Il baricentro tecnologico mondiale in pochi anni si è spostato dai sobborghi di Palo Alto ai grattacieli di San Francisco, in quella che oggi viene chiamata Cerebral Valley, la valle dell’intelligenza umana applicata a quella artificiale. E viceversa.
Qui, il potere delle nuove tecnologie non è più distribuito tra migliaia di innovatori, com’è stato in precedenza per molto tempo, ma risulta concentrato nelle mani di pochi leader, visionari, orchestratori e pragmatici: Satya Nadella (Microsoft), Sam Altman (OpenAI), Sundar Pichai (Google/Alphabet), Mark Zuckerberg (Meta), Mustafa Suleyman, passato dalla guida della startup Inflection a quella della divisione Microsoft AI.
Indice degli argomenti:
I generali della guerra per il dominio sull’intelligenza artificiale
“Microsoft, in particolare, si afferma come una delle forze dominanti. Capace di risollevare le sorti di OpenAI durante la crisi di leadership di fine 2023 e di assorbire quasi interamente i talenti di Inflection per lo sviluppo di nuovi modelli”, rileva Gary Rivlin nel libro “I padroni dell’AI“, ovvero ‘Microsoft, Google, Meta e la corsa all’intelligenza artificiale’, come indica il sottotitolo del volume pubblicato da Apogeo di Feltrinelli Editore.

Perché i giganti dominano: la barriera dei miliardi e delle Gpu
La ragione per cui il potere è così polarizzato e concentrato è di natura strutturale e finanziaria. Per addestrare i modelli AI di frontiera non bastano più ‘due ragazzi in un garage’, come hanno fatto ormai oltre quarant’anni fa Bill Gates, i suoi amici e altri allora giovani protagonisti della prima ondata informatica.
Come ha sottolineato anche Suleyman, le startup di AI sono spesso “strutturalmente deboli” nel lungo termine, perché richiedono capitali e potenza di calcolo che solo i giganti possono permettersi, visto che il costo dell’addestramento di un singolo modello può toccare i 100 miliardi di dollari.
I pochissimi colossi hi-tech mondiali, e statunitensi, controllano le Gpu (Graphics processing unit), i chip di Nvidia (come l’H100) diventati la vera valuta del settore.

Le Big tech comandano e prendono tutto, lasciando fuori solo briciole
Chi non possiede decine di migliaia di questi chip e l’accesso a server cloud massicci (come Azure o Google Cloud) è destinato a soccombere o a diventare un licenziatario di tecnologie altrui.
In questo scenario, le startup più promettenti vengono spesso assorbite, secondo un modello strategico per cui le Big tech assumono e portano via i talenti – come ha fatto appunto Microsoft con Suleyman e Inflection –, lasciando spesso le briciole agli investitori iniziali.

Cosa stanno facendo i colossi Usa: dall’assistente di base all’agente operativo (AQ)
I padroni dell’AI stanno riscrivendo il business globale e ora stanno spostando il focus dai semplici chatbot a quella che viene definita la fase dell’AQ (Action Quotient) o quoziente operativo. L’ambito d’azione non è più solo rispondere a una domanda (QI) o mostrare empatia (QE), ma agire per conto dell’utente.
Microsoft sta integrando Copilot in ogni angolo del suo software (Windows, Office, GitHub), trasformando il sistema operativo in un assistente attivo che scrive codici, redige report e programma riunioni.
Google, dopo i primi passi falsi con Bard, sta puntando tutto su Gemini e sull’integrazione dell’AI nella ricerca online (AI Overviews), nonostante le polemiche sulle allucinazioni del sistema.
Meta, d’altro lato, ha scelto la via dell’open source con Llama, sperando di imporre i propri modelli come standard industriale e sfruttare la sua base di miliardi di utenti su WhatsApp e Instagram per detronizzare ChatGPT.
Il ruolo della personalizzazione e della memoria nell’AI
Una delle tendenze in corso più rilevanti è la ricerca di un’AI che abbia ‘memoria specifica’ e una sorta di personalità.
Inflection, con il chatbot Pi, ha dimostrato che esiste un mercato per un’intelligenza artificiale gentile, empatica e capace di ricordare le conversazioni passate per funzionare da confidente o life-coach.

Microsoft ha assorbito questa visione portando Suleyman e il suo team a Redmond proprio per infondere questo ‘tocco umano’ nei propri prodotti.
La prospettiva è quella di un futuro in cui ogni individuo avrà un ‘entourage di agenti’ personali che conoscono le abitudini, le preferenze e gli obiettivi dell’utente, semplificandone radicalmente la vita quotidiana. O almeno queste sarebbero le intenzioni.
Un tempo (ma anche ora) le persone più abbienti potevano avere un maggiordomo, un autista, altro personale di servizio; manager e dirigenti hanno segretarie, collaboratori e portaborse; l’AI dei colossi Usa punta a creare e mettere a disposizione – in maniera almeno apparentemente più ‘democratica’ – una squadra di assistenti digitali.
Prospettive future: tra superintelligenza, bolle finanziarie e rischi esistenziali
Il futuro dell’AI si gioca su due fronti: la rincorsa alla superintelligenza (Agi, Artificial general intelligence) e la sostenibilità economica. Se da un lato OpenAI e Google prevedono che l’Agi è a pochi anni di distanza, dall’altro Wall Street inizia a chiedersi quando questi investimenti miliardari produrranno profitti reali e duraturi.
“Nel 2024 Goldman Sachs e altri analisti finanziari hanno iniziato a descrivere l’AI come sopravvalutata nel breve periodo, prevedendo prima o poi un ridimensionamento del mercato”, sottolinea Rivlin. Insomma, lo scoppio della bolla.
La traiettoria verso il futuro è tracciata
Inoltre, i padroni dell’AI devono navigare in un mare di sfide regolatorie. La Federal Trade Commission (FTC, l’Agenzia federale per il commercio e la concorrenza) negli Stati Uniti e le autorità europee puntano i riflettori anche sulle partnership tra Big tech e startup, temendo che queste collaborazioni siano fusioni camuffate che soffocano la concorrenza.
Nonostante tutto ciò, la traiettoria sembra tracciata: l’AI diventerà l’interfaccia primaria tra uomo e macchina. “Come insegna la storia di Internet, è probabile che sopravvaluteremo l’impatto dell’AI nei prossimi due anni, ma sottovaluteremo la sua capacità di trasformare la società nell’arco di un decennio”, fa notare l’autore di ‘I padroni dell’AI’.
I pochi giganti che oggi hanno in mano le chiavi di questa tecnologia saranno, nel bene o nel male, gli architetti della nostra realtà futura. E bisognerà vedere se saranno ‘solo’ degli architetti, o si riveleranno in altri ruoli.






