In Europa l’adozione dell’intelligenza artificiale sta diventando un indicatore di competitività, ma l’Italia resta indietro. Soprattutto sulla generative AI.
Il dato emerge dall’ultimo EIB Group Investment Survey 2025 (circa 13 mila imprese intervistate nell’Ue), della Banca europea per gli investimenti. Solo il 20% delle imprese italiane dichiara un uso sistematico di strumenti di AI generativa, contro il 37% della media Ue.
Va meglio per l’uso dell’AI intesa in modo più ampio, con big data analytics, dove quindi pesa di più l’AI tradizionale (non generativa).

Per la precisione: nel capitolo sulle tecnologie digitali avanzate, l’Eib raggruppa come “uso” anche chi dichiara di aver implementato queste tecnologie “in parti del business” o di avere “l’intero business organizzato” attorno a loro. E specifica che tutte le imprese sono state interrogate su internet of things e “big data analytics and artificial intelligence”.
La domanda sulla AI generativa, invece, parla di uso “sistematico” di strumenti come ChatGPT, Gemini, Copilot e chiede se l’azienda investe in questi strumenti per migliorare aree specifiche (processi, vendite, sviluppo prodotto, ecc.).

Indice degli argomenti:
Dove l’Italia perde terreno: pmi e alcuni settori
Dentro le aziende italiane, la probabilità di trovare AI generativa cresce con la dimensione: 27% tra le grandi imprese, 15% tra le pmi. Per settori (sempre AI generativa): manifattura 22%, servizi 19%, infrastrutture 21%, costruzioni 11%.

Se però guardiamo al dato “big data/ai” (più largo), il confronto Italia-Ue dice una cosa utile: la manifattura è relativamente vicina alla media, mentre servizi, costruzioni e infrastrutture mostrano scarti più ampi (nel grafico: servizi 24% Italia vs 41% Ue, costruzioni 17% vs 32%, infrastrutture 28% vs 47%, manifattura 51% vs 54%).

Come la usano: più efficienza interna e vendite, meno sviluppo prodotto
Tra le imprese che dichiarano uso di AI generativa, l’Italia la colloca soprattutto su attività operative e commerciali: processi interni (41%) e marketing e vendite (35%).
Seguono sviluppo prodotto (21%) e customer service (12%); risorse umane (6%) resta marginale. Il confronto con la media Ue suggerisce una differenza precisa: tra chi usa genAI, in Europa pesa di più lo sviluppo prodotto (28% Ue) rispetto all’Italia (21%).
Il contesto europeo: l’Ue “aggancia” gli Stati Uniti sul digitale, ma integra l’AI peggio
Nella sintesi pubblicata sul sito Eib, la banca segnala che le imprese Ue hanno ormai livelli simili alle statunitensi nell’adozione di tecnologie digitali avanzate (77% Ue contro 78% Usa) e che la genAI è usata dal 37% delle imprese Ue, in linea con gli Stati Uniti (36%). Facciamo meglio nelle aziende manifatturiere rispetto agli USA.
Lo studio ha rilevato che il 48% delle aziende manifatturiere UE utilizza l’AI, compresi i tipi più datati di apprendimento automatico e i “big data”, contro solo il 28% dei produttori americani.
La differenza con gli Usa, secondo l’Eib, sta nell’ampiezza d’uso: l’81% delle imprese Usa che usano AI la applica in almeno due processi aziendali, contro il 55% nell’Ue. E la stessa sintesi nota che in Europa l’AI resta concentrata su processi interni e marketing/vendite, mentre negli Stati Uniti è più presente anche in customer service e risorse umane.
Cosa osservare adesso
I numeri Eib dicono che l’Italia non è “ferma” sul digitale, ma che fatica di più quando si passa dalle tecnologie avanzate in senso ampio alla genAI, e quando serve portare l’adozione oltre la sperimentazione, dentro più funzioni aziendali.
Il punto, per i prossimi mesi, è capire se la genAI resterà confinata a progetti su efficienza interna e vendite, o se entrerà con più continuità nello sviluppo di prodotto e nei processi core, dove in Europa – e soprattutto negli Usa – l’integrazione appare più estesa. Vedremo come la strategia italiana sull’AI potrà fare (o no) la differenza.







