AI 2026

Agenti e workflow: dall’AI conversazionale all’AI operativa



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L’era dei semplici chatbot sta lasciando spazio ad agenti AI operativi in grado di agire e automatizzare flussi di lavoro complessi. Nel 2026 le aziende integrano intelligenze artificiali non solo per conversare con gli utenti, ma per svolgere compiti: pianificare progetti, gestire processi e prendere decisioni ripetitive

Pubblicato il 16 gen 2026

Fabio Lalli

Consulente in trasformazione digitale – AI & product strategy



valutazione agenti AI

Nel recente passato, parlare di “AI in azienda” evocava spesso l’immagine di un chatbot: un assistente virtuale capace di rispondere a domande e conversare con gli utenti. Molte imprese hanno sperimentato con chatbot su siti web o come supporto interno, ottenendo benefici limitati ma significativi in termini di servizio 24/7 e smistamento richieste. Questi sistemi erano reattivi e confinati al dialogo.

Nel 2026 stiamo assistendo a un’evoluzione: dall’AI conversazionale all’AI operativa. Cosa significa? Significa che l’intelligenza artificiale non si limita più a chiacchierare o fornire informazioni, ma compie azioni e porta avanti interi flussi di lavoro in autonomia.

Gli agenti AI sono software intelligenti in grado di percepire contesto, prendere decisioni e agire su sistemi esterni. Già nel 2025 si intravedevano segnali di questa transizione. Un articolo predittivo all’inizio del 2025 parlava di “agenti autonomi” come evoluzione dei chatbot: sistemi capaci di fissare appuntamenti, scrivere codice, gestire email e altro, senza intervento umano continuo.

A fine 2025, i dati confermavano la tendenza: gli analisti notavano che le aziende più avanzate stavano spingendo l’AI oltre la semplice risposta, integrandola nei propri processi operativi. Secondo una ricerca di fine anno, entro il 2026 agenti contestuali gestiranno sempre più compiti end-to-end come il tracciamento di progetti o l’ottimizzazione di campagne, con molto meno bisogno di prompt umani frequenti. È la concretizzazione di quell’idea di autonomia che circolava già nel gergo tecnico (si pensi a termini come AutoGPT emersi nel 2023): ora non è più un esperimento da laboratorio, ma una capacità richiesta nei software enterprise.

Dall’automazione delle attività alla rivoluzione dei processi

L’adozione di agenti AI cambia il concetto di workflow. In passato, per automatizzare un processo aziendale si ricorreva magari a script statici o a Robotic Process Automation (RPA) che eseguiva compiti ripetitivi su interfacce definite. Queste soluzioni però erano fragili rispetto ai cambiamenti e limitate a scenari predefiniti.

Gli agenti AI invece portano un livello di flessibilità e adattabilità inedito: possono interpretare istruzioni in linguaggio naturale, adattarsi a situazioni leggermente diverse, imparare dalle eccezioni.

Ad esempio, un agente AI può prendere in carico la gestione di un ticketing IT: leggere la richiesta del dipendente, porre eventuali domande di chiarimento via chat, consultare una base di conoscenza interna e infine eseguire direttamente azioni (come resettare una password o aprire un caso presso un fornitore esterno) seguendo le procedure aziendali. Questo va oltre il classico chatbot che si limitava a dire all’utente quali passi seguire – qui l’agente compie i passi lui stesso.

Le aree applicative di questi agenti si moltiplicano:

  • supporto clienti (dove l’agente non solo risponde ma esegue operazioni sull’account del cliente se necessario),
  • finanza (agenti che preparano report o effettuano riconciliazioni),
  • risorse umane (onboarding automatico di nuovi assunti con tutte le pratiche burocratiche),
  • marketing (agenti che gestiscono campagne, analizzano risultati e aggiustano strategie).

Un dirigente tecnologico ha riassunto così il fenomeno: “embedded intelligence will crush standalone apps”, nel senso che le funzionalità intelligenti verranno inglobate nei flussi esistenti piuttosto che restare come applicazioni isolate.

Già entro il 2025 avanzato, il mercato si stava muovendo in questa direzione con rapidità: i fornitori di piattaforme enterprise (Microsoft, Salesforce, SAP e altri) hanno iniziato a integrare “copiloti” e agenti nei loro software, per permettere agli utenti di delegare all’AI parti consistenti del lavoro.

Non sorprende dunque che gli esperimenti fatti nel 2025 abbiano gettato le basi per le ottimizzazioni e scalabilità nel 2026. Come rileva un’analisi, il 2025 è stato l’anno in cui molti team hanno provato l’AI e raccolto dati; il 2026 è l’anno in cui si punta a ottimizzare e scalare, man mano che i sistemi agentici maturano. Ciò implica investimenti in infrastrutture adeguate (per reggere un carico crescente di automazione) e in gestione del cambiamento organizzativo, perché l’adozione su larga scala trasforma ruoli e prassi.

Esempi concreti: dove gli agenti fanno la differenza

Per comprendere il valore di questi agenti AI operativi, è utile citare alcuni casi già emersi. Lumen Technologies, colosso delle telecomunicazioni, ha introdotto un AI Copilot per i propri team commerciali, riducendo di ore l’attività di ricerca di informazioni sui clienti prima delle chiamate. Il risultato? Un risparmio stimato di 50 milioni di dollari annui grazie al tempo recuperato dalle vendite. In pratica l’agente AI setaccia database interni ed esterni e prepara un briefing su misura per il venditore, che così può concentrarsi sulla strategia di vendita invece che sulla raccolta manuale di dati. Questo è un esempio di workflow aumentato: l’AI non sostituisce la persona, ma svolge una parte del processo (ricerca e sintesi) molto più velocemente.

Un altro esempio citato in letteratura è Air India: la compagnia aerea ha implementato un assistente virtuale (AI.g) capace di gestire oltre 4 milioni di richieste clienti in 4 lingue diverse con un tasso di automazione completa del 97%. Il sistema non si limita a rispondere a FAQ, ma effettua operazioni come controllare lo stato di un volo, riprenotare un cliente, inviare notifiche – tutte azioni che prima richiedevano l’intervento di un operatore umano. Il risparmio in termini di costi di supporto è stato notevole, e i tempi di risposta ai clienti si sono abbattuti. Qui vediamo un agente AI multitasking, integrato nei sistemi di back-end della compagnia (prenotazioni, CRM, notifiche), che funge da vero e proprio operatore virtuale.

Agenti AI nel finance

Nel mondo dei servizi finanziari, dove la regolamentazione e accuratezza sono vitali, gli agenti AI vengono adottati con cautela ma con obiettivi chiari: ad esempio, agenti per l’analisi del rischio o la compliance che setacciano documenti e transazioni per identificare anomalie. In queste funzioni alcuni istituti riportano incrementi di produttività significativi, mantenendo però la supervisione umana.

agenti AI nel settore finanziario

Un dirigente di banca potrebbe disporre di un agente che compila automaticamente un report mensile di conformità, aggregando dati da più fonti e evidenziando solo i casi eccezionali dove serve il giudizio umano. Questo riduce errori e libera i compliance officer dal lavoro meccanico di copiatura e consolidamento dati.

È importante sottolineare che tali successi non arrivano per caso. Le organizzazioni che sfruttano realmente gli agenti AI seguono alcuni principi comuni. Una ricerca ha identificato quattro fattori chiave per le implementazioni AI di successo:

  1. Risparmio di tempo immediato per chi fa il lavoro – se le persone vedono subito l’AI sgravare compiti tediosi, la adotteranno volentieri.
  2. Strumenti intelligenti integrati nei software che i dipendenti già usano – ad esempio l’agente AI appare direttamente nell’email o nel gestionale, non in una app separata.
  3. Metriche chiare per misurare benefici (es. ore risparmiate, tempo di risposta) entro 30-90 giorni, per convincere tutti del valore.
  4. Mandato esecutivo forte legato agli obiettivi di business, non solo alla curiosità per la nuova tecnologia.

Le imprese leader, infatti, non si fermano al demo affascinante: pretendono ROI concreti dagli agenti AI. Hanno iniziato a circolare framework per calcolare risparmi e ritorni, come modelli di ore lavoro risparmiate o checkpoint ROI a 90 giorni.

Quando il direttore finanziario vede che un agente per l’help desk fa chiudere i ticket il 50% più velocemente, liberando X ore degli operatori e migliorando il punteggio di soddisfazione, diventa più propenso a finanziare l’estensione su scala dell’iniziativa.

Cautela e sfide: dal PoC all’operatività critica

Se il quadro è promettente, non mancano le sfide nell’adozione diffusa di agenti AI operativi. Una lezione appresa nel 2024-2025 è che molti progetti pilota di AI restavano bloccati senza mai arrivare alla produzione. Come evidenziato in precedenza, il 42% delle aziende ha abbandonato la maggior parte delle iniziative AI nel 2025, con una media del 46% di proof-of-concept scartati prima del go-live. Questo tasso di fallimento era dovuto spesso a pilotite (piloti in sandbox che non scalavano) e a difficoltà di integrazione con sistemi legacy, oltre che a timori su sicurezza e compliance.

Gli agenti AI, per diventare davvero operativi, devono essere integrati nei sistemi aziendali in modo sicuro. Ciò comporta risolvere questioni pratiche: come si collega l’agente ai database? Che permessi ha? Come si garantisce che non effettui azioni indesiderate o in violazione di policy?

Molte aziende stanno adottando l’approccio di partire da attività a basso rischio ma ad alto volume (ad esempio bozza di email, triage di richieste interne) per poi estendere gradualmente il raggio d’azione man mano che la fiducia cresce e i modelli migliorano.

L’importanza dell’addestramento

Inoltre, serve addestrare gli agenti sul contesto specifico. Un agente generico (tipo ChatGPT) può sapere mille cose, ma in azienda deve conoscere le regole, i dati e il tono appropriato di quell’organizzazione. La tendenza è quindi verso agenti domain-specific o addestrati su dati aziendali.

Non a caso, i team segnalano maggiore accuratezza e fiducia in modelli ristretti a un dominio e alimentati da dati di qualità su quell’ambito. Ad esempio, un assistente per il servizio tecnico di un’azienda X sarà molto più efficace se ha letto i manuali e ticket storici di quell’azienda, rispetto a un modello generico che “sa un po’ di tutto”. Questo concetto viene anche chiamato “goodbye generic AI, welcome tailored AI”: strumenti che capiscono il vocabolario, la clientela e le regole di casa tua.

Fiducia e accettazione

Un’ulteriore sfida è la fiducia e l’accettazione da parte delle persone coinvolte. Se i dipendenti (o i manager) non si fidano delle decisioni prese dall’agente, rischiano di sovrascriverle o ignorarle, vanificando il beneficio. Esempio emblematico: in alcuni contact center erano stati introdotti sistemi di riassunto automatico delle chiamate con precisione >90%, ma i supervisori diffidenti hanno continuato a chiedere agli operatori di redigere manualmente le note, “per sicurezza”. Il risultato: l’AI c’era ma non veniva usata, perché non ci si fidava di essa. Questo sottolinea l’importanza di cultura e formazione.

Le aziende di successo hanno investito nel spiegare come e perché l’agente prende certe decisioni (introducendo concetti di AI spiegabile), nel far provare in piccolo la tecnologia per convincere gli utenti, e nel definire chiaramente i confini entro cui l’agente può operare. La fiducia aumenta se, ad esempio, l’agente mostra all’operatore su quali dati ha basato la sua azione, o se c’è sempre la possibilità di intervento umano in caso di dubbio.

Rischi ed errori

Infine, rimane cruciale il tema rischi ed errori. Un agente AI operativo che commette un errore non sta solo “sbagliando una risposta” come farebbe un chatbot – potrebbe, poniamo, prenotare un servizio sbagliato, inviare una mail al cliente sbagliato, movimentare risorse in magazzino non necessarie. Gli impatti sono più tangibili.

Per questo nel 2026 molte imprese adottano un approccio graduale: prima l’agente consiglia e l’umano conferma (fase di human in the loop), poi col tempo si passa a piena autonomia per i casi routinari mantenendo controlli campione di qualità. I sistemi di monitoraggio in real-time sono diventati standard: dashboard dove i manager vedono quante operazioni l’AI ha compiuto, con che successo, e eventuali anomalie. L’AI in pratica entra nei cruscotti di gestione operativa come qualsiasi altro “dipendente virtuale”, con KPI da monitorare.

L’AI operativa diventa essenziale (e invisibile)

Nonostante le sfide, la direzione è chiara: gli agenti AI diventeranno sempre più parte integrante e invisibile dei processi. Una previsione degli analisti è che le soluzioni puntuali di oggi convergeranno verso piattaforme più consolidate. Nel mercato frammentato del 2025 c’erano dozzine di startup ognuna focalizzata su un micro-compito (es. un agente per schedulare riunioni, uno per aggiornare CRM, ecc.); ma la previsione è che gran parte di queste verranno assorbite o scalzate quando i grandi player (Microsoft, Google, Oracle, Salesforce…) incorporeranno funzionalità analoghe nei loro ecosistemi. In effetti, assistiamo già a rapide consolidazioni: ciò che era un’app esterna diventa semplicemente una feature in Teams, in Slack, in ServiceNow, ecc. Questo faciliterà ulteriormente l’adozione, riducendo la necessità di uscire dai flussi di lavoro esistenti.

Entro il 2027 si ipotizza persino un modello di “full-workflow automation” per i processi più standardizzati. In altri termini, compiti ad alto volume e fortemente basati su regole (dall’elaborazione di sinistri assicurativi, alla validazione di transazioni, alla gestione di ordini ripetitivi) potrebbero essere coperti quasi interamente da catene di agenti AI interconnessi, con supervisione umana minima. Ciò non significa eliminare l’uomo, ma spostarlo sui casi eccezionali e sul miglioramento continuo del sistema.

Non rimanere indietro

Per i decisori aziendali, già ora il messaggio è: non rimanere indietro. Chi ha sperimentato seriamente nel 2025 ora dispone di dati e lesson learned preziosi ed è pronto a scalare, traendo un vantaggio competitivo.

Alcune organizzazioni riportano che i team che integrano automazioni intelligenti vedono aumenti di produttività significativamente maggiori (fino a 3x) rispetto a chi è rimasto alla fase di test prolungato. Il rischio per i secondi è di trovarsi nel 2026 a dover rincorrere: “le aziende che misurano l’impatto reale oggi, daranno il ritmo domani”, ammoniscono gli esperti.

Questo suggerisce che il 2026 segnerà la fine della fase sperimentale: l’AI operativa entra nella fase di adozione mainstream, dove la domanda non è più “possiamo provarla?” ma “in quali processi chiave non l’abbiamo ancora inserita – e perché?”.

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