Cimon porta l’AI di IBM Watson nelle missioni spaziali
10 dicembre 2018
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Cimon porta l’AI di IBM Watson nelle missioni spaziali

Cimon è un assistente virtuale, un robot che pensa in maniera autonoma grazie all’intelligenza artificiale di IBM Watson e si muove all’interno dell’abitacolo delle stazioni orbitanti come assistente delle operazioni degli astronauti

Cimon IBM Watson
Loris Frezzato - @LorisFrezzato

 

Il futuro degli astronauti: come cambierà il mestiere più avventuroso del mondo. È quanto si è indagato in occasione dell’incontro dall’omonimo titolo che ha avuto luogo nel contesto del Focus Live, la quattro-giorni organizzata dalla testata di scienze e tecnologia tenutasi a Milano sui temi più appassionanti per i patiti della scienza e di tutto ciò che gli fa da contorno.

La vita e le tecnologie di chi viaggia nello spazio, in particolare, è l’incontro che ha visto la testimonianza di Umberto Guidoni, astronauta e di Tommaso Ghidini, dell’agenzia spaziale europea e di un protagonista d’eccezione: Cimon, l’assistente-robot che pensa con “cervello” IBM Watson e che affianca gli astronauti nelle operazioni quotidiane che si tengono all’interno della stazione orbitante, oggi la ISS, domani chissà. In orbita, sulla Luna o addirittura su Marte.

 

Matthias Biniok lead Watson Architect IBM

In sala, Matthias Biniok, lead Watson Architect IBM, il vero “papà” di Cimon, che spiega: «Da quest’anno gli astronauti avranno un nuovo aiutante, un robot, in grado di assistere e cooperare con gli operatori spaziali all’interno di un ambiente ridotto e complesso, capace di muoversi in maniera autonoma secondo ordini impartiti vocalmente in un contesto di assenza di gravità, grazie a un sistema di ventole, realizzato in collaborazione con Airbus».

 

 

L’astronauta chiama e Cimon arriva e risponde

Collegandosi al sistema di server di IBM Watson in Germania, Cimon riesce a venire in aiuto agli astronauti per esperimenti che richiedono calcoli complessi e con risposte in tempi rapidi. Grazie all’Intelligenza Artificiale che lo governa, il piccolo robot volante è in grado di riconoscere volti e di muoversi in autonomia all’interno della ISS, la Stazione Spaziale Internazionale Orbitante per cui è stato creato, effettuando riprese video in condizioni dinamiche che altrimenti richiederebbero complicate operazioni di installazione di supporti. «Ma non solo: Cimon è in grado addirittura di riconoscere gli stati d’animo e le emozioni dei suoi “colleghi” umani, e adeguare tono e risposte di conseguenza – riprende Biniok -. Un obiettivo che grazie all’AI siamo riusciti a raggiungere, grazie alla relativa bassa latenza tra invio segnale e ritorno, che per la ISS è in totale di 1 secondo. Il problema crescerà, invece, con la previsione dell’impiego in eventuali basi extraterrestri, Luna in primis e Marte in futuro (dove i tempi di latenza sono stati stimati in ben 40 minuti – ndr). Ma stiamo lavorando per migliorare e ridurre al massimo i tempi di trasmissione e consentire all’algoritmo di Intelligenza Artificiale che governa il sistema pensante di Cimon di elaborare in tempi utili gli input inviati per dare risposte di utilità agli astronauti».

Cimon ha anche i “piedi per terra”

Un sistema, quello di Cimon, il quale è facile pensare anche per impieghi più “terreni”, forse meno affascinanti dello Spazio, ma con applicazioni concrete. Sono infatti già impiegati sistemi simili di assistenza “ragionata” e basata su IBM Watson in alcuni mercati verticali, tra questi l’automotive, ma con possibilità di interpretazioni nei più disparati ambiti.

Ma il fascino dello Spazio è certo difficile da equiparare ai vari ambienti del Globo. Soprattutto in previsione degli studi che si stanno già compiendo per la realizzazione di basi stabili in satelliti e pianeti, dove la possibilità di avvalersi delle capacità cognitive di Cimon potrebbero essere di estrema utilità.

Le basi extraterrestri, un tema in fase di studio

46 anni fa è infatti stato raggiunto l’obiettivo di arrivare sulla Luna, con il primo passo dell’uomo sul satellite terrestre, con la missione Apollo 17. Oggi l’obiettivo cambia, e non è più se e come arrivare sulla Luna, ma come poterci stanziare con una base fissa dove impiantare laboratori di sperimentazione. Step utile in previsione dell’esplorazione di altri pianeti, Marte primo in lista, per vagliare possibili nuovi insediamenti umani in futuro.

«I costi per il trasporto di materiale primario per la costruzione di eventuali basi extraterrestri sarebbero insostenibili – avvisa Tommaso Ghidini, dell’Agenzia Spaziale Europea – e bisogna pensare a sistemi autonomi, in grado di produrre quanto serve per la sopravvivenza, dalle strutture fisiche per abitazioni e laboratori alla produzione in loco di alimenti. Attraverso l’uso delle stampanti 3D, che utilizzano come fonte di energia il Sole e come materiale la polvere lunare, o marziana. Con l’allontanamento dall’orbita terrestre, si taglia il cordone ombelicale con la Terra, e tempi, distanze, costi, obbligano la missione a essere totalmente autosufficiente. Nel caso di Marte, addirittura, il cui viaggio si prevede impieghi 2 anni, bisogna pensare a una forma di autonomia anche per la salute del personale, con la possibilità di stampare in 3D non solo i pezzi di ricambio delle strutture, ma anche degli astronauti, con creazione di pelle e organi per evenienze di emergenza».

Prepariamoci a diventare “multiplanetari”

Per andare su Marte ci vorranno almeno altri 35 anni, ma intanto le ricerche e le sperimentazioni per la missione lunare proseguono, con prove di stampa 3D di campioni di pelle da cellule del soggetto, senza quindi rischi di complicazioni e rigetto.

«Già oggi esistono i presupposti per diventare una razza multiplanetaria, che magari si renderà necessaria in un futuro in cui le risorse terrestri non saranno più sufficienti per soddisfare le esigenze di una popolazione in continua crescita – interviene l’astronauta Umberto Guidoni -. Luna sarà un promo passo, ma poi si dovrà pensare a Marte. Procedendo per gradi, ovviamente. Sfruttando le esperienze e le tecnologie di volta in volta collaudate, in modo che gli astronauti possano affrontare rischi noti ma anche gli imprevisti. E in questo l’Intelligenza Artificiale potrà venire in aiuto agli uomini».

 

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