La percezione positiva dell’IA si scontra con il gap di competenze digitali
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La percezione positiva dell’IA si scontra con il gap di competenze digitali

Il Randstad Workmonitor dedicato all’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro rivela un atteggiamento favorevole dei lavoratori italiani nei confronti dell’intelligenza artificiale, ma l’offerta e la padronanza di competenze digitali non sono sufficienti a gestire un cambiamento sociale, culturale e tecnologico così profondo

Claudia Costa

L’80% dei lavoratori vede l’intelligenza artificiale come un’opportunità e il 65% ritiene che automazione, robotica e intelligenza artificiale influenzeranno positivamente il proprio lavoro nei prossimi cinque o dieci anni. Tuttavia, è evidente il gap di competenze digitali: l’80% degli italiani si sente sotto pressione per restare aggiornato sui  progressi digitali e l’87% sente il bisogno di sviluppare le proprie capacità e acquisire nuove competenze digitali per mantenersi competitivi sul mercato.

Una carenza di competenze digitali che gli italiani avvertono sia nelle imprese, dove solo il 41% offre corsi di formazione sull’intelligenza artificiale e il machine learning, che nelle istituzioni scolastiche e universitarie, che solo secondo il 50% dei dipendenti forniscono agli studenti le conoscenze necessarie ai lavori del futuro (terzultima posizione su 34 paesi) e alla quale cercano di rispondere investendo autonomamente nella propria formazione digitale (56%).

È quello che emerge dall’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine trimestrale sul mondo del lavoro di Randstad, multinazionale olandese che si occupa di ricerca, selezione e formazione di risorse umane, condotta in 34 Paesi del mondo su un campione di 405 lavoratori di età compresa fra 18 e 67 anni per ogni nazione.

“Per cogliere tutti i benefici dell’intelligenza artificiale e gestire un cambiamento culturale e sociale così profondo, il sistema formativo e le imprese devono sviluppare le competenze digitali di studenti e lavoratori”  commenta Marco Ceresa, Amministratore delegato Randstad Italia.

 

L’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro

Otto italiani su dieci vedono il crescente impatto della tecnologia sul mondo del lavoro come un’opportunità (+6% sulla media globale e 10% sulla media europea), dodicesimi rispetto ai 34 paesi analizzati dalla ricerca. In Europa soltanto Grecia (82%) e Portogallo (83%) sono più ottimisti. Il 65% dei lavoratori è convinto che automazione, robotica e intelligenza artificiale avranno un impatto positive sul proprio lavoro (+25% rispetto al 2014), sei punti in più rispetto alla media globale e ben dodici rispetto alla media dei paesi europei, fra cui soltanto la Polonia (68%) ha un atteggiamento più favorevole.

 

Il timore di restare indietro e le aziende in stallo

Per gestire i cambiamenti portati dall’intelligenza artificiale, il 47% degli italiani ritiene che servirà un mix di abilità diverse da quelle già in loro possesso, contro il 58% della media globale. In Europa soltanto Austria (45%), Lussemburgo (45%), Olanda (45%), Grecia (43%), Ungheria (43%) e Svezia (40%) si mostrano più fiduciosi delle proprie competenze. Gli italiani sono anche i primi fra le popolazioni analizzate a sentirsi sotto pressione per restare aggiornati sulle tecnologie digitali: l’80%, ben 33 punti in più della media globale e 38 più della media europea. L’87% dei dipendenti vuole acquisire più competenze per garantire la propria occupabilità in futuro, dodicesimi nella classifica globale e quinti in Europa dietro a Polonia (88%), Spagna (88%), Portogallo (89%) e Romania (89%).

L’81% crede che sia compito del datore di lavoro predisporre piani di formazione per consentire ai dipendenti di acquisire le competenze digitali mancanti, contro il 76% della media globale

Soltanto il 41% del campione dichiara che l’azienda in cui lavora sta investendo nella formazione dei dipendenti su intelligenza artificiale e machine learning (46% dei lavoratori 18-45enni e 35% dei senior), contro il 44% della media globale.

Poche anche le imprese che stanno investendo nelle tecnologie legate all’intelligenza artificiale: lo afferma solo il 47% del campione italiano (due punti sotto la media dei paesi analizzati), con una forbice ridotta fra generi (49% uomini e 46% donne) e un divario più ampio fra lavoratori giovani (55%) e senior (38%). Per non farsi trovare impreparati non rimane che investire personalmente nella propria formazione sul tema (56%), in particolare gli uomini (60%, contro 52% delle donne) e i più giovani (61%, contro il 49% dei lavoratori senior).

 

Paura di perdere il posto di lavoro, soddisfazione lavorativa e voglia di cambiamenti

Nel quarto trimestre 2018, la mobilità dei lavoratori è cresciuta di un punto a livello globale, a quota 111 punti. Il mercato italiano, invece, ha registrato una riduzione di due punti, con un indice di mobilità che è passato da 101 a 99.

Il 79% dei lavoratori italiani non ha cambiato né mansione né datore di lavoro negli ultimi sei mesi, l’11% dei dipendenti ha cambiato soltanto azienda, un altro 7% ha cambiato ruolo all’interno della stessa società, il 3% ha cambiato sia l’impresa che la posizione ricoperta. Le principali motivazioni che inducono a cambiare impiego sono le circostanze organizzative (31%), l’ambizione di crescita nell’attuale specializzazione (25%) e la ricerca di migliori condizioni di lavoro (24%).

Soltanto il 2% degli italiani sta attivamente cercando un altro lavoro, il 6% sta selezionando nuove opportunità, il 21% si sta guardando attorno, il 31% non si sta impegnando attivamente nella ricerca ma se capitasse un’occasione sarebbe aperto ad ogni possibilità, mentre ben il 40% dichiara di non cercare lavoro.

Nonostante nel complesso gli italiani siano appagati dalla loro situazione occupazionale (il 65% è soddisfatto, il 24% non esprime un giudizio né positivo né negativo, mentre solo l’11% è insoddisfatto del proprio lavoro) sono in crescita l’ambizione di ottenere una promozione (che passa dal 75% al 76%) e il desiderio di iniziare un’attività diversa (dal 54% al 57%).

Nell’ultimo trimestre, è cresciuta di un punto la percentuale di italiani che ha timore di perdere il posto di lavoro (8%) rispetto ai tre mesi precedenti, mentre è leggermente diminuita la sensazione generale d’insicurezza (coloro che non hanno molta paura di perdere il posto ma neanche poca, scesa dal 25% al 24%). I segmenti che temono maggiormente di perdere il posto sono le donne (12%, +5%) e i lavoratori fra i 25 e i 34 anni (12%, -1%), mentre i meno timorosi sono gli uomini (5%, -3%), i dipendenti 45-54enni (5%, +2%). I giovani sotto i 25 anni più spaventati sono in linea con la media (8%), ma sono aumentati del 5% negli ultimi tre mesi. Cala invece il numero di dipendenti che ritiene di poter trovare un’occupazione analoga nel giro di sei mesi (52%, -1%), con punte dell’85% fra i 18-24enni e del 58% fra gli uomini (più pessimisti gli over 55, 34%, e le donne, 47%), e anche la fiducia di poter trovare un lavoro diverso (scesa dal 50% al 49%), con uomini (54%) e giovani (92%) più ottimisti e donne (45%) e senior (25%) più sfiduciati.

 

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