Nelle strade di San Francisco i robotaxi della Waymo sono ormai tantissimi e la normalità, come gli homeless e gli sbandati sui marciapiedi.
Quella del Golden Gate Bridge sessant’anni fa era la città dei figli dei fiori. Ora ci sono i figli del Fentanyl e dell’emarginazione. Anche loro, vedono correre i robotaxi, che ti ‘riconoscono’ e ti considerano solo se hai un’App e una carta di credito.
Tra le vetture a guida autonoma e Uber, i tassisti tradizionali (ad esempio quelli che rispondono al 333-3333) sono ormai come dei panda, delle mosche bianche, una specie protetta. Molti hanno dovuto cambiare lavoro, lasciare spazio e strada libera all’innovazione.

Gli stessi tassisti in carne e ossa devono ammettere che i robotaxi guidano bene, mentre gli portano via i clienti. Efficienti, precisi, senza sosta, sono anche in grado di riconoscere la corsia di marcia meno intasata e infilarsi dove c’è meno coda facendo a zig zag.
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Gli esperti hi-tech al TDX Salesforce 2026 di San Francisco
Hanno ancora qualche piccola pecca: ad esempio, non sono in grado di riconoscere subito se l’auto ferma che hanno davanti è l’ultima della fila o è parcheggiata accanto al marciapiede. Così capita che cambino corsia per fare più in fretta e restino bloccate dietro un’auto in sosta. Lo capiscono dopo qualche istante, e mettono la freccia. Ma sono piccolezze, dettagli. Per il resto, sono delle macchine da guerra.
Hanno accompagnato – al Moscone Center in Howard Street – anche molti partecipanti al TDX Salesforce 2026, il convegno di due giorni dedicato innanzitutto a sviluppatori e specialisti software, amministratori di sistema IT, architetti digitali. Ne sono arrivati circa 6mila, dalle varie località degli Stati Uniti ma anche da molto più lontano, da tutto il mondo.
Sviluppatori IT, una categoria di lavoratori a rischio di sostituzione
Con i vorticosi e continui sviluppi dell’intelligenza artificiale, prima generativa e poi agentica, sono un’altra categoria di lavoratori e operatori a rischio di sostituzione. Saranno molti di loro i prossimi a rimanere a piedi o a cambiare lavoro?
Così, tra un workshop e un talk del convegno, ad alcuni abbiamo chiesto “cosa ne pensate degli sviluppi dell’AI in relazione al vostro lavoro, siete preoccupati per quello che potrà essere l’impatto, saranno di più le opportunità o i rischi?”.
Qualcuno reagisce con un sorriso tra il divertito e l’amaro, svicola e taglia corto con “non ho una risposta”. E con ogni probabilità non è un modo per sottrarsi alla domanda e al problema, ma al momento non è davvero semplice dare un riscontro.

L’elemento umano nel loop tecnologico
Altri, invece, provano a fare delle analisi, considerazioni, previsioni. Come Jonathan Bernd, inglese che vive e lavora a Los Angeles, consulente e architetto IT in Publicis Sapient.
“Tutti hanno bisogno di ridefinire le modalità del lavoro”, sottolinea, “altrimenti finiranno senza un lavoro. Questo perché certi compiti con l’AI possono essere svolti molto più velocemente”.
In gran parte, “i lavori da sviluppatori junior, come li conoscevamo, non esistono più perché essenzialmente uno strumento AI di codice è uno sviluppatore junior. Ma commette errori come fanno gli sviluppatori junior”.
Quindi, “la domanda successiva è: come passare dall’essere appena usciti da scuola a essere abbastanza esperti e bravi da passare al livello successivo, dove puoi essere quell’elemento umano nel loop? Penso che questa sia una sfida che le persone devono capire: bisogna utilizzare strumenti per sviluppare la curva di apprendimento, e aiutare le persone a entrare in un posto di lavoro diverso rispetto a dove entravano quando uscivano da scuola fino a poco tempo fa”.
L’AI non ha idea dell’utilità e del valore di ciò che produce
Il consulente di Publicis Sapient fa notare: “in questo scenario, è irrilevante se il codice sia buono, corretto, scalabile e tutte quelle belle cose, se non dà effettivamente valore e non ottiene ciò che gli utenti finali vogliono con le loro richieste agentiche”.
Bernd fa un esempio: “potresti chiedermi: com’è vivere a Roma?. Se dico: ‘intendi Rome in Georgia, o Roma in Italia, o Roma qualunque altra cosa?’, e devi continuare a rispondere a domande, ti arrabbi molto velocemente, giusto? Anche se il codice è fantastico”.

Per questo, occorre sapere come usare l’AI “per navigare in tutto questo efficacemente: le persone che superano quella curva di conoscenza saranno ben posizionate, perché ora puoi dare un mucchio di requisiti a un’AI a livello granulare, lei sputerà fuori qualcosa, ma non ha idea se sia di qualche utilità. Non ha idea se sia di valore per il business, se sia più prezioso di qualche altra strategia aziendale o qualcosa del genere. Questa idea del valore ce l’ha l’uomo, chi la usa”.
Aggiornarsi o diventare un dinosauro
Keith West lavora nel settore IT da 30 anni. Per 20 anni è stato sviluppatore e digital architect e ora è in Flosum, uno dei partner tecnologici di Salesforce. È arrivato al TDX 2026 da Omaha, in Nebraska. “La nostra azienda è della California, ma lavoriamo tutti da remoto”. E rimarca: “se non impari a usare l’AI come sviluppatore, diventerai un dinosauro molto presto”.
Ma, allo stesso tempo, “non vedo davvero l’AI come una minaccia, perché da sola non sa come sviluppare. Ha sempre bisogno di essere indirizzata, comandata e gestita. Quindi, penso che il vibe coding sarà riconosciuto come un trucco da salotto davvero buono, ma non è vero coding”.
Intelligenza artificiale come un esoscheletro del cervello umano
Secondo West, l’intelligenza artificiale può essere “come un esoscheletro del cervello umano, del nostro cervello, che ne supporta e potenzia le attività. Ci aiuta a fare le cose più velocemente, ci aiuta a fare più cose. Ma devi comunque sapere come farle, e tutto il resto”.

E nasconde anche un possibile trabocchetto: “ora l’AI può anche far sembrare un soggetto più intelligente, capace e preparato di quello che è, ma certe bugie hanno le gambe corte. Staccagli la spina, mettilo alla prova senza l’aiuto dell’AI, e i pezzi tornano al loro posto”.
Flessibilità per restare competitivi e supervisione strategica
Paul Abbott è di Cleveland, nello Stato dell’Ohio, e lavora per la società di consulenza tecnologica Huge: “l’intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente il ruolo dei programmatori informatici. I professionisti del settore devono evolversi da semplici scrittori di codice a veri e propri architetti e gestori di sistemi automatizzati”.
Sebbene l’AI acceleri lo svolgimento dei compiti più ripetitivi, emerge la necessità di “una forte flessibilità e aggiornamento continuo per restare competitivi”, perché “viviamo un passaggio cruciale, dove l’umano assume una funzione di supervisione strategica rispetto alle macchine”.
Hua Xu è un IT architect di Salesforce ed è venuto a seguire il convegno californiano dall’Australia, da Sydney. Rileva che “l’AI permette a figure non tecniche di generare codice, sfumando i confini tradizionali tra il ruolo di architetto e quello di sviluppatore. Ma, sebbene l’automazione possa minacciare le posizioni di livello junior, offre anche l’opportunità di aumentare l’efficienza e concentrarsi su obiettivi aziendali complessi”.
L’innovazione spinge a uscire dalla zona di comfort
Secondo l’esperto informatico, “i professionisti del settore devono uscire dalla propria zona di comfort, utilizzando l’AI come uno strumento per estendere le proprie competenze piuttosto che temerla. In definitiva, il valore umano risiederà sempre nella capacità di affrontare nuove sfide e integrare soluzioni tecniche in contesti reali”.
Disha Rao è invece uno sviluppatore per il marketing cloud, con una specializzazione nel settore automobilistico. La sua attività principale consiste nella gestione e ottimizzazione di campagne di marketing attraverso l’interazione diretta con i clienti e l’impiego di strumenti tecnologici evoluti.

In particolare, Rao utilizza le informazioni fornite dagli agenti AI per perfezionare le strategie comunicative, monitorando l’andamento delle campagne attraverso l’integrazione di bot sulla piattaforma Slack di Salesforce.
Aumentare la produttività e pianificare meglio i compiti
Sebbene lo sviluppatore ammetta che l’aggiornamento costante e l’apprendimento di nuovi moduli personalizzati rappresentino una sfida professionale impegnativa, ritiene che “la veloce espansione di questa tecnologia non è una minaccia, bensì un volano per la creazione di numerose nuove opportunità lavorative”.
La tecnologia “mi sta aiutando ad aumentare la produttività e a pianificare meglio i compiti”, osserva Robert ‘Bobby’ Lowe, un programmatore di trentacinque anni del Massachusetts.
Sul futuro non si sbilancia molto: “al momento, non sono particolarmente preoccupato per me stesso e per l’impatto che l’AI può avere sul mio settore di lavoro”. C’è un’opinione diffusa secondo cui l’intelligenza artificiale potrebbe sostituire le posizioni di livello base, “ma personalmente non ne sono così convinto, e poi bisogna vedere gli sviluppi nel più lungo periodo”, mentre opportunità e conseguenze negative “per ora si equivalgono”.
Pensa che “tutti dovrebbero essere preoccupati perché i vecchi lavori sono scomparsi, ma come è già successo tante volte nella storia dell’Uomo e dell’innovazione tecnologica. Sì, dovresti essere davvero preoccupato, ma solo se non sei disposto a cambiare, solo se resti fermo”.





