Artificial Inventors: il paradosso dei brevetti per le opere create da intelligenze artificiali

La gestione della proprietà intellettuale di opere create da AI mette in crisi i sistemi di brevetto internazionali. Il mercato chiede soluzioni per non frenare l'indotto delle invenzioni AI-Powered, ma l'European Patent Office dice no [...]
Gioele Fierro

COO & Engineering Director Globsit

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Secondo una recentissima decisione dell’European Patent Office, che segue le decisioni dell’UKIPO in Inghilterra e dell’USPTO in America, non può essere assegnato un brevetto a un’AI. Quali sono i motivi di questa decisione? E chi può essere definito un inventore?

Un’AI può inventare qualcosa?

La risposta a questa domanda varia a seconda della lingua che si usa per definire il termine. In italiano, ad esempio, il dizionario Treccani definisce l’inventore come: “chi inventa o ha inventato qualche cosa, chi per primo crea o trova o anche diffonde cosa che prima non esisteva o era sconosciuta”. Secondo questa definizione, quindi, chiunque crei qualcosa di nuovo è un inventore: dunque, anche una macchina intelligente, se assolvesse a questo ruolo, potrebbe essere definita tale. Il discorso cambia quando si prova a definire lo stesso termine in lingua inglese. Il dizionario Collins, ad esempio, traducendo la definizione in italiano, dice che “un inventore è una persona che ha inventato qualcosa, o il cui lavoro è inventare delle cose”. Già dalla definizione intuiamo che, in questo caso, inizia a risultare complesso inquadrare un’intelligenza artificiale nel contesto. Si parla esplicitamente di persone che inventano, e non di macchine che hanno una capacità affine.

È su questi dettagli che si prova ad aggiornare la regolamentazione internazionale in ambito brevetti, per adattarla a un presente nel quale non solo le persone sono in grado di creare opere d’ingegno, ma anche le macchine, se appositamente programmate. La situazione è molto articolata perché, da un lato, c’è il mercato che ha bisogno di regole chiare per attrarre investimenti ma, dall’altro, ci sono gli organi preposti che si trovano a fronteggiare definizioni tutt’altro che lineari. Se è un algoritmo a inventare qualcosa, chi godrà dei benefici economici? L’ente giuridico che ha scritto l’algoritmo? L’ente giuridico che possiede la macchina che l’ha eseguito? Chi ha costruito l’hardware? E l’AI stessa può essere considerata un ente giuridico?

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AI, invenzione e brevetto: la Invention Machine

Creare sistemi autonomi in grado di inventare qualcosa non è un’idea recente. Nell’ormai lontano 1994, Stephen Thaler ideò una “Creative Machine”, ovvero una rete neurale che, interagendo con se stessa e con altre macchine, era in grado di generare nuovi pattern di informazioni. Lo stesso Thaler ha, più recentemente, inventato DABUS (device for the autonomous generation of useful information), un’AI che è stata in grado di inventare un contenitore per il cibo dalla particolare forma frattale, e un segnale luminoso efficace da usare in caso di emergenze. Thaler, proprio per queste invenzioni, ha chiesto l’assegnazione di un brevetto in USA, UK e in Europa, ma su questo torneremo più avanti.

Thaler non è l’unico a essersi cimentato nell’impresa di sviluppare un sistema autonomo in grado di generare invenzioni del tutto nuove. John Koza, professore della Stanford University, ad esempio, ha dato vita alla “Invention Machine” che, partendo da un set basico di informazioni, ha inventato nuovi circuiti elettrici, nuovi tipi di antenne e addirittura sistemi di lenti mai esplorati in precedenza. La Invention Machine gode di un brevetto, ma le opere d’ingegno di questa AI non possono attualmente essere attribuite direttamente a nessuno.

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La chimica è un altro ambito interessato alla rivoluzione degli “inventori artificiali”. L’AI e l’apprendimento automatico sono diventati essenziali per l’industria farmaceutica, perché velocizzano il design di nuove molecole che hanno il potenziale di rivoluzionare la medicina moderna. Questo paradigma della scoperta scientifica rappresenta una delle frontiere più entusiasmanti per l’AI, che in futuro potrebbe avere un ruolo centrale nella ricerca, scoprendo nuove sostanze per farmaci migliori, materiali per batterie più efficienti, sistemi di filtraggio per la riduzione della CO2, nuove celle per alimentazioni alternative e molte altre cose.

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Gli aspetti legali del brevetto di invenzioni dell’AI

Alcuni pionieri dell’AI hanno iniziato a muoversi per sottolineare l’importanza di un adeguamento normativo in grado di gestire la proprietà intellettuale di opere che non sono state create da esseri umani, ma da macchine in grado di auto-apprendere. La battaglia di Stephen Thaler, che abbiamo già citato nel paragrafo precedente, per l’assegnazione del brevetto alle invenzioni della sua intelligenza artificiale DABUS, ha tutte le caratteristiche per entrare nella storia del progresso tecnologico.

Thaler ha, infatti, richiesto i brevetti per il contenitore alimentare e il segnale d’emergenza ideati da DABUS, e l’ha fatto in USA, Regno Unito e Unione Europea. In tutti e tre i casi gli enti hanno riscontrato che le opere avevano tutti i requisiti necessari per ottenere un brevetto, ma hanno negato la possibilità di assegnare questo brevetto a un’AI.

L’USPTO, ad esempio, ha rigettato l’istanza perché i regolamenti utilizzano pronomi specifici nel definire il possessore del brevetto, e questi pronomi non risultano compatibili con un’AI. La conclusione tratta dalla commissione è che, secondo la giurisprudenza, l’invenzione è un atto mentale, e quindi può essere attribuita soltanto a chi, per l’appunto, possiede una mente, quindi, solo a una persona fisica. Thaler si è anche appellato a questa decisione, ma il risultato non è cambiato.

Le conclusioni dell’EPO sono leggermente differenti, anche se la sostanza non cambia. Gli uffici europei che regolamentano i brevetti non si sono espressi sulla “capacità” di un’AI di creare un’invenzione, ma hanno semplicemente affermato che una macchina non ha i requisiti legali per poter vantare un diritto quale inventore. Quindi, la richiesta è stata respinta.

Anche nel Regno Unito la forma è differente, ma il verdetto resta il medesimo. L’UKIPO ha affermato che le invenzioni possono legittimamente essere considerate brevettabili e che questa creazione è attribuibile a DABUS. La richiesta di brevetto, però, dev’essere presentata formalmente da una persona fisica, quindi il procedimento avviato da Thaler non risulta valido.

L’unico risultato positivo è stato ottenuto in Sud Africa: l’ufficio di brevetti del paese, infatti, ha ritenuto valida la richiesta e ha, quindi, assegnato il brevetto per un nuovo tipo di contenitore alimentare all’AI progettata da Thaler.

Lo sforzo di Thaler, che non è ancora giunto al termine, ha evidenziato tutti i problemi della regolamentazione vigente in ambito brevetti. Il contenitore alimentare può essere considerato un dettaglio marginale, il focus di tutti questi procedimenti attivi in varie parti del mondo è la domanda posta all’inizio di questo articolo: può un’AI essere considerata un inventore a tutti gli effetti?

Conclusioni

Il diritto, storicamente, fa parecchia fatica a tenere il passo dell’innovazione tecnologica, e questo è un freno per gli investimenti e, quindi, per la ricerca. I recenti progressi dell’apprendimento automatico hanno fatto sembrare antiquate le regolamentazioni di tutto il mondo.

Servono nuove definizioni e nuovi strumenti legali in grado di anticipare il futuro. Anche se siamo ancora molto lontani da un’AI forte, ovvero da un’AI che possa emulare il pensiero umano, possiamo già vedere come le macchine autonome iniziano a porre dubbi su concetti complessi che riguardano i diritti, i doveri e anche la definizione stessa di personalità giuridica, esistenza e senzienza.

Possiamo affermare con sicurezza che la battaglia di Thaler è un primo passo verso la definizione di un framework legale che tenga conto dello stato attuale della tecnologia, ma che soprattutto si prepari a quello che sarà il futuro della computazione.

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