Racconto sul futuro dell’intelligenza artificiale: I Custodi (ovvero del viaggio verso il Paradiso) – Parte I

Giuliano Pozza

CIO Università Cattolica del Sacro Cuore

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Antartica

Max stava camminando verso la casa del Responsabile della Sicurezza di Antartica. Con il suo fisico alto e magro si avvicinava a grandi passi, come se avesse una gran fretta. In realtà quello era il suo modo di camminare normale, ma in questo caso doveva dare un aggiornamento importante al suo capo, che da qualche mese accedeva sempre più raramente ai laboratori. Passava sempre più tempo sul terrazzo della sua abitazione che dava sul mare di Ross. Un terrazzo chiuso da vetri termici, altrimenti non sarebbe stato quasi mai utilizzabile.

Era un tipo singolare il suo capo. Come molti della sua generazione, preferiva l’aria aperta ogni volta che la temperatura lo permetteva e passava molto tempo a scrutare il mare e le montagne di ghiaccio. Anche Max amava l’aria aperta. Evitava ogni volta che gli era possibile la vita nella città sotterranea e spesso faceva delle esplorazioni nell’interno. Qualche volta aveva portato anche il suo capo in brevi escursioni. In alcuni casi anche la figlia del capo si era unita a loro. In quelle escursioni procedevano lentamente, perché lui non era più giovane e zoppicava. Gli ricordava un po’ suo padre ma solo nell’aspetto, con il suo fisico solido e la barba ancora nera, perché per il resto erano molto diversi: indeciso e timoroso suo padre, risoluto, determinato e curioso il suo capo. Avevano parlato spesso, durante quelle escursioni, delle loro patrie di origine prima del grande esodo. Entrambi venivano dall’Europa, come molti altri in Antartica del resto. Non vi erano molte alternative: Antartica o Terranova. Ma Terranova aveva liste di attesa infinite, perché da tutto il continente americano vi si riversavano disperati in fuga.

Quando arrivò alla casa, vide attraverso le vetrate che stava prendendo il tè con la moglie. Appena lo notarono lo fecero entrare. La moglie, anche lei non più giovane ma ancora una bella donna, gli fece togliere il pesante giaccone e lo invitò a sedersi insieme a loro. Il suo capo lo accolse calorosamente come sempre:

– Eccolo qui il nostro giovane Max. Allora, hai fatto altre esplorazioni avventurose tra i ghiacci ultimamente?

– Si, qualcuna ma niente di che. Più che altro ho seguito delle colonie di pinguini per studiarne il comportamento.

La moglie del suo capo gli portò del tè verde e poi rientrò in casa. Lui se lo versò lentamente. Poi riprese:

– Signore, vengo subito al sodo. Sono qui perché ancora non riusciamo a comunicare con Terranova. Sono già quattro giorni. Non c’è mai stato un black-out così lungo…

– Hai verificato i sistemi di trasmissione? Hai provato a cambiare satellite?

– Sissignore, sono tre giorni che le provo tutte, ma il problema sembra non stia nell’infrastruttura di comunicazione…

A questo punto Max si interruppe. Era entrata la sua primavera, come segretamente la chiamava lui. Non osava ovviamente esternare nulla, sarebbe parso improprio, ma la figlia del suo capo era veramente una persona speciale. Per anni Max aveva vissuto molto male i suoi rapporti con le donne. Poi era venuta Lisa, con i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri in cui gli sembrava di potersi specchiare, ed erano stati i tre anni più belli della sua vita. Ma il grande esodo li aveva separati e da anni non sapeva più nulla di lei. Da anni si era chiuso nel suo lavoro e non sapeva più nulla quasi di nessuno, al di fuori delle poche persone con cui lavorava. La figlia del capo non era solamente una bella ragazza, aveva anche una vivacità e una capacità di coinvolgere le persone che lo inebriavano ogni volta. Spesso la evitava perché, un po’ per la sua bellezza e un po’ perché era di una decina d’anni almeno più giovane di lui, si sentiva in imbarazzo. Ora non poteva evitarla. I suoi occhi e i suoi capelli nerissimi erano l’opposto di Lisa, ma le accomunava la stessa esuberante voglia di vivere.

Lei lo salutò con affetto: – Eccolo qui il nostro Max, il braccio destro del nostro caro babbo. Qual buon vento? Oh, vedo che state facendo discorsi tremendamente seri. Papà ho capito, non devi dire nulla, volevo solo salutare. Ora torno dentro con mamma! Ciao Max e non fare discorsi troppo noiosi che poi papà si adombra e ce lo troviamo a cena con il muso lungo! Bye!

Quasi come una folata di vento, come era apparsa scomparve. Max si accorse che il suo capo lo osservava, ma non disse nulla se non: – La mia principessa è fatta così, arriva, cinguetta, se ne va… un turbine di vita. Ma torniamo a noi. Domani ho convocato un meeting del consiglio di sicurezza per discutere dell’interruzione delle comunicazioni con Terranova. Parteciperai anche tu come mio Responsabile Tecnico della Sicurezza!

Max era onorato e stupito. Se era vero che da tempo era diventato il braccio destro del capo, non gli era mai stato ufficialmente assegnato un titolo di prestigio come quello. Balbettò qualcosa in ringraziamento:

– Signore, grazie, non so che dire…

– E allora non dire niente, Maximilian. Solamente smettila di chiamarmi “signore” e comincia a chiamarmi come fanno tutti, semplicemente Tommaso!

Sindrome di Gerusalemme[1]

Era rinchiuso da due giorni in una cella imbottita dell’ospedale sul Monte Scopus, studiata per impedire i tentativi di fuga o di autolesionismo. Nei primi giorni aveva aggredito due inservienti, poi aveva cercato di sfondare la porta a spallate, infine si era buttato dalla finestra del secondo piano. Il referto che il dott. Levi aveva redatto diceva laconicamente: “Soggetto paranoico con sindrome di Gerusalemme. Pericoloso per gli altri e per sé stesso”. Si citavano anche i temi ricorrenti della paranoia: Gerusalemme, custode e viaggiatore. Christine pensava potesse essere il soggetto perfetto per la sua tesi di specializzazione in psichiatria, che si focalizzava appunto su quella particolarissima sindrome. Per questo aveva concordato con il dott. Levi di poterlo seguire personalmente e ora era lì. Aveva di fronte a un uomo di circa 35 anni sdraiato su un letto che fissava il vuoto davanti a sé attraverso un paio di occhiali da sole ad alta protezione. Era legato con cinghie contenitive. Quando lei si avvicinò, lui si girò a guardarla.

Si osservarono a vicenda per qualche minuto. Christine era una giovane specializzanda di Boston che stava studiando psichiatria a Gerusalemme, dove aveva deciso di trasferirsi per la specialità. Alta e bionda, con il fisico morbido ma scolpito da un’attività fisica regolare, non passava inosservata in reparto e nemmeno fuori. Lui aveva la barba chiara e folta da boscaiolo, capelli tagliati cortissimi, occhi oscurati dalle lenti di un paio di occhiali da sole e fisico atletico. Un uomo dall’aspetto insieme rassicurante e inquietante, pensò Christine, che non poté fare a meno di pensare alla sua auto-definizione di “Custode”.

Si osservarono per qualche secondo prima di parlare, poi lui disse:

– Buongiorno dottoressa. Posso aiutarla?

– Forse sì, anche se in genere sono i medici che aiutano i malati. Ma in questo caso magari potremmo aiutarci a vicenda. In effetti io non sono ancora specializzata e lei non si ritiene malato, quindi facciamo finta di essere due persone normali che conversano e si aiutano a vicenda.

– Mi piace la proposta. Allora partiamo dall’inizio: come si chiama?

– Il mio cognome è di origine polacca ed è piuttosto strano, ma mi può chiamare semplicemente Christine. E lei?

– Beh, il mio nome reale ha circa 78 lettere del vostro alfabeto e le suonerebbe incomprensibile, quindi mi può chiamare semplicemente Mike.

– Va bene, Mike, – disse Christine sedendosi su una sedia e avvicinandosi al letto, – allora mi racconti la sua storia. Mi dicono che sia molto interessante.

– Non so se sia interessante, è semplicemente la mia storia. Mi posso fidare di lei, oppure una volta ascoltata la verità mi farà sedare come gli altri?

– Si può fidare, – disse Christine prendendogli una mano. Il contatto fisico con i pazienti era sconsigliato, lo sapeva, ma in quel caso sentiva di dover trasmettere empatia e creare un rapporto di fiducia, altrimenti Mike non si sarebbe aperto. Con il dott. Levi aveva inizialmente dialogato, poi aveva chiuso ogni comunicazione.

– Allora partirò dalla fine. Ho bisogno di uscire di qui il prima possibile.

Christine si prese una pausa, poi rispose: – Mike, questo lo capisco, ma lei deve capire che non è in mio potere decidere quando e come farla uscire. Il suo medico curante è il dott. Levi. Però io posso ascoltarla e cercare di spiegare la situazione al dott. Levi.

Mike rimase pensieroso, poi riprese: – Non sono sicuro che funzionerà. Posso provare comunque a raccontarle la mia storia, come vede non ho molto altro da fare qui.

– L’ascolto.

Mike raccontò mentre Christine apriva il suo blocco degli appunti. Era una delle poche specializzande che amava ancora scrivere con carta e penna. Mentre prendeva nota di quello che Mike diceva, non poteva fare a meno di compiacersi: la storia che stava trascrivendo sarebbe stata perfetta per la sua tesi di dottorato.

Alexandra

Alexandra e Mustafà erano una strana coppia. Si erano incontrati per caso, quando lei era ammarata con la sua capsula nel mar Mediterraneo e l’unità militare di cui faceva parte Mustafà l’aveva salvata. Alexandra proveniva dalla colonia lunare di Terranova chiamata Luna 3 ed era diretta ad Antartica. Mustafà era sempre vissuto nel nord Africa e non aveva resistito alla tentazione di accompagnarla. Ora stavano attraversando il deserto su una vecchia jeep.

– Tu sei sicura che sia una buona idea continuare ad attraversare il deserto verso ovest? – chiese Mustafà mentre guidava sulla pista sconnessa. – Non dovremmo andare verso sud se vogliamo raggiungere Antartica? Sai, dal nome suppongo si trovi più vicino al polo sud che alle Canarie…

– Tu non ti preoccupare che ad Antartica ci arriveremo, per una via o per l’altra. Il nostro obiettivo primario ora è ricongiungerci con gli esuli di Terranova, – rispose Alexandra, alzando la voce per sovrastare il rumore della jeep e del vento.

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– Già, quelli che hanno dato le chiavi di casa a un’intelligenza artificiale pazzoide e che sono rimasti chiusi fuori?

– Immagino si possa anche vedere in questo modo. Diciamo che abbiamo peccato per delega senza controllo: abbiamo dato sempre più potere a NOVA, poi sono successi un po’ di casini e lei ha deciso che era meglio mettere tutti in ibernazione.

– Questa parte me l’hai già spiegata un sacco di volte. Quello che mi piacerebbe capire meglio è cosa sia successo veramente su Luna 3.

Alexandra rimase pensierosa per qualche minuto, poi rispose: – Purtroppo anche io ho informazioni frammentarie. So solo che con l’ultima navetta sono arrivati degli stranieri. Uno era una specie di messaggero. Ha avuto delle riunioni molto concitate con i vertici della base lunare. Qualche giorno prima del disastro passavo in un corridoio davanti al quartier generale e ho sentito che urlavano, ma non so molto di più. Anche io ero una specie di recluta come te, non partecipavo alle riunioni importanti. Poi successe quella cosa strana…

–Il biglietto? – chiese Mustafà.

– Sì il biglietto, ma soprattutto l’incontro. L’avevo incrociato al bar della base la sera prima e avevamo fatto due chiacchiere, niente di più. Poi lo vidi uscire dall’ufficio del comandante della base sbattendo la porta. Era un uomo massiccio e agile allo stesso tempo. Barba e capelli biondi, occhi chiarissimi. Io ero nella sala lettura poco distante. Mi vide e venne verso di me. Mi mise in mano un foglietto e mi disse di andare subito alla zona delle capsule di salvataggio. Poi mi raccomandò di aspettare lì per qualche ora e, se lui non fosse arrivato, di imbarcarmi per l’evacuazione di emergenza.

– Modo certamente originale di abbordare una ragazza. Devo segnarmelo.

Ma Alexandra non era in vena di scherzare. Lanciò a Mustafà uno sguardo di rimprovero e continuò: – Io non capivo. Cercai di farmi dire perché pensava ci sarebbe stata un’evacuazione. Lui non rispose, mi disse solamente di fidarmi. Poi aggiunse che, se fosse successo qualcosa di grave nella prossima ora e lui non si fosse fatto vedere, avrei dovuto scappare e portare il biglietto ad Antartica.

– Ma non ti sembra tutto un po’ strano? – chiese Mustafà. Insomma questo tipo singolare e i suoi discorsi deliranti. Poi il biglietto: chi scrive ancora bigliettini ormai?

– Anche io ero e sono piena di domande. Però poi successe esattamente come mi aveva predetto il messaggero. A poco meno di un’ora dal nostro incontro scattò l’allarme generale, partirono le sirene e iniziò l’evacuazione di emergenza. Esplosione atomica nel reattore 5, ci dissero. E ora siamo qui.

– Va bene, ma almeno non possiamo andare ad Antartica per la via più diretta?

– La via più diretta non è sempre la più veloce. Attraversare l’Africa centrale e meridionale ci espone al rischio di essere fermati dalle forze di sicurezza di AICA[2]. Andando in sud America troveremo il caos, ma nessuno ci fermerà. E poi devo riprendere i contatti con i superstiti di Terranova.

– Come vuoi tu. Del resto quando ho deciso di seguirti sapevo che mi stavo mettendo nei guai!

La storia di Mikewfesagse…(e altre 66 lettere)

Christina stava correggendo la bozza della sua tesi. Era arrivata alla parte in cui raccontava la storia che Mike le aveva chiesto di registrare fedelmente. Rileggendola sorrideva, soprattutto perché vedeva ancora davanti agli occhi il volto rapito di Mike mentre la raccontava.

La storia iniziava con il nome completo che Mike le aveva trascritto su un foglio con tutte le 78 lettere. Poi lo aveva pronunciato più volte, avvertendola che il loro alfabeto poteva riprodurre solo parzialmente i suoni della sua lingua. Conservava la registrazione come allegato alla tesi. Tra gli allegati c’erano anche la mappa della costellazione dello scorpione, dove era situata la stella Gliese 667 C e il pianeta Gliese 667 Cc, da dove Mike diceva di provenire[3]. Gliese 667 C era una nana rossa che emetteva luce nello spettro degli infrarossi. Per questo, sosteneva Mike, aveva gli occhi così chiari e doveva portare occhiali da sole scuri qui sulla Terra. Si trovava a 22,7 anni luce dalla Terra, il che voleva dire circa 38 anni di viaggio, considerando che con i motori ad anti-materia la sua civiltà viaggiava al 60% della velocità della luce. Naturalmente il nome del pianeta Gliese 667 Cc nella loro lingua aveva, tradotto nel nostro alfabeto, 39 lettere, quindi convenirono di chiamarlo semplicemente Gliese, dal nome dell’astronomo che per primo compilò il catalogo delle stelle vicine alla terra.

Mike le aveva spiegato che osservavano la Terra da quando ancora viaggiavano a una frazione della velocità della luce e gli equipaggi venivano ibernati per centinaia d’anni. Lui si riteneva fortunato perché, grazie alla durata attuale della vita della sua specie che superava i 200 anni terrestri, la sua generazione poteva viaggiare fino alla Terra e tornare sperando di incontrare ancora qualche faccia conosciuta.

Fino a qui normale caso di paranoia, poi cominciava la sindrome di Gerusalemme. Mike si era tolto gli occhiali da sole (lo faceva la sera quando l’illuminazione della stanza era fioca) e le aveva raccontato che i suoi antenati avevano cominciato a frequentare il nostro pianeta quando avevano sentito di un evento prodigioso, la nascita di un bambino-Dio. Curioso come, di tutti i pianeti della galassia, un evento del genere fosse accaduto proprio qui, in un pianetino periferico e insignificante. Ma se così era, loro si erano sentiti in dovere di conoscere e proteggere quel pianeta unico. I terrestri secondo lui erano custodi di verità preziose per tutto l’universo, ma sembravano non esserne consapevoli. E poi aveva continuato con una serie di assurdità pseudo new age sui “Re Magi” che erano in realtà visitatori da Gliese. Naturalmente la cometa che avevano seguito era la loro astronave madre. E poi giù con una teoria di angeli e di emissari, inviati sulla Terra per proteggerci e fare in modo che il nostro sviluppo non ci portasse a una fine catastrofica.

Christine rilesse dai suoi appunti la frase esatta che Mike, fissandola con i suoi occhi chiarissimi, le aveva detto: “In qualche modo avete superato la prima fase a rischio auto-distruzione di una civiltà, quella nucleare. Avete trovato un equilibrio, anche se precario. Ora state entrando nella seconda fase a rischio auto-distruzione, quella dell’intelligenza artificiale. Dalle nostre statistiche il 18% delle civiltà non supera la prima fase, mentre il 63% si autodistrugge in tutto o in parte nella seconda fase per incapacità di governare le intelligenze artificiali e le altre tecnologie evolute. Ciò che rende particolarmente insidiosa la seconda fase è il fatto che generalmente l’affermazione delle intelligenze artificiali si inserisce in un contesto di instabilità, con larga disponibilità di armi (nucleari e non solo) e l’esplosione delle manipolazioni genetiche. Noi abbiamo superato la quinta fase critica e ci consideriamo i vostri custodi: siamo qui per aiutarvi a sviluppare un rapporto equilibrato con la vostra tecnologia. Io sono il custode di questa parte del mondo.

– Quindi noi saremmo una specie che ha e avrà sempre bisogno di “custodi” che si prendano cura di noi? – chiese Christine.

Il delirio di Mike, e in particolare questa sorta di “paternalismo intergalattico”, la interessava e la divertiva insieme, anche se cercava di dissimulare questi sentimenti.

– Di sicuro ne avete bisogno ora, – rispose serio Mike. – Ma non resteremo per sempre. Ce ne andremo appena diventerete i custodi di voi stessi.

Poi aveva continuato a sproloquiare sulla genesi e sui due alberi, della vita e della conoscenza. Diceva che la storia all’inizio della Bibbia non parlava del passato ma era una profezia sul futuro, di quando l’intelligenza artificiale avrebbe permesso l’esplosione della conoscenza e la manipolazione della vita.

Insomma Mike era uno di quelli (e non erano pochi) che, dopo aver visitato Gerusalemme, impazzivano e deliravano di catastrofi e salvezza. Di solito era il soggetto stesso il salvatore del mondo. Mike, più modestamente, si era autocandidato a salvatore di quella “parte del mondo”.

Patagonia

Alexandra e Mustafà avevano raggiunto la costa ovest dell’Africa dopo giorni e giorni di piste sterrate nel deserto. Dopo una settimana erano riusciti a imbarcarsi su un mercantile diretto in Argentina. Avevano attraversato la Pampa su camion e altri mezzi di fortuna e ora si trovavano a El Chaltén. Il paese era quasi completamente spopolato. Resistevano pochi alberghi e qualche negozio, che supportavano gli scalatori che ancora confluivano in quella parte sperduta del mondo per scalare il Cerro Torre. La catena del Campo de Hielo Sur incombeva sullo sfondo.

– Quando arriveranno? – chiese Mustafà dalla veranda dell’alberghetto in cui alloggiavano.

– A giorni. Gli ultimi messaggi che ho captato dicevano che il gruppo che chiamano i pionieri sono a pochi giorni da qui.

– E gli altri?

– La maggior parte delle persone ha preferito fermarsi in nord America, sulla costa est. Un secondo gruppo si è stabilito nel nord del Brasile. In realtà alla fine quelli che hanno deciso di proseguire verso Antartica sono dai tre ai quattrocentomila.”

– Ti dispiace?

– Non troppo. In realtà non era verosimile l’idea di spostare due milioni di persone da Terranova ad Antartica. E poi ho buone speranze che mio padre sia tra i pionieri che stanno venendo qui.

– Allora non ci resta che aspettare, – concluse flemmatico Mustafà.

E così fecero, immersi in quella natura feroce e bellissima.

La fuga

Christine era arrivata la mattina presto all’ospedale di Mount Scopus e stava lavorando con Mike per raccogliere gli ultimi dati per la sua tesi. Ormai lo vedeva più come un amico o un parente un po’ strano che come un paziente. Ora non lo tenevano più legato e avevano anche ridotto le dosi di tranquillanti. Però quella sera Mike sembrava stranamente irrequieto, qualcosa evidentemente lo turbava. Osservò la porta e il militare di guardia oltre il vetro, si raccolse in se stesso come preparandosi a una recita e infine cominciò a parlare tranquillamente raccontandole del suo pianeta. A lei piaceva ascoltare quelle favole, era come stare a sentire il Piccolo Principe. Lo ascoltò per un po’ fino a quando improvvisamente e senza nessun preavviso Mike si alzò, le rubò la penna e gliela puntò a un occhio tenendola per la gola. Urlò che l’avrebbe uccisa e costrinse il guardiano ad aprire la porta. Lei rimase passiva e intontita, ma Mike agì in modo rapidissimo. Mentre la guardia chiamava la sicurezza, lui la trascinò per il corridoio fino all’armadietto dove erano contenute le maschere antigas e gliene fece indossare una. Poi si sistemò la propria e la trascinò fuori dall’edificio.

Pochi minuti dopo Christine sentì le sirene partire e, quasi contemporaneamente, udì anche il sibilo e l’esplosione. Vivere a Gerusalemme significava sentirsi sempre un po’ sotto assedio, così lei non aveva fatto caso più di tanto all’escalation di tensione degli ultimi giorni con i paesi vicini. Purtroppo da quando il blocco americano era crollato, Israele era passato da un paese sull’orlo della guerra a un paese sull’orlo della distruzione. Christine in fondo sapeva che aveva ragione suo padre quando diceva, per convincerla a non andare a Gerusalemme, che era solo questione di tempo. Ed ora, anche per quella piccola enclave di ordine nel caos che era Israele, il tempo era finito.

Quando rivedeva quella scena nella sua memoria si richiedeva come Mike avesse saputo che si trattava di un attacco chimico-batteriologico. Tutti gli altri lo avevano capito qualche minuto troppo tardi. Quando si risvegliò, Christine si ritrovò sul sedile posteriore di un veicolo militare. Mike stava guidando.

– Dove stiamo andando? – chiese alzandosi a sedere.

– Il più lontano possibile da qui.

– Si sa cosa è successo?

– Attacco chimico-batteriologico su larga scala. Non si sa ancora quale agente abbiano usato, ma i razzi sono caduti su tutto il paese. È stata una carneficina. Tranne i pochi che sono riusciti a infilarsi le maschere in tempo, tutti gli altri sono morti.

– Ma l’esercito? I sistemi antimissile? – chiese Christine angosciata.

– Il bombardamento è stato preceduto da un cyber-attack che ha annientato le difese antimissilistiche israeliane. Ormai Israele non è l’unico a poter colpire in questo modo.

Christine rimase in silenzio. Poi chiese: – Ed ora cosa faremo?

– Intanto ci spostiamo. Qui non possiamo rimanere. Questo veicolo militare ha filtri anti batteriologici e scorte di acqua e cibo per una settimana.

– Ma come facevi a sapere che si trattava di un attacco di questo tipo? – chiese Christine.

– Diciamo che sono in comunicazione con altri custodi. Qualcuno si trovava in uno dei paesi da cui è stato lanciato l’attacco.

Dove finiva la follia e dove iniziava la preveggenza? Christine si sentiva confusa e disorientata, in balia di un uomo che prima stava per ucciderla e poi le aveva salvato la vita. Seppe solo chiedere: – Ma dove andremo?

– Ad Antartica, – rispose Mike senza pensarci.

Isolazionismo

Maximilian era tornato da Tommaso per aggiornarlo. Insieme a Tommaso, nella terrazza coperta affacciata sulla baia di Ross, c’era anche don Carlo. Era ormai molto vecchio e quando lo vide Max pensò che loro erano un po’ tutti degli esiliati, ma don Carlo era un esiliato due volte. Infatti, non aveva solamente lasciato l’Europa martoriata da cui tutti erano fuggiti, ma aveva anche vissuto il collasso della sua Chiesa, quella che un tempo si chiamava Cattolica. Ora era spaccata in tre correnti principali: i Tradizionalisti, i Modernisti e i Neo-ariani. Don Carlo si era rifiutato di schierarsi, e questo lo aveva posto in una sorta di esilio spirituale.

Entrò togliendosi le pesanti protezioni da esterno e li salutò formalmente.

– Vieni Max, siediti a bere qualcosa con noi. Le mie donne mi hanno lasciato, sono da qualche parte nella città sotterranea, così possiamo parlare con tranquillità, – disse Tommaso affabile.

– Grazie, – rispose Max sedendosi. In realtà era dispiaciuto che non ci fosse Lea, la figlia di Tommaso, ma del resto dovevano discutere di temi delicati, forse era meglio così. – Sono venuto a darle un aggiornamento sulla situazione di Terranova.

– Parla pure e non ti preoccupare, don Carlo viene a sapere più segreti di me e te messi insieme, ma è riservato come una tomba!

– Bene. Allora innanzitutto abbiamo appurato che il problema con Terranova non era di comunicazione. C’è stata un’esplosione nucleare su Luna 3 e un incidente di severità elevata con i sistemi di supporto vitale gestiti da NOVA, l’intelligenza artificiale primaria di Terranova. Non sappiamo molto di più se non che NOVA ha preso iniziative discutibili e una parte consistente della popolazione ha lasciato l’isola.

– Abbiamo sentito, – rispose Tommaso. – Ne stavamo parlando proprio ora io e don Carlo. Speriamo di non trovarci mai in una situazione simile.

– Speriamo e preghiamo, – disse don Carlo, – però credo che NOVISSIMA sia, a dispetto del nome e dal fatto che siamo partiti a svilupparla dallo stesso kernel, strutturalmente diversa da NOVA.

– Vorrei vedere, con tutte quei checkpoint etici che abbiamo inserito negli algoritmi e nei processi di governance, – disse Tommaso.

– Ma è proprio grazie all’importanza data alla valutazione etica in tutte le fasi, dalla progettazione alla realizzazione, che fa di NOVISSIMA un’intelligenza artificiale diversa dalle altre, – riprese don Carlo. – Anche il comitato etico che approva le evoluzioni dell’AI e delle tecnologie strategiche ha avuto un ruolo importante nell’indirizzare le nostre scelte. Sicuramente NOVA è più potente, ma anche più instabile. E purtroppo i fatti ci danno ragione.

– Ma non dovremmo fare qualcosa per aiutare Terranova?, – chiese Max inserendosi nella conversazione per riportarla a temi più concreti.

– È una decisione che spetta al Consiglio di Antartica, – disse Tommaso. – Ma attualmente mi pare che l’isolazionismo prevalga nettamente su ogni altra posizione.

– Resteremo isolati fino a estinguerci, – disse don Carlo scrutando l’orizzonte. – Ci siamo costruiti una prigione dorata, ma è pur sempre una prigione.

– Sono d’accordo con te don Carlo, – disse Tommaso, – ma se non succede qualcosa non penso che il Consiglio si smuoverà da questa posizione.

Max finì il suo rapporto con una sintesi dello stato della sicurezza di Antartica e poi ritornò verso il suo ufficio. Non poteva fare a meno di pensare alle persone di Terranova e al disastro che le aveva travolte. Ma forse, a pensarci bene, il disastro aveva travolto ormai tutto il mondo tranne Antartica. Fino a quando sarebbe rimasta un’isola felice?

 

  1. Bye the way, la Sindrome di Gerusalemme esiste realmente: https://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Gerusalemme
  2. A.I.C.A., o Asian Indo-Chinese Alliance, era l’unione dei maggiori Paesi asiatici. Includeva la Cina, l’India, la Mongolia, la Corea, il Vietnam e gli altri stati dell’ex Indocina. Conteneva circa la metà degli abitanti del pianeta.
  3. https://it.wikipedia.org/wiki/Gliese_667_Cc

Racconto sul futuro dell’intelligenza artificiale

Episodio 1

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