. Spesso nella forma di bracci meccanici, con movimenti su più assi (gli sviluppi più recenti sono sui 6 assi, mentre si sta lavorando ai 7 assi), integrano sistemi di visione e sensori, che servono sia per garantire la totale sicurezza nell’interazione con l’operatore umano, sia per l’identificazione dei pezzi sui quali agire.

I cobot e la replica dei movimenti dell’operatore umano

Diversamente dai robot industriali, i cobot non vengono programmati prima di essere inseriti nelle linee di produzione, ma vengono istruiti “in loco”, per replicare i movimenti compiuti dall’operatore umano, con maggiore o minore autonomia, in base alla complessità dell’attività cui sono preposti.
Soprattutto, ed è questo un tratto distintivo non da poco, rispondono al crescente bisogno di flessibilità e personalizzazione del mondo manifatturiero e possono dunque essere riprogrammati o re-istruiti per nuove mansioni quando necessario, anche grazie all’integrazione di organi di presa specifici o personalizzati.
Come già accennato, trovano sempre più ampio utilizzo nel mondo manifatturiero, in particolare per lo svolgimento di operazioni ripetitive, usuranti, pesanti o che richiedono particolare precisione, al fine di migliorare l’efficienza produttiva.

Un mercato da mezzo miliardo di dollari

Come accennato all’inizio, ABI Research ha da poco presentato una propria analisi sul comparto, non limitandosi alle numeriche, ma cercando di capire come si stanno muovendo e in quale direzione stanno andando i principali player del settore, soprattutto in ragione del fatto che solo una dozzina di vendor oggi produce e commercializza cobot in quantità significative: stiamo comunque parlando di un comparto che vale decine di migliaia di unità per un giro d’affari che in questi mesi del 2019 si è attestato intorno al mezzo miliardo di dollari.

E dodici sono, per l’appunto, i produttori di robot collaborativi per il mondo industriale presi in esame da ABI Research: ABB, Aubo Robotics, Automata, Doosan Robotics, FANUC, Franka Emika, Kuka AG, Precise Automation, Productive Robotics, Techman Robot, Universal Robots e Yaskawa Motoman.
L’analisi è stata condotta sulla base di un framework che considera sia gli aspetti di innovazione, sia gli aspetti più prettamente di business.
Da questo panel emerge chiaro come Universal Robots sia, anzi sarebbe più corretto dire resti, dal momento che lo scorso anno si trovava nella medesima posizione, l’azienda al momento più interessante dal punto di vista dell’innovazione di prodotto e dei risultati di business, con i suoi 37.000 cobot consegnati.
Gli altri seguono, con distanze significative.

Dalle piattaforme all’open source

Da leader del settore, le aziende prese in esame da ABI Research già si muovono in logica di piattaforme ecosistemiche e di soluzioni che completano l’hardware di base, mentre c’è chi punta ad abbassare la soglia di ingresso a nuovi player, puntando su middleware open source.
Interessanti le prospettive per i grandi player dell’automazione industriale come ABB, FANUC, KUKA AG e Yaskawa Motoman.
Al momento sembrano un po’ penalizzate in termini di costi e di facilità d’uso, ma a tendere, con l’arrivo di cobot di nuova generazione, i miglioramenti saranno misurabili sia in termini di costo, sia in termini di flessibilità.
Con un atout non da poco: la possibilità di lavorare al retrofitting di robot esistenti in produzione, per dotarli di capacità collaborative.

Leggi l’articolo integrale, con la descrizione della metodologia utilizzata e le evidenze più significative a questo indirizzo.

L’immagine di apertura è di Wikimedia Commons

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