Occupazione e disoccupazione, le due facce dell’AI

Secondo la guida The Future of Work redatta dalla compagnia di ricerca e consulenza americana Forrester nel 2019, entro il 2030 il tasso di occupazione scenderà del 29% con un rimpasto del +13% di nuove professioni specializzate. [...]
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Il vento del cambiamento alimentato dall’intelligenza artificiale sta arrivando e bisogna avere il coraggio di dire la verità nella sua interezza: se da una parte le imprese hanno l’obbligo di trasformarsi e di valorizzare la componente più creativa (e umana) dei propri lavoratori per saper cavalcare le onde dei trend mantenendo la competitività, dall’altra tutte le professioni con buona percentuale di ripetitività rischiano di essere automatizzate nei prossimi anni. Per fronteggiare le sfide del futuro dobbiamo pensare a nuovi modelli di economia circolare e a reinventare, oltre che il lavoro, anche la formazione scolastica, ripartendo da quelle capacità umane che non potranno mai essere sostituite: pensiero critico, creatività, inventiva, gioco, apprendimento consapevole, ecc.; valorizzare queste capacità sul posto di lavoro è l’unica soluzione per rendere applicabile una leadership che dovrà includere il lavoratore in un processo di apprendimento continuo, finalizzato a migliorare l’adattabilità dell’impresa verso le nuove possibilità di business. Di contro, il risultato dell’automazione senza l’affiancamento di operazioni di ristrutturazione della società – per creare nuova occupazione – porterebbe conseguenze insostenibili: disoccupazione massiva, aumento vertiginoso delle disuguaglianze e abbassamento della domanda di beni e servizi, poiché i consumatori perderebbero il potere d’acquisto necessario per alimentare la crescita economica.

È necessario agire rapidamente e con consapevolezza, prima che un’opportunità senza precedenti si trasformi in una catastrofe sociale.

AI e occupazione: i ruoli e le parti in gioco

Sicuramente la parte più discussa (giustamente) è quella del lavoratore dipendente, proprio perché quella più statisticamente a rischio. Facciamo un esempio: nel 2016 l’American Trucking Associations (ATA) ha dichiarato che un lavoratore su quindici negli Stati Uniti era impiegato nel trucking business. Già da qualche anno sono in circolazione diversi truck a guida semi-autonoma assistita da conducente umano e si stima che il mercato dei self-driving truck crescerà mediamente del 10,1% annuo fino al 2027 (fonte Acumen Research & Consulting). Con queste premesse non è difficile immaginare un 2040 con forte presenza di trucks completamente autonomi.

Questo esempio non è un caso isolato: un’enorme quantità di mansioni è destinato a essere sostituito e per molte di esse non sarà necessaria né una supervisione umana né un nuovo posto di lavoro per intermediare la presenza dell’automazione.

Nel (lontano) 2013, Carl Benedikt Frey e Michael Osborne rilasciano uno studio per la Oxford Martin Programme intitolato The future of employment: how susceptible are jobs to computerization? nel quale stimano che il 47% delle professioni negli States potrebbe essere sostituito dall’automazione computerizzata entro il 2035. Gli ottimisti replicheranno che alla scomparsa dei vecchi posti di lavoro ne compariranno di nuovi, ma sarà molto probabile che queste professioni serviranno solo a tamponare l’inevitabile e, con altra buona probabilità, queste mansioni verranno ridistribuite dalle aziende all’interno dell’organico esistente per abbattere ulteriormente i costi. Certo, la richiesta di nuove figure come il data scientist, il data analyst, lo sviluppatore mobile sono in crescita esponenziale (negli ultimi 5 anni siamo oltre il +100% annuo), tuttavia si rimane scettici su alcuni aspetti: qual è il profilo di questi nuovi lavoratori? Siamo sicuri che l’offerta di lavoro su scala globale per queste figure possa sopperire alla domanda complessiva di lavoro? Io credo di no. Quanto meno, non con questo sistema economico.

Diverso è il discorso per professioni di alta capacità decisionale, come medici, avvocati, ecc., i quali potranno utilizzare queste tecnologie al fine di aumentare la qualità del proprio lavoro, ancora impossibile da sostituire nel medio-termine. Anche per i creativi di professione il futuro può riservare prospettive agrodolci: sofisticazione degli strumenti a disposizione (software sempre più intelligenti e autonomi nei processi) ma anche una diffusione verso l’end-user con relativa perdita di segmenti di mercato, basti pensare alla facilità di utilizzo di diverse applicazioni AI-driven per smartphone o desktop che hanno soppiantato in parte considerevole la bassa manovalanza dei graphic designer per le micro-imprese e i lavoratori autonomi.

L’ultimo player in gioco è l’imprenditore. Partiamo dal presupposto che l’innovazione, sia essa innovazione tecnologica nella produzione, un nuovo trend di mercato, l’integrazione di nuove tecnologie in prodotti esistenti oppure una vision diversa o più attrattiva rispetto alla concorrenza, è uno dei punti imprescindibili del successo di un’impresa del XXI secolo; questo dato fa sì che la sopravvivenza stessa di un’azienda dipenda dal grado di innovazione che propone sul mercato, in tutti i suoi colori e sfumature. La domanda sorge spontanea nella sua schiettezza: quante aziende italiane, soprattutto micro e piccole imprese, possono permettersi di investire in ricerca e innovazione nel medio termine? Meglio: quante hanno la visione adatta per investire in questi ambiti?

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La polarizzazione del mercato sempre più marcata sta evidenziando, fra le altre cose, la differenza di approccio fra chi innova e chi no. Possiamo dire, a ragion veduta, che in questo non ci sia nulla di nuovo, tuttavia, vista la componente tecnologica molto più dirompente rispetto al recente passato, siamo di fronte a un rischio maggiore, nel quale il termine “rischio” non si associa solamente a quello d’impresa: la posta in gioco è assai più alta.

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I trend collegati all’automazione del lavoro

Secondo la guida The Future of Work redatta dalla compagnia di ricerca e consulenza americana Forrester nel 2019, le possibilità di business generate dall’automazione porteranno con sé altrettanti trend collegati, quali gig economy, cybersecurity, gamification, healthcare, privacy, ecc.: “You can argue that automation will open the aperture to new, previously unthinkable business opportunities as well as be the necessary engine to execute on business strategy,”. Nuove porte possono aprirsi, continua Forrester, però a patto che il management sia in grado di recepire e assimilare velocemente l’impatto delle nuove tecnologie sul mercato e sia in grado di tradurle in possibilità concrete di innovazione che incidano sul suo piano di business. Sempre secondo la guida, le aziende dovranno vestire i panni dei centri di formazione, nei quali gli impiegati impareranno nuove skills periodicamente e saranno guidati in un modello di lavoro in continua trasformazione. Infatti, in questo panorama, il dipendente svolgerà sempre meno mansioni ripetitive e prenderà sempre più parte ai processi adattivi/trasformativi di tutto il perimetro aziendale.

Tuttavia, il paper si chiude lasciandosi alle spalle parte degli ottimismi precedenti: occupazione al -29% entro il 2030 con un rimpasto del +13% di nuove professioni specializzate. Come verrà sostenuta la perdita rimanente sul piano sociale ed economico non è specificato.

Conclusioni

Concludo con un aneddoto. Nel 2018, il noto computer scientist e imprenditore Kai-Fu Lee, in occasione della pubblicazione del suo libro AI Superpowers: China, Silicon Valley, and the New World Order, scrive un articolo per il MIT Technology Review intitolato Tech companies should stop pretending AI won’t destroy jobs, nel quale racconta come durante un viaggio in taxi Uber per raggiungere una conferenza, l’autista gli chiese con preoccupazione quando i veicoli a guida autonoma gli avrebbero portato via il lavoro. Risposta: 15-20 anni. Il conducente tirò un sospiro di sollievo: “Bene, sarò già in pensione per allora”. Kai-Fu però omise di dire che se fosse stato in Cina gli anni sarebbero stati 10, al massimo 15. Il pezzo continua e si conclude con il mantra del titolo: “smettiamo di pretendere che le tecnologie di intelligenza artificiale non distruggeranno da qui a breve il lavoro come lo conosciamo oggi”.

 

 

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