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Oltre il visore, cos’è l’AI Embodied e a cosa serve



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In un’epoca dominata da chatbot e generatori di immagini, l’intelligenza artificiale sta vivendo una metamorfosi profonda: da entità digitale astratta a presenza fisica concreta, capace di interagire con il mondo reale attraverso corpi robotici

Pubblicato il 29 gen 2026

Monica Magnoni

Founder & Chief Experience Officer



soggetto che usa visore vr

Al CES 2026 di Las Vegas, svoltosi all’inizio di gennaio, la transizione da entità digitale astratta a presenza fisica concreta ha rubato la scena, con umanoidi e robot embodied che hanno dimostrato autonomie inimmaginabili fino a pochi mesi fa. Non più confinati in data center o schermi, questi sistemi “fisici” rappresentano l’evoluzione verso un’AI embodied.

Il 2026 segna il passaggio essenziale, dalla “generative AI” alla “Physical AI“: una rivoluzione che, unendo robotica, spatial computing e gemelli digitali, promette di trasformare il business da un modello basato sui dati a uno fondato sull’azione.

L’era della Embodied AI: l’intelligenza esce dallo schermo

Per due anni abbiamo osservato l’intelligenza artificiale diventare straordinariamente abile nel parlare, scrivere testi, riassumere documenti, programmare codice, generare immagini o video. Questa intelligenza è tuttavia rimasta a lungo confinata dietro il perimetro bidimensionale di uno schermo, capace di elaborare miliardi di dati ma privo di una presenza nel mondo materiale.

Nel frattempo, la narrazione dell’innovazione immersiva si è concentrata quasi esclusivamente sul visore: interfacce spaziali, collaborazione in realtà aumentata, gemelli digitali.

Oggi assistiamo a un cambio di fase epocale. L’AI non si limita più a rappresentare il mondo o a descriverlo. Comincia a muoversi “dentro” di esso, a manipolarlo e a prendere decisioni che hanno conseguenze fisiche. Il 2026, inaugurato dalle innovazioni dirompenti del CES di Las Vegas, segna ufficialmente l’inizio dell’era della Embodied AI (intelligenza artificiale incarnata).

Se il visore è stato la promessa di un “computer nello spazio”, l’AI fisica è la promessa di un’AI con un corpo, che lavora dove serve: magazzini, fabbriche, ospedali, strade, cantieri. E per il business significa una cosa semplice: l’AI non resta più confinata nei processi digitali, entra nei processi operativi.

Il corpo come interfaccia: dal phygital all’embodied

Chi si occupa di retail immersivo, spaziando tra eventi ibridi e digital twin interattivi, sa che la vera innovazione sta nell’integrazione, non nella separazione dei mondi.

L’embodied AI porta questo concetto a un livello completamente nuovo. Non si tratta più di sovrapporre layer digitali al mondo fisico o di trasportare persone in ambienti virtuali. Si tratta di dare all’intelligenza artificiale la possibilità di abitare lo spazio fisico, di comprendere la materialità degli oggetti, di sperimentare la gravità, l’attrito, la resistenza. Di sviluppare, in sostanza, una forma di “intelligenza spaziale” che nasce dall’interazione diretta con il mondo.

Il progetto ergoCub dell’IIT di Genova ne è un esempio perfetto. Questo robot umanoide alto 1,50 metri è stato progettato per collaborare con gli esseri umani in ambienti di lavoro, con particolare attenzione alla sicurezza e all’ergonomia.

Le sue espressioni facciali sono state scelte dopo uno studio condotto con Ipsos su mille lavoratori reali. Non è solo tecnologia: è design dell’esperienza applicato alla robotica, dove l’accettabilità sociale diventa parte integrante del progetto.

Che cos’è davvero l’AI “fisica” (e perché non è solo marketing)

Secondo la visione che sta emergendo dai principali player tecnologici, in particolare Nvidia, la Physical AI abilita macchine autonome a “percepire, comprendere e svolgere azioni complesse nel mondo reale”. Non si tratta semplicemente di applicare l’AI a robot preesistenti, ma di una fusione organica tra hardware e software.

In pratica, è la convergenza di quattro ingredienti:

  1. Percezione multimodale: l’integrazione di videocamere, lidar, sensori tattili e di forza che permettono alla macchina di “sentire” l’ambiente.

2. Cervello: modelli capaci di fondere segnali (vision + linguaggio + stato della macchina), per pianificare azioni, non solo parole.

3. Corpo: attuatori, manipolatori, locomozione (ruote, gambe), pinze e mani, sistemi di sicurezza.

4. Addestramento e validazione: simulazioni fisiche, dati sintetici, ambienti di test per ridurre rischi e costi.

La differenza rispetto alla “classica” automazione industriale è che non stiamo più programmando ogni singolo movimento in modo rigido. Stiamo creando agenti che generalizzano, imparano nuove abilità dall’osservazione e si adattano a varianti e imprevisti.

La riscossa dei robot umanoidi e il ruolo di Nvidia

Il CES 2026 non è stato solo una vetrina di gadget, ma il palcoscenico di una metamorfosi industriale. Se le edizioni precedenti erano dominate dalla “corsa ai modelli” (chi ha il LLM più potente?), quest’anno l’attenzione si è spostata sulla “corsa al corpo”.

Come il caso di Boston Dynamics Atlas. Nato come esperimento di laboratorio e “fenomeno di YouTube”, ha ora una roadmap chiara verso l’industrializzazione, prevista entro il 2028, a dimostrazione che la robotica umanoide sta trovando il suo spazio commerciale.

Boston Dynamics Atlas

Non si tratta più di replicare l’uomo ma di utilizzare le capacità di manipolazione e locomozione degli umanoidi in ambienti industriali progettati per gli esseri umani, colmando un gap significativo nella forza lavoro e nella gestione di compiti ripetitivi o pericolosi.

In questo contesto, il progetto GR00T di Nvidia agisce come un catalizzatore, fornendo una piattaforma universale per l’addestramento di robot umanoidi. Grazie a questa infrastruttura, l’AI non deve più essere addestrata da zero per ogni specifico robot; può imparare in ambienti simulati e trasferire quella conoscenza nel mondo reale (Sim-to-Real).

Questo significa che la barriera all’ingresso per le imprese si sta abbassando drasticamente: l’AI fisica non è più un lusso per pochi giganti tecnologici, ma una tecnologia di frontiera che sta per entrare nelle fabbriche, nei magazzini e, presto, nei nostri spazi commerciali.

Per un’azienda, questo significa passare da una strategia “data-driven”, dove l’AI suggerisce cosa fare, a una strategia “action-driven”, dove l’AI esegue fisicamente le operazioni nel mondo reale.

Spatial Computing e XR: la palestra virtuale per l’AI fisica

Chi lavora nel campo delle tecnologie immersive ha vissuto negli ultimi anni un paradosso: mentre l’hype sul “metaverso” svaniva, le tecnologie che lo costituivano diventavano sempre più pervasive. Lo Spatial computing ha insegnato ai computer a comprendere lo spazio 3D e oggi questa competenza è la “palestra” fondamentale per l’AI fisica.

In questo scenario, il legame tra tecnologie immersive e robotica diventa il vero motore dell’innovazione. Spesso tendiamo a considerare lo Spatial computing e la realtà estesa (XR) come strumenti destinati esclusivamente al consumo umano – visori per il gaming o per la collaborazione remota. Al contrario, la realtà è che l’XR è diventata la “palestra” fondamentale per l’intelligenza artificiale fisica.

I digital twins si sono evoluti: non sono più semplici rappresentazioni statiche di un impianto industriale utilizzate per il monitoraggio, ma sono diventati mondi sintetici iper-realistici dove gli agenti AI possono “vivere” milioni di ore di esperienza. Piattaforme come Nvidia Omniverse e Isaac Sim permettono di addestrare i robot a gestire l’imprevisto – un ostacolo improvviso, un cambio di luce, un oggetto fragile – senza i rischi e i costi di un addestramento nel mondo fisico.

Ma c’è di più: le tecnologie immersive permettono un’interazione uomo-macchina senza precedenti attraverso l’imitation learning. Un operatore esperto, indossando un visore e dei guanti aptici, può “teleoperare” un robot a chilometri di distanza, guidandolo in compiti complessi come la manutenzione di un motore o la preparazione di un farmaco.

L’AI osserva, impara dai movimenti fluidi dell’umano e interiorizza la competenza. In questo modo, l’XR non serve solo a far entrare l’uomo nel digitale, ma a far entrare l’intelligenza digitale nel mondo fisico. È un ponte a doppia corsia che sta ridefinendo il concetto di “presenza”.

Quando l’AI mette i piedi per terra

Il 2025 segna un punto di svolta nella storia della robotica e dell’intelligenza artificiale. Al CES 2026 di Las Vegas la scena è stata dominata non dai soliti prototipi spettacolari, ma da annunci concreti di distribuzione industriale.

La Cina ha già preso il comando di questa rivoluzione. Con oltre 200 aziende che sviluppano sistemi umanoidi e il 63% del controllo della catena di approvvigionamento globale per componenti chiave, Pechino sta trasformando quella che era fantascienza in asset quotabile. Secondo Morgan Stanley, entro il 2050 potrebbero essere operativi fino a un miliardo di robot umanoidi, generando ricavi annui nell’ordine dei 5mila miliardi di dollari.

I casi d’uso che scalano: dove il ROI incontra l’azione

Oltre il visore, il punto non è solo vedere la realtà, è cambiarla. L’AI fisica sposta il baricentro su KPI operativi concreti: tempi ciclo, riduzione degli scarti, sicurezza sul lavoro e saturazione degli impianti. Ma dove vedremo il ritorno sull’investimento (ROI) più immediato?

Logistica e magazzini: picking e movimentazione in ambienti semi-strutturati sono i primi ambiti a scalare, grazie a “visual agents” capaci di gestire l’inventario in tempo reale.

Manifattura e assemblaggio: qui la sfida è la destrezza. L’AI fisica permette di gestire materiali deformabili, cavi e viti, compiti finora impossibili per la robotica tradizionale.

Sanità e precisione: dalla chirurgia assistita a robot che apprendono procedure complesse come la sutura, con standard di sicurezza elevatissimi.

Lusso e retail: esperienze di “iper-personalizzazione fisica” dove l’AI gestisce la logistica invisibile o crea installazioni interattive che reagiscono fisicamente alla presenza del visitatore.

I nuovi confini dell’experience design

Anche rispetto all’experience design l’embodied AI apre a scenari completamente nuovi- Se fino a oggi abbiamo progettato esperienze per persone che interagiscono con interfacce digitali o ambienti virtuali, domani dovremo progettare esperienze che coinvolgono anche entità artificiali dotate di presenza fisica.

Questo richiede di ripensare tutto: dal customer journey design (che dovrà includere touchpoint con AI incarnate) alla progettazione degli spazi fisici (che dovranno essere navigabili sia da umani che da robot), fino alla comunicazione del brand (come si costruisce una relazione di fiducia con un’AI che ha un corpo?).

Il caso del flagship Bershka a Milano, con le sue fitting room dotate di tecnologia RFID e realtà aumentata, mostra già una direzione: l’integrazione tra shopping fisico e digitale attraverso tecnologie immersive. Il passo successivo potrebbe essere l’introduzione di assistenti robotici che supportano i clienti con consigli personalizzati, gestiscono il magazzino in tempo reale e creano un’esperienza di shopping veramente phygital.

Governance, sicurezza e sfide dell’adozione su scala

L’ingresso dell’AI nello spazio fisico porta con sé sfide monumentali. Se un errore di un chatbot genera un’allucinazione testuale, un errore di un’AI fisica può avere conseguenze materiali. La “Safety” diventa il pilastro centrale: le aziende devono implementare protocolli rigorosi per garantire un’interazione sicura tra umani e agenti fisici.

Emerge inoltre il tema della sovranità dei dati spaziali. I robot mappano costantemente gli ambienti aziendali in 3D: chi possiede queste mappe? Come vengono protette queste informazioni che descrivono non solo cosa facciamo, ma dove e come operiamo?

E ancora, per i leader d’impresa, la sfida è culturale: gestire team ibridi richiede di evolvere da manager di processi a “architetti di ecosistemi”, capaci di orchestrare una sinfonia di presenze fisiche e virtuali.

La strada verso una diffusione massiva dell’embodied AI è ancora lunga e costellata di molte sfide significative:

  • La sfida economica: i costi di produzione dei robot umanoidi, pur in calo, rimangono elevati. Le aziende cinesi stanno puntando su economie di scala per abbatterli: Unitree vende i suoi umanoidi a circa 15mila dollari, mentre RobotEra punta a raggiungere i 36mila dollari per unità.
  • La sfida tecnologica. Nonostante i progressi impressionanti, la manipolazione fine degli oggetti, l’adattamento a contesti completamente nuovi e la robustezza operativa in ambienti non controllati restano problemi aperti. I modelli VLA stanno migliorando rapidamente ma siamo ancora lontani dalla fluidità e dall’adattabilità di un essere umano.
  • La sfida sociale e culturale. L’accettabilità dei robot umanoidi varia enormemente tra contesti e culture diverse. Questioni di privacy, sicurezza sul lavoro, impatto occupazionale e aspettative etiche richiedono un dialogo aperto tra tecnologi, aziende, lavoratori e cittadini.

Conclusioni

Guardando alla convergenza tra spatial computing, AI generativa e robotica umanoide, emerge un pattern chiaro: l’intelligenza artificiale sta uscendo dai data center e assumendo forme sempre più tangibili e integrate nel nostro quotidiano.

Si tratta di ripensare completamente il rapporto tra digitale e fisico, tra intelligenza e corpo, tra virtuale e reale.

L’embodied AI rappresenta, in questo senso, l’evoluzione naturale delle tecnologie immersive. Se lo spatial computing ci ha insegnato a far dialogare spazi fisici e digitali e se la realtà aumentata ci ha mostrato come sovrapporre informazioni virtuali al mondo reale, ora l’AI incarnata ci dimostra che l’intelligenza artificiale può letteralmente abitare lo spazio accanto a noi.

Per le aziende questo significa nuove opportunità di innovazione, efficienza e creazione di valore. Significa ampliare le competenze per includere la progettazione di esperienze che coinvolgono entità artificiali con presenza fisica. Per gli imprenditori significa non guardare all’AI solo come a un software da installare, ma come a una capacità d’azione da integrare nei propri asset fisici.

Per tutti noi significa prepararsi a un futuro in cui l’intelligenza artificiale non sarà più confinata negli schermi, ma camminerà accanto a noi, collaborerà con noi e, in qualche modo, condividerà con noi lo stesso spazio fisico.

La rivoluzione dell’embodied AI è appena iniziata. E come tutte le vere rivoluzioni non cambierà solo la tecnologia. Cambierà il modo in cui lavoriamo, interagiamo e pensiamo al rapporto tra intelligenza e mondo fisico.

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