Scenari

Robot e AI alla sfida della coesistenza con l’essere umano

Le nuove tecnologie faranno perdere più posti di lavoro di quanti ne creeranno? Delegare il lavoro ai sistemi automatizzati, alla ricerca del comfort e della non partecipazione al processo di produzione, può portarci all’insensatezza

Pubblicato il 04 Ago 2023

Anastasia Shtol

Ricercatrice in Etica dell'IA, PPPA, UNIMI

AIRIA

Nel corso di un evento TEDx tenutosi nella primavera 2023 a Vancouver, tra i vari temi si è discusso di intelligenza artificiale. I partecipanti erano perfettamente divisi tra pessimisti e ottimisti sull’uso dell’AI.

Dopo la conferenza di apertura del 2023, il CEO di IBM, Krishna Arvind, ha annunciato che 8000 posti di lavoro ricoperti da esseri umani erano stati messi in stand-by nonostante la sostituzione con sistemi di intelligenza artificiale offra molteplici vantaggi alle imprese. Nella situazione attuale la decisione dell’impresa privata ha rappresentato un atto di volontà politica. Si tratta infatti del primo sviluppatore che ha ammesso che alla base della rivoluzione tecnologica c’è una bomba ad orologeria etico-sociale. L’orologio sta ticchettando. Il primo segnale rosso di pericolo è stato dato al mercato del lavoro. Ora è diventato chiaro che questa non è una sfida del futuro ma un dilemma del presente. Già oggi, ogni azienda affronta lo stesso dilemma se vuole vincere la sfida della competitività. Ma è ancor più importante per l’umanità non perdere la partita. Ci sono persone su entrambi i lati del sistema, che siano oppositori o apostati. Guardando più in profondità, dietro il rischio di una disoccupazione su larga scala si nascondono processi più complessi che colpiscono la volontà umana.

La sfida è perciò duplice perché da un lato propone le esigenze di sviluppo del progresso e di competitività, dall’altro l’importanza esistenziale di non perdere l’essenza dell’umanità. E questa doppia sfida si riflette nella spaccatura tra sostenitori e scettici che si era materializzata molto chiaramente alla conferenza TEDx. Un’analisi della situazione attuale può aiutare, perciò, a vedere che dietro il rischio di disoccupazione su larga scala ci sono processi più complessi legati alla volontà umana.

Dove l’intelligenza artificiale sostituisce l’essere umano

Quando la questione dell’impatto dell’implementazione degli algoritmi sul mercato del lavoro viene affrontata in vari incontri sull’IT e conferenze, si possono quasi sempre sentire lo stesso tipo di risposte. Spesso gli oratori citano come esempio la scomparsa della professione di lampionaio, con l’invenzione dell’elettricità, o di cocchiere, con l’avvento dell’automobile. Sì, in effetti, i tassisti e gli stallieri di ieri alla fine si sono riqualificati come conducenti, e la produzione e la manutenzione delle auto hanno fatto nascere molteplici nuove figure professionali specializzate.

In molti casi, lo stesso processo può essere ipotizzato alla realtà attuale in merito all’avvento dell’intelligenza artificiale. Per sviluppare un progetto per un drone servono circa 20 professionisti, tra sviluppatori e ingegneri, ma una volta chiuso il development bastano pochi addetti per farlo funzionare. Il più grande produttore di droni al mondo ha attualmente circa 3.500 dipendenti che si occupano di ricerca & sviluppo.

Altro esempio, una nota azienda automobilistica giapponese fornisce più di 360mila posti di lavoro, e proprio l’industria manifatturiera dell’auto è una delle prime che sta testando diverse tecnologie per l’ottimizzazione. Uber ha 3,5 milioni di conducenti in tutto il mondo. Possiamo immaginare l’impatto socioeconomico dell’avvento dei veicoli autonomi nel mercato di massa, in una nazione come l’Italia dove ci sono più di un milione di famiglie il cui reddito dipende dall’impiego nell’industria dei trasporti.

Tuttavia, non dobbiamo dimenticare l’impatto positivo delle innovazioni.

A questo punto bisognerebbe fare affidamento sulla scientificità dei dati per analizzare il fenomeno nel suo complesso, ma trattandosi di un fenomeno nuovo i dati a disposizione sull’intelligenza artificiale sono ancora pochi e disomogenei a livello internazionale. Questo riflette, in primo luogo, il fatto che le industrie sono nella fase iniziale della transizione.

Le aziende che licenziano

Per comprendere e analizzare il trend bisogna quindi fare riferimento all’esperienza di grandi aziende globali: BuzzFeed ha licenziato il 12% della sua forza lavoro, ovvero circa 180 collaboratori. Alla fine del 2022 Amazon ha sostituito circa 18mila persone in lavori aziendali e tecnologici. Il gigante della vendita al dettaglio online ha ora 200mila robot in funzione nei suoi magazzini negli Stati Uniti, secondo un rapporto pubblicato da Associated Press. Le macchine e i robot della produzione Siemens ad Amberg gestiscono oltre il 75% della value chain. In secondo luogo, non esistono rapporti dettagliati e affidabili sull’implementazione dell’AI nelle imprese per nazione. Esistono valutazioni di singole agenzie, che spesso si basano sulle opinioni di esperti e non su dati accurati. Il motivo è lo stesso, il mercato è in una fase di trasformazione. In terzo luogo, l’industria dell’intelligenza artificiale è oggi la più attraente per gli investimenti, quindi c’è una grande tentazione ad abbellire i numeri.

Il “The Future of Jobs Report 2020” del World Economic Forum prevede che l’AI sostituirà 85 milioni di posti di lavoro a livello globale entro il 2025. Lo stesso Rapporto indica, inoltre, che l’intelligenza artificiale potrebbe creare 97 milioni di nuovi ruoli professionali. Ma il framework non è specificato. Il lavoro di congettura diventa non razionale quando il mondo corre a velocità non umane. Dopotutto, 15 anni fa, non c’era nessuno che potesse prevedere il declino della principale società di comunicazioni Nokia. Inoltre, in un’epoca di iperdigitalizzazione, la consapevolezza di sé dovrebbe essere la migliore delle hard skill. A volte, guardarsi intorno fornisce più informazioni di qualsiasi report.

L’intelligenza artificiale come assistente virtuale

Basta guardarsi in giro: quante volte, quando si contatta un ​​call center di una banca, di una compagnia aerea, di un operatore o di un servizio pubblico, ci risponde una voce robotica? E quale cassa si tende a preferire all’uscita dal supermercato o quando ordiniamo al fast food, una macchina self-service o una persona in carne e ossa? Hai provato a preparare un testo su GPT o a generare immagini usando Lensa? Si noti che tutti questi sviluppi dell’intelligenza artificiale sono diventati ampiamente disponibili, uno dopo l’altro, negli ultimi anni e persino mesi. Le fasi precedenti del progresso tecnologico come il motore a vapore, l’elettricità o le automobili prodotte in serie hanno richiesto secoli.

Sulla base delle industrie sopra menzionate, è possibile ipotizzare un elenco di professioni che scompariranno o saranno costrette ad evolversi. Tra queste ci sono i cassieri, gli impiegati di vendita al dettaglio e back office, i commercianti, i commercialisti e gli avvocati aziendali, i designer, i copywriter e gli autori in generale. Se ne sono accorti perfino nel mondo artificiale per eccellenza di Hollywood colpito da scioperi degli sceneggiatori che temono di essere soppiantati dall’AI. Anche il futuro del lavoro di autista è un punto interrogativo perché non esistono ancora giurisdizioni in merito: USA, Russia e Cina hanno cominciato a lavorare a un quadro normativo, ma ancora per aree sperimentali, non generali. In Unione Europea invece il tema sembra non essere ancora in agenda. Nel frattempo, però, i veicoli a guida autonoma vengono rilasciati e senza un’analisi approfondita e una comprensione adeguatamente chiara della situazione il danno in termini sociali può essere enorme.

Questo elenco copre un ampio bacino di professioni. Secondo i dati 2020 del CEDEFOP circa l’11% della popolazione attiva è coinvolta nel commercio al dettaglio, il 19% nella produzione manifatturiera. Se includiamo l’industria delle arti, quella bancaria, i posti di lavoro governativi e il settore dei trasporti arriviamo ad oltre il 50%.

Pianificare per gestire l’impatto dell’AI

Qui entrano in gioco i programmi di riqualificazione professionale per affrontare e indirizzare l’impatto dell’implementazione dell’intelligenza artificiale: allo stato attuale sono semplicemente inesistenti. Si preferisce non parlarne nella speranza che questo processo avvenga da solo?

Allo stato attuale nessuna nazione sta lavorando a piani di riqualificazione professionale per il prossimo futuro. Sembra che la posizione della società non abbia ancora rappresentanti sul tema dell’Intelligenza artificiale. Gli sviluppatori sono semplicemente affascinati dal progresso, il business è orientato al vantaggio competitivo e gli Stati ne stanno alla larga perché il tema non è all’ordine del giorno. La società divisa, assorbita profondamente dalle nuove tecnologie, difende con entusiasmo interessi di nicchia. L’umanità ha trovato il modo di modulare i sistemi chirurgici robotici o progettare smart city, ma non riesce a trovare un valido motivo per effettuare per analisi matematiche sulle conseguenze della sostituzione dei robot.

Per ChatGPT ci sono voluti meno di pochi secondi per restituire un risultato delle professioni che diventeranno obsolete, e l’elenco si avvicina molto a quello che abbiamo fornito sopra. Se si lascia tutto al caso, gli outsider potranno un giorno creare qualche propria startup pericolosa. La buona notizia è che tra gli specialisti IT ci sono alcuni temerari. Ma il punto non è nemmeno che la robotizzazione può diffondere la disoccupazione di massa e portare di conseguenza all’impoverimento della popolazione. Reddito di base e strumenti di welfare possono essere una soluzione nel breve periodo. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. L’umanità ha avviato il progresso tecnologico per migliorare la vita umana. Le tecnologie allungano la vita, la migliorano in alcuni punti, ma la destabilizzano. Sembra che ormai siamo arrivati ​​al punto in cui la psicologia dell’esistenza sta cambiando e dovremmo chiederci: “perché continuiamo?”

Evitare il fallimento della coesistenza umano-robot

Ora è il momento di tornare al punto di partenza e fornire un breve excursus filosofico sul ruolo del potere nella natura umana. Torniamo alla storia. Spinoza considerava il potere come la volontà. Pochi secoli dopo il brutale attivista Kaczynski, attraverso la sua ricerca analitica, ridefinì la comprensione della volontà come processo del potere. Per fare un esempio pratico, possiamo facilmente immaginare le differenti sensazioni quando, per salire su un monte per godere di un paesaggio, decidiamo di raggiungerlo a piedi o in funicolare. In entrambi i casi ci si godrà il panorama, ma i livelli di soddisfazione sono profondamente diversi. A causare l’effetto della disfunzione della dopamina c’è la mancanza degli obiettivi il cui raggiungimento richiede sforzi reali. Questo per dire che gli esseri umani hanno bisogno di far parte del processo, e questo deriva dalla natura biologica.

Lo psicologo David McClelland ha enfatizzato il bisogno di potere descrivendolo come il desiderio di controllare il processo per raggiungere gli obiettivi più elevati.

Il potere senza partecipazione al processo è un elemento decorativo. Quindi, possiamo semplicemente riconoscere che escludendo un essere umano dal processo di produzione ci priviamo del potere. Delegare il lavoro ai sistemi di intelligenza artificiale attraverso la ricerca del comfort e la non partecipazione al processo di produzione può portarci all’insensatezza.

A questo punto possiamo concludere che la facilitazione creata dalla rivoluzione tecnologica ci porta alla rivoluzione etica. Questo non significa interrompere il processo di implementazione dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Significa però che è necessario un quadro normativo di applicazione dell’Intelligenza artificiale, e una vera discussione pubblica a livello nazionale e globale, che sia finalizzata all’impostazione di soluzioni alle più che probabili conseguenze sulla società della diffusione dell’Intelligenza artificiale. E questo è nell’interesse di tutte le parti interessate: cittadini, legislatori, imprese, lavoratori. Gli sviluppatori si proteggono dai rischi. Se la società rifiuterà l’innovazione, il progetto sarà destinato a fallire perciò solo attraverso un coinvolgimento nel processo di deliberazione verrà ripristinato il controllo del potere evitando un fallimento della coesistenza essere umano-robot.

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