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Aziende italiane e Artificial Intelligence: c’è consapevolezza?

Mettere ordine all’interno della complessità intrinseca all’Artificial Intelligence (AI) e comprenderne i principali elementi caratterizzanti, sarà un aspetto fondamentale per la società. Ma l'Italia è pronta?

di Filippo Leccardi, ricercatore degli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano

 

Artificial Intelligence. Un termine che nasconde una grande complessità. Quando si parla di Artificial Intelligence, che comunemente viene abbreviata col suo acronimo AI, ci si sta riferendo implicitamente ad un numero elevato di soluzioni ed elevatissimo di campi di applicazione. Mettere ordine all’interno della complessità intrinseca all’AI e comprenderne i principali elementi caratterizzanti, sarà un aspetto fondamentale per la società. Ne beneficerebbero sia le aziende e la Pubblica Amministrazione che, spinte dalla consapevolezza delle opportunità, potrebbero sfruttarla per fornire migliori servizi, prodotti più innovativi o per efficientare i propri processi interni, sia i cittadini stessi che a loro volta potranno contare sui nuovi strumenti messi a loro disposizione e saranno in grado di sfruttarli adeguatamente.

In quest’ultima direzione si è già mossa la Finlandia che ha erogato un test gratuito a tutta la popolazione con l’obiettivo di sensibilizzare alla comprensione del fenomeno. Il target iniziale era di riuscire a portare almeno l’1% della popolazione a terminare il test. L’obiettivo è stato raggiunto e con anticipo rispetto alle aspettative. Svezia e Olanda, avendo colto il valore dell’iniziativa finlandese, hanno avviato la loro versione del test con il medesimo target. Queste iniziative denotano che alcuni Paesi hanno compreso l’importanza strategica di avere una popolazione consapevole di cosa sia AI e quali siano le opportunità che vi si celano e si sono già mossi nella direzione di fornire “education” sul tema.

La consapevolezza dell’AI in Italia

Ma a che punto siamo in Italia? Sicuramente sono presenti numerose informazioni e divulgazioni, talune anche contrastanti tra di loro. Lo testimoniamo il tenore e i titoli di notizie con le quali ci si può imbattere quotidianamente. Tra i titoli più eclatanti degli ultimi mesi:
“Armi letali e AI: servono limitazioni. Intelligenza artificiale, tutti i pregiudizi (bias) che la rendono pericolosa”. “L’intelligenza artificiale aiuta nella prevenzione delle stragi nelle scuole”. “Intelligenza artificiale e riconoscimento facciale contro terrorismo e criminali”. “Cerchi lavoro? In Cina te lo trova l’Intelligenza Artificiale”. “Diagnosi più veloci ed errori ridotti della metà se l’intelligenza artificiale legge le radiografie”.

In un contesto simile è sicuramente complesso comprendere cosa sia realmente l’intelligenza artificiale. L’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, nato nel 2017 con l’obiettivo di creare una Community di confronto per indagare le reali opportunità dell’AI, nella prima fase della sua vita, ha posto l’obiettivo di fornire una definizione di AI per creare un base di conoscenza comune sul tema sulla quale avviare il confronto.

La definizione è la seguente:

L’Artificial Intelligence è il ramo della computer science che studia lo sviluppo di sistemi HW e SW dotati di specifiche capacità tipiche dell’essere umano (interazione con l’ambiente, apprendimento e adattamento, ragionamento e pianificazione), capaci di perseguire autonomamente una finalità definita, prendendo decisioni che, fino a quel momento, erano solitamente affidate a delle persone.

Durante il convegno finale dell’Osservatorio Artificial Intelligence, che ha chiuso il secondo anno di Ricerca, sono stati presentati i risultati di una survey alla quale hanno partecipato 151 aziende di grandi-medie dimensioni in Italiane, ossia quell’organo della Società che per primo dovrebbe essersi mosso per far proprie le opportunità dell’AI. Tra i risultati della Ricerca, sono stati presentati i risultati relativi il livello di conoscenza e consapevolezza sul tema da parte delle aziende rispondenti. Purtroppo, il quadro che emerge indica che in Italia ci sia ancora confusione e poca chiarezza su cosa sia AI. Infatti, il 58% dei rispondenti indica che l’elemento maggiormente rappresentativo dell’AI sia quello relativo alla capacità dei sistemi di intelligenza artificiale di emulare i processi cognitivi dell’essere umano. Tale aspetto si lega al concetto di Intelligenza Artificiale Generale, il campo di ricerca che si occupa di studiare un sistema capace di replicare completamente l’intelligenza umana. Quest’area, tuttavia, ha ricevuto poco interesse da parte della comunità scientifica, che in buona parte segue la teoria per cui l’intelligenza umana sia troppo complessa per essere replicata completamente. Il 35% dei rispondenti coglie che si tratti di un gruppo di tecniche come, ad esempio, il Machine Learning, individuando un ruolo predominante nella costruzione di modelli e algoritmi, mentre solo il 14% del campione ha compreso che l’AI si caratterizza per lo sviluppo di sistemi dotati di capacità tipiche dell’essere umano, un aspetto che ricalca la definizione fornita dall’Osservatorio.

Poco meno di un terzo del campione (32%) associa in modo esplicito l’Artificial Intelligence a uno dei suoi principali campi di applicazione (o classi di soluzione), dimostrando una conoscenza circoscritta del fenomeno, probabilmente limitata a quei campi in cui l’AI si mostra più matura e vicina alle necessità dell’azienda stessa. Tra questi, la maggioranza identifica con AI il concetto di assistenti virtuali (31%); seguono la capacità di formulazione (12%) e comprensione (9%) del testo, le auto a guida autonoma (9%) e l’estrazione di informazioni dalle immagini (8%). Infine, solo il 7% ha colto un aspetto fondamentale della definizione dell’Osservatorio, ovvero che l’AI è un bersaglio mobile, che sposta il concetto di “intelligenza” ogniqualvolta vengono conseguiti dei successi dalla comunità scientifica in un ambito specifico.

Il quadro di scarsa consapevolezza si scontra, inoltre, con una percezione differente delle organizzazioni stesse che pensano di conoscere in modo adeguato l’Artificial Intelligence nel 48% dei casi, in modo superficiale nel 47% e di avere un livello di conoscenza nullo solo nel 5%.

Sdrammatizzando, si potrebbe commentare i risultati descritti con un ironico: bene, ma non benissimo. Non siamo nel buio totale, sarebbe irrispettoso e scorretto sostenerlo. Le aziende stanno approcciando il tema, sono consapevoli che l’AI non sia una semplice possibilità, ma un passaggio obbligato per molte di loro. Però manca fare il passaggio successivo: portarsi sui blocchi di partenza, iniziare a studiare cosa sia l’AI e comprendere quali opportunità offra per la propria realtà. Quindi, nuovamente, occorre ribadire il messaggio rivolto alle grandi imprese, sottolineato durante il Convegno finale dell’Osservatorio Artificial Intelligence dello scorso 19 febbraio: on your marks!

 

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