Come far convivere la diffusione dell’AI nel mondo del lavoro con la giustizia sociale

Per capire l’impatto bisogna fare una distinzione fondamentale fra i settori in cui l’intelligenza artificiale è in grado di sviluppare performance superiori a quelle dell’intelligenza umana e quelli in cui l’intelligenza umana rimane (e rimarrà) ancora preminente [...]
Domenico Marino

Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria

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Molti recenti e autorevoli interventi propongono un tema nuovo e affascinante: quello del rapporto fra intelligenza artificiale e giustizia sociale.

Il principale tema da discutere in relazione al rapporto fra intelligenza artificiale e giustizia sociale è sicuramente l’impatto che queste nuove tecnologie avranno sul mercato del lavoro e sulla disoccupazione.

L’impatto dell’AI sul mercato del lavoro

Per capire l’impatto dell’AI sul mercato del lavoro bisogna fare una distinzione fondamentale fra i settori in cui l’intelligenza artificiale è oggi in grado di sviluppare performance superiori a quelle dell’intelligenza umana e settori in cui l’intelligenza umana rimane ancora preminente rispetto all’intelligenza artificiale.

È fin troppo chiaro che nei settori in cui l’intelligenza artificiale ha una maggiore performance rispetto all’intelligenza umana vi sarà una progressiva distruzione di posti di lavoro, congiunta con una diversa divisione del lavoro. Nei settori in cui le performance dell’intelligenza artificiale sono superiori a quelle umane scompariranno le mansioni prettamente operative e il fattore umano si concentrerà soprattutto sugli aspetti legati al controllo del processo in tutte le sue declinazioni.

Meno lavori usuranti e ripetitivi

Avremo sempre meno bisogno di operai e sempre più bisogno di addetti al controllo dei processi. Le mansioni ripetitive e usuranti saranno via via sostituite dall’automatizzazione intelligente che potrà sostituire in maniera più efficiente il fattore umano.

Questo processo avrà sicuramente una ricaduta positiva legata alla riduzione della penosità del lavoro. I lavori più faticosi e usuranti saranno svolti da agenti artificiali. Saranno abbattute molte delle barriere di accesso al processo produttivo per i diversamente abili, ma, almeno nel breve periodo, si porrà un problema di riconversione per tutti i soggetti espulsi dal processo produttivo, che, nella maggior parte dei casi, non avranno competenze tali da poter rimettersi in gioco nel mercato del lavoro.

Il settore bancario e del credito, ad esempio, nei prossimi 10 anni vedrà esponenzialmente crescere gli esuberi di personale come conseguenza della chiusura degli sportelli bancari che diventeranno via via inutili. Sarà un’intelligenza artificiale a erogare un finanziamento o a proporre delle strategie di investimento in maniera più efficiente dell’operatore umano. I sistemi di pagamento elettronico renderanno obsoleti il contante e le carte di credito, la gestione del conto online con l’ausilio di un’intelligenza artificiale sostituirà il rapporto con il direttore di banca. Questo processo però avrà bisogno di molti esperti di cyber security e di big data, ma in questi ruoli non potremo riconvertire gli ormai inutili cassieri o i funzionari commerciali delle banche. Potremmo avere, perciò, nel breve periodo, una carenza di figure specializzate e un eccesso di esuberi che non sapremo come gestire. Questo scenario presenta molte opportunità ma anche molti rischi ancora poco approfonditi e poco investigati.

Il digital divide può accentuare le diseguaglianze sociali

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Molti spunti di riflessione, e allarmi, giungono dal rapporto Report of the Special Rapporteur on the promotion and protection of the right to freedom of opinion and expression”, e dallo speciale “Automating Poverty” del Guardian.

Una considerazione che va fatta riflettendo sui rischi è quello di verificare quando il digital divide tra poveri e ricchi e all’interno della categoria dei poveri, fra diverse etnie e diverse tipologie di povertà, possa influire sull’efficienza e l’efficacia del sistema di welfare digitale.

I poveri sono naturalmente quelli che hanno una minore capacità di accesso al digitale e questo digital divide cresce quanto più grave diventa la povertà. Una prima critica che si può fare al sistema di welfare digitale è che esso aumenta sicuramente le diseguaglianze perché i poveri hanno meno capacità di accesso al digitale e fra i poveri la capacità di accesso è inversamente proporzionale alla intensità della povertà.

Più si è poveri e meno si è in grado di accedere alle risorse digitali, intendendo la capacità di accesso sia come disponibilità di hardware e di software adeguati, sia la capacità di accedere e di utilizzare efficacemente le risorse informatiche in termini di conoscenze. In questo senso il welfare digitale penalizza sicuramente i più poveri e i meno garantiti, operando in maniera diametralmente opposta a quella che dovrebbe essere la logica e la filosofia del welfare state. E in questo senso riproporre con forza il valore della giustizia sociale rimane un compito fondamentale anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

 

 

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