Investire sulle startup deep tech e sulle competenze digitali per colmare il divario con USA e Cina

L’Europa possiede il potenziale per colmare il divario che la separa dai Paesi leader mondiali – in primis USA e Cina – sia nell’implementazione delle tecnologie digitali che nello sviluppo e adozione dell’intelligenza artificiale (AI). Sviluppo e diffusione integrale del potenziale delle soluzioni di AI porterebbe l’intero continente ad un aumento di 2.7 miliardi (+19%) di euro del proprio PIL entro il 2030, con ricadute positive anche sull’occupazione

Pubblicato il 20 Mar 2019

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L’Europa possiede il giusto potenziale per colmare il divario che la separa dai Paesi leader mondiali – in primis USA e Cina – sia per quanto riguarda l’implementazione delle tecnologie digitali che lo sviluppo e l’adozione dell’intelligenza artificiale (AI). Se i 28 Paesi dell’UE sviluppassero integralmente l’attuale potenziale delle soluzioni di intelligenza artificiale, diffondendolo capillarmente sul territorio, l’intero continente potrebbe accrescere di circa 2.7 miliardi (+19%) di euro il proprio PIL entro il 2030, con ricadute positive anche sull’occupazione.

È questa la previsione del nuovo report pubblicato dal McKinsey Global Institute (MGI) e intitolato “Notes from the AI frontier: Tackling Europe’s gap in digital and AI”. I risultati di questo studio derivano dalla combinazione di autorevoli fonti di ricerca secondarie con tre sondaggi globali indipendenti a livello corporate e settoriale condotti nel 2017 e nel 2018 per valutare al meglio come le imprese anticipano il modo in cui l’AI potrebbe evolvere in Europa. La ricerca aggiorna anche il modello globale completo sulla diffusione dell’intelligenza artificiale di MGI, in particolare integrando una prospettiva sullo sviluppo degli ecosistemi di avvio di intelligenza artificiale in Europa.

Di seguito, presentiamo alcune delle principali evidenze del report per comprenderne la portata.

Allo scarto digitale, si aggiunge il gap di intelligenza artificiale

Il divario dell’Europa con i leader mondiali riguardante la fornitura, l’adozione e la diffusione delle tecnologie digitali viene ora aggravato da un emergente divario riguardante lo sviluppo e l’adozione delle tecnologie di intelligenza artificiale.

Il modo in cui le aziende sviluppano gli strumenti digitali e li utilizzano nelle organizzazioni è probabilmente il più importante presupposto tecnico e organizzativo per la diffusione dell’AI; di conseguenza, il persistente divario digitale dell’Europa (circa il 35% rispetto agli Stati Uniti) che non accenna a ridursi, influisce sulla sua capacità di sfruttare appieno la promessa di AI. Senza un coinvolgimento più rapido e completo nell’intelligenza artificiale, questo divario potrebbe allargarsi.

Sebbene il PIL europeo sia paragonabile a quello degli Stati Uniti e poco più avanzato della Cina, la porzione digitale del settore ICT in Europa rappresenta oggi un contributo al PIL pari all’1,7% (in Italia questo valore è fermo all’1,2%), contro il 2,2% in Cina e il 3,4% in USA. Inoltre, solo due aziende europee sono presenti nella top 30 mondiale delle organizzazioni leader nel digitale e l’Europa ospita solo il 10% degli “unicorni digitali” del mondo (le startup che valgono più di un miliardo di dollari) rispetto al 54% negli USA.

Se si osserva l’ecosistema digitale statunitense, in gran parte basato su hub come Silicon Valley, Seattle e Boston, ci si accorge che è ampio, innovativo e variegato, abbracciando istituzioni di ricerca, universitarie, e aziende private. Nel 2015, le prime dieci startup della Silicon Valley hanno raggiunto il fatturato ICT di circa $ 600 miliardi. Inoltre, le principali piattaforme digitali statunitensi hanno raggiunto un valore del mercato capitale simile a quello delle principali società industriali come Siemens.

Guardando all’ecosistema europeo invece, le aziende dell’Europa occidentale stanno continuando ad espandere l’uso delle prime tecnologie digitali, ma il ritmo di diffusione rimane basso, con la quota di aziende completamente digitalizzate in aumento di meno del 10% all’anno tra il 2010 e il 2016. Recenti ondate tecnologiche come le tecnologie basate su cloud sono state adottate solo da aziende di grandi dimensioni nei paesi dell’Europa occidentale, come la Finlandia; altre tecnologie, come ad esempio Internet of Things, rimangono di nicchia, come lo è l’uso di big data e lo sviluppo di infrastrutture dati di grandi dimensioni, come i data lakes.

L’Europa conta il 25% di startup in ambito AI nel mondo, ma è in ritardo sia per quanto riguarda gli investimenti iniziali (il capitale investito pro-capite è pari a 220 Euro in USA, mentre in Europa varia dai 3 Euro in Italia, ai 58 Euro in Finlandia, fino ai 123 Euro in Svezia), sia relativamente alla diffusione, infatti, con l’eccezione della robotica intelligente, meno della metà delle aziende europee ha adottato una tecnologia di AI e per la maggior parte si tratta di progetti ancora in fase pilota.

Le fondamenta ci sono, mancano investimenti e diffusione capillare

L’Europa dispone innegabilmente di alcune risorse solide da mettere in gioco nella prossima ondata di intelligenza artificiale. Tuttavia, lo svantaggio dell’Europa nella diffusione digitale sembra destinato a riversarsi nell’intelligenza artificiale.

I punti di forza si concretizzano in un numero crescente di hub prosperi dal punto di vista del digitale (si pensi a città come Copenhagen, Lisbona, Monaco e Zurigo i cui sviluppatori stanno facendo avanzamenti pionieri in quello che le macchine possono fare), una vasta serie di istituti di ricerca di livello mondiale (con centri universitari in AI e computer science specialmente in Francia, Germania, Svizzera e Regno Unito), quello che potrebbe diventare il singolo più grande mercato digitale nel mondo e quello che sembra essere il pool più grande e in più rapida crescita di sviluppatori software professionisti (con 5,7 milioni di professionisti contro i 4,4 negli USA).

Tuttavia, le iniziative di intelligenza artificiale rimangono frammentarie in Europa ed emerge la necessità di sostenere un più rapido assorbimento delle tecnologie AI da parte delle aziende europee per generare e internalizzare i benefici di produttività che offrono.

Gli investimenti nell’AI non sono nulla se paragonati a quelli negli Stati Uniti o in Cina. Si consideri, ad esempio, che i 2,6 miliardi di euro di investimento in intelligenza artificiale e robotica annunciato dalla Commissione europea è solo leggermente più grande della somma che la Cina sta spendendo ($ 2,1 miliardi) in un unico parco tecnologico di AI in un sobborgo occidentale di Pechino. È da notare che l’Europa non ha una sua versione di Agenzia per progetti di ricerca avanzata di difesa degli Stati Uniti (DARPA), che rende gli investimenti strategici in tecnologie innovative di vitale importanza per la sicurezza nazionale. Sulla filiera dell’AI, il vantaggio competitivo dell’Europa risiede più nell’industria aerospaziale e in prodotti farmaceutici che in settori che sono le fondamenta dell’AI, come Internet, produzione di chip e semiconduttori.

I dati disponibili sulla diffusione sono scarsi, ma i sondaggi dimostrano che le aziende europee restano indietro rispetto alle loro controparti statunitensi nell’adozione di soluzioni basate su big data e advanced machine learning che costituiscono le basi dell’AI – con il 12% in meno di utilizzo rispetto agli Stati Uniti. Invece, il divario tra Europa e USA riguardante l’uso di strumenti di AI quali smart workflows, cognitive agents e language processing è pari al 16%.
Inoltre, solo il 5% delle aziende europee che implementa soluzioni AI utilizza questi strumenti in circa il 90% della propria organizzazione (contro l’8% negli Stati Uniti). Sette di dieci società, tuttavia, stanno catturando il 10% del potenziale utilizzo completo.

In media, il divario in ambito AI tra Europa e Stati Uniti è pari a circa il 30%. 

Economic boost e occupazione: l’intelligenza artificiale come opportunità

Lo sviluppo e la diffusione delle attuali tecnologie AI in Europa potrebbe aggiungere circa 2.700 miliardi di euro al PIL entro il 2030. È improbabile che questo potenziale venga raggiunto automaticamente, piuttosto risultare da un’efficace combinazione di diffusione, innovazione e aggiornamento delle competenze sul presupposto che la posizione relativa dell’Europa nei beni e nelle competenze per l’intelligenza artificiale non si erode nel tempo. Se l’Europa migliora il suo patrimonio e le sue competenze in misura sufficiente per raggiungere la frontiera AI degli USA, il potenziale potrebbe essere ancora più elevato. La crescita del PIL potrebbe accelerare di un altro 0,5 punti l’anno, aggiungendo ulteriori 900 miliardi di euro al PIL e portando il potenziale AI totale a 3,6 miliardi di euro entro il 2030.

L’Europa può ottenere un significativo aumento della produttività attraverso l’intelligenza artificiale, senza sacrificare l’occupazione a lungo termine.  La sfida dell’AI, se gestita sapientemente, potrebbe consentire la creazione di nuovi posti di lavoro, compensando quelli che verranno trasformati dalla diffusione di queste tecnologie. Ciò richiede investimenti considerevoli nello sviluppo di nuove competenze. Nel corso della storia, la tecnologia ha eliminato alcuni tipi di lavoro, ma ne ha anche sempre creati di nuovi. È impossibile prevedere con precisione tutti i lavori che potrebbero essere creati attraverso l’intelligenza artificiale, ma nell’UE-28, in media, l’AI potrebbe consentire la creazione di tanti nuovi posti di lavoro come i lavori che sono cambiati, soprattutto se l’Europa sviluppa nuovi prodotti innovativi e nuova domanda. Più innovazione, fluidità nella riallocazione dei posti di lavoro e internalizzazione dei guadagni di intelligenza artificiale in Europa (principalmente prendendo posizioni di rilievo nella catena di fornitura dell’AI) probabilmente determineranno il destino dello sviluppo del lavoro. Un potente sviluppo dell’AI potrebbe essere la migliore copertura e altresì il catalizzatore di nuovi posti di lavoro in Europa.

Le prestazioni dell’AI variano tra gli stati membri dell’UE

La capacità dell’Europa di sfruttare appieno il potenziale dell’AI maschera una disparità significativa tra paesi e settori. L’effetto totale dell’intelligenza artificiale sul PIL e sulla crescita dell’occupazione dovrebbe dipendere dal fatto che sia disponibile una serie di fattori abilitanti per l’intelligenza artificiale di base e che siano coltivati.

E’ stato raccolto un set di indicatori per paese per valutare come si posizionano sui fattori abilitanti chiave e poi sono stati aggregati in un indice di prontezza AI. I punteggi dell’indice non sono puri valori medi, bensì si basano sulla ponderazione di ciascun attivatore in base alla sua importanza relativa per stimolare la crescita economica di ciascun paese.

Le differenze geografiche evidenziano un’Europa a due velocità: da una parte il nord, con la Scandinavia allo stesso livello degli Stati Uniti e il Regno Unito a un passo dai primi in classifica; dall’altra parte l’Europa meridionale e orientale in ritardo dove il gap rispetto agli USA tocca il 22% ed è dovuto all’adozione più lenta dell’AI nei paesi meno pronti, alle competenze inferiori e alla quota inferiore di aziende innovative che sfruttano l’intelligenza artificiale limitando i potenziali benefici della corsa competitiva verso questa tecnologia.

L’Irlanda è in cima all’indice sulla connettività ITC, la Finlandia sul capitale umano e il Regno Unito sull’innovazione. La dispersione delle forze indica che i paesi possono prendere in prestito le migliori pratiche l’una dall’altra per creare un ambiente più favorevole e abilitante per l’intelligenza artificiale.

Priorità di azione in 5 aree per accelerare l’adozione di AI

Alla luce di tutto ciò, si evince come l’Europa debba sviluppare il suo viaggio verso l’AI basandosi sui fattori abilitanti che già possiede e, quindi, sulla sua attuale disponibilità e prontezza all’intelligenza artificiale. Ciò potrebbe non essere sufficiente per un gran numero di paesi europei che potrebbero essere a rischio di crescita esclusiva. Un obiettivo più ambizioso per l’Europa sarebbe cercare di colmare il divario con leader come gli Stati Uniti e la Cina, che però potrebbero avanzare in modo aggressivo, tanto da far correre all’Europa il rischio di rimanere indietro nella corsa verso l’AI e affrontare una maggiore competizione per catturare la crescita e l’occupazione.

Se l’Europa non riesce ad accelerare la sua adozione e diffusione dell’IA, è probabile che raggiunga solo incrementi minimi di crescita della produttività. Ecco che MGI propone cinque priorità su cui l’Europa dovrebbe concentrarsi per aumentare e colmare il divario con i leader mondiali. Si tratta di priorità economiche e direttamente sulle tecnologie digitali basate sull’intelligenza artificiale.

(1) continuare a sviluppare un ecosistema dinamico di startup in ambito deep tech e AI che utilizzano l’intelligenza artificiale per creare nuovi modelli di business;

(2) le imprese esistenti devono accelerare la propria trasformazione digitale e abbracciare l’innovazione;

(3) il mercato unico digitale deve essere completato;

(4) le imprese devono favorire l’emergere di talenti e l’acquisizione delle competenze necessarie per la trasformazione;

(5) l’Europa deve saper rispondere presto e con coraggio alle sfide, favorendo le logiche di apertura e collaborazione che sono alla base delle esperienze vincenti di ecosistema.

Le cinque priorità qui discusse non si limitano a fare di più, ma a fare più rapidamente e possibilmente in un modo diverso.

Conclusioni

Certo è che l’Europa ha altre priorità da affrontare, tra cui, ad esempio, assicurare che siano presenti i fattori abilitanti giusti per supportare la diffusione di AI. Ciò include la rapida introduzione di infrastrutture di dati più pervasive e ad alto carico, come 5G e edge computing nelle reti ICT o lo sviluppo di un’importante impronta in altre tecnologie dirompenti come i nuovi progressi della biologia e ingegneria. L’Europa deve anche sviluppare un adeguato quadro etico per l’uso inclusivo e vantaggioso di AI.

È necessario anche un quadro per l’utilizzo e la proprietà dei dati. L’Europa ha già accennato a restituire ai cittadini il potere sui propri dati con il regolamento generale sulla protezione dei dati dell’UE (GDPR). Altri progetti, come DECODE-in che i cittadini utilizzano i portafogli digitali e le tecnologie di contabilità generale per fornire regole migliorate in materia di utilizzo per capire chi, come e quando i dati possono essere utilizzati: sono esperimenti da cui imparare prima che siano potenzialmente lanciati su una scala più ampia.

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