Elon Musk e Sam Altman non condividono più da tempo la stessa visione dell’intelligenza artificiale. Ora condividono un’aula federale a Oakland, in California, dove si gioca una causa che va oltre la rivalità personale: mette in discussione il passaggio di OpenAI da laboratorio non profit a gruppo capace di attrarre decine di miliardi di dollari, con ricadute su investitori, partner industriali e concorrenza globale.
Secondo AP e Reuters, Musk accusa OpenAI e Altman di aver tradito l’impostazione originaria dell’organizzazione, nata con finalità pubbliche, e di averne poi sfruttato asset, reputazione e raccolta fondi per costruire una macchina commerciale. OpenAI replica che Musk era consapevole della necessità di una struttura for profit e che ne aveva compreso la logica già negli anni della fondazione.
Il Wall Street Journal fotografa bene la prima settimana del dibattimento: lunghe file davanti al tribunale, un’aula affollata, Musk chiamato a convincere la giuria che la sua causa non riguarda soltanto una lite societaria ma la tenuta stessa del principio di beneficenza negli Stati Uniti. In aula, ha sostenuto che una sua sconfitta rischierebbe di “far perdere ogni charity in America”, frase contestata dagli avvocati di Altman e subito ridimensionata dal giudice, che ha ricordato ai giurati il suo nullo valore legale.
È il passaggio più politico, e più teatrale, di una causa che invece si decide su documenti, governance e flussi di denaro.

Indice degli argomenti:
Che cosa contesta Musk
La sostanza della causa è questa: Musk sostiene di aver contribuito con circa 38 milioni di dollari alla nascita di OpenAI quando il progetto veniva presentato come non profit e orientato all’interesse pubblico. A suo dire, quel patrimonio iniziale sarebbe poi confluito in una struttura che ha preso una traiettoria commerciale, favorita anche dall’alleanza con Microsoft e dalla valorizzazione di modelli come ChatGPT.
OpenAI, dal canto suo, contesta la ricostruzione e sostiene che la conversione verso una struttura a scopo di lucro limitato fosse nota internamente da tempo, anche perché l’addestramento dei modelli richiedeva capitali e potenza di calcolo non compatibili con un’organizzazione sostenuta solo da donazioni.
Reuters riferisce che in aula sono emersi documenti del 2017 che mostrerebbero come Musk fosse almeno al corrente della discussione sulla necessità di una struttura più adatta a raccogliere investimenti.
La prima settimana ha avuto un chiaro valore simbolico.
Musk, sul banco dei testimoni per oltre sette ore distribuite su tre giorni, ha cercato di spostare il conflitto dal terreno societario a quello morale.

Altman, seduto al tavolo della difesa, ha seguito gran parte dell’udienza prendendo appunti. Il Wall Street Journal ha scritto che il processo potrebbe durare circa tre settimane e che tra i testimoni attesi figurano, oltre ad Altman, anche Greg Brockman e il ceo di Microsoft Satya Nadella.
Se questo calendario verrà confermato, il processo finirà per illuminare non solo la storia di OpenAI ma anche i suoi rapporti di potere con i grandi partner industriali.
Il nodo vero: senza capitale, OpenAI non sarebbe diventata OpenAI
La disputa giudiziaria ha un fondale economico preciso. OpenAI è uno dei casi più evidenti di quanto l’AI generativa sia capital intensive. Il 31 marzo 2025 la società ha annunciato un nuovo round fino a 40 miliardi di dollari, guidato da SoftBank, a una valutazione post-money di 300 miliardi. Nella nota ufficiale, OpenAI ha spiegato che le nuove risorse servono a spingere la ricerca, ampliare l’infrastruttura computazionale e servire una base di 500 milioni di utenti settimanali di ChatGPT.
Reuters ha aggiunto un dettaglio decisivo: il pieno accesso a quei 40 miliardi era legato al completamento della transizione societaria verso una forma for profit entro la fine dell’anno, con la possibilità per SoftBank di ridurre l’impegno in caso di mancata riorganizzazione.
È questo il punto che rende il processo Musk-Altman un caso di finanza industriale, non solo di principio.
La tesi difensiva di OpenAI parte proprio qui. Il passaggio verso una struttura capace di attrarre investimenti, nella versione dell’azienda, non sarebbe stato un tradimento ma una necessità operativa. La corsa ai modelli di frontiera richiede cluster di calcolo, chip, energia, data center e talenti che costano cifre irraggiungibili per una fondazione classica. In altre parole, la promessa di costruire sistemi di AI avanzata e la promessa di restare integralmente non profit sono entrate presto in collisione.
Il processo deve stabilire se quella collisione sia stata gestita in modo trasparente o se abbia leso gli impegni iniziali assunti verso i fondatori e i donatori.
Perché la strada verso l’Ipo è accidentata
Il Wall Street Journal parla di “rocky road to an IPO”, la strada accidentata verso una quotazione. Il punto non è tanto se OpenAI sbarcherà presto in Borsa, quanto se riuscirà a presentarsi ai mercati con una struttura abbastanza leggibile da reggere la due diligence di regolatori e investitori istituzionali.
I passaggi degli ultimi mesi mostrano che il tema è tutt’altro che secondario: la raccolta da 40 miliardi, la necessità di ridefinire l’equilibrio tra missione pubblica e capitale privato e la causa intentata da Musk hanno reso la governance di OpenAI un rischio economico misurabile. AP ha scritto che la trasformazione di OpenAI è al centro del dibattimento; Reuters, nelle ricostruzioni riprese da più testate, ha collegato direttamente la ristrutturazione societaria alla capacità del gruppo di sbloccare nuovi fondi.
Negli ultimi giorni si è aggiunto un altro segnale: Microsoft ha rivisto alcuni termini del rapporto con OpenAI. AP riferisce che il gruppo di Redmond smetterà di condividere ricavi con OpenAI, pur mantenendo il ruolo di principale fornitore cloud e una licenza non esclusiva sui prodotti e modelli fino al 2032.
La mossa va letta in due direzioni. Da un lato, offre a OpenAI più margine per distribuire i propri servizi anche su altre piattaforme cloud e presentarsi come società meno dipendente da un singolo socio industriale.
Dall’altro, rende visibile un obiettivo di mercato: alleggerire i nodi che potrebbero complicare un futuro collocamento. Non è una rottura, ma è la fine di una simbiosi totale.
Microsoft, Google e Amazon: i conti dicono che l’AI comincia a pagare
La parte più interessante, per un osservatore economico, è che il caso Musk-Altman arriva nel momento in cui i grandi gruppi tech iniziano a mostrare nei bilanci segnali concreti di monetizzazione dell’AI.
Microsoft, nei risultati del primo trimestre fiscale 2026, ha comunicato una crescita del fatturato del 18% a 77,7 miliardi di dollari; la divisione Intelligent Cloud è cresciuta del 28% e Azure più altri servizi cloud del 40%. Nella conference call, Satya Nadella (Ceo) ha detto che la domanda continua a superare l’offerta in diversi carichi di lavoro, anche mentre l’azienda aumenta la capacità disponibile. Per Microsoft l’AI non è più solo una promessa di prodotto: è domanda enterprise che spinge cloud, software e infrastruttura.
Alphabet, nei risultati del primo trimestre 2026 diffusi il 29 aprile, ha fornito un’indicazione ancora più esplicita. Nella earnings call il management ha detto che gli investimenti in AI stanno producendo “forte crescita” e che, per Google Cloud, le soluzioni enterprise basate su AI sono diventate per la prima volta il principale motore di crescita. Nello stesso aggiornamento, Alphabet ha dichiarato che nel trimestre i ricavi dei prodotti costruiti sui suoi modelli generativi sono cresciuti di quasi l’800% su base annua.
È un dato importante perché segnala il passaggio dalla fase in cui le aziende mostravano demo e prototipi a quella in cui iniziano a contabilizzare vendite e backlog.
Amazon ha scelto una formula ancora più diretta. Nei risultati del primo trimestre 2026 il gruppo ha riportato ricavi per 181,5 miliardi di dollari, in aumento del 17% rispetto a un anno prima. Andy Jassy ha poi precisato, in un approfondimento diffuso da Amazon dopo la call, che il run rate del fatturato AI di AWS ha superato i 15 miliardi di dollari. La società ha aggiunto che Bedrock è usato da oltre 125.000 clienti e che quasi l’80% delle Fortune 100 utilizza la piattaforma. Sono numeri che raccontano una fase nuova: l’AI generativa continua a richiedere investimenti enormi, ma i grandi fornitori cloud stanno cominciando a trasformarla in linea di ricavo.
Il processo come stress test per il mercato
Questa coincidenza temporale spiega perché il procedimento di Oakland interessa così tanto investitori e concorrenti. OpenAI non opera più in un ecosistema sperimentale. È al centro di una filiera che include cloud, chip, energia, software enterprise e mercati finanziari. Se il tribunale dovesse riconoscere che la trasformazione della società ha violato gli impegni originari, l’effetto andrebbe oltre Musk e Altman: aumenterebbe il rischio legale percepito su tutte le strutture ibride nate per conciliare missione pubblica e raccolta privata.
Se invece la tesi di OpenAI reggesse, passerebbe un messaggio opposto: nel mercato dell’AI la forma non profit può funzionare come incubatore, ma la scala industriale richiede regole da impresa.
Musk, intanto, non gioca solo da ex cofondatore deluso. È anche il proprietario di xAI, cioè di una rivale diretta di OpenAI. Reuters ha notato che durante il processo è emersa anche la dimensione competitiva dello scontro: Musk ha riconosciuto che xAI è molto più piccola di OpenAI e ha affrontato questioni tecniche come la distillazione dei modelli, oggi al centro del confronto tra i grandi laboratori.
La causa, quindi, ha una doppia natura: riguarda la fedeltà alla missione originaria e insieme il controllo narrativo di un settore in cui reputazione etica e potere di mercato si sovrappongono.
Che cosa resta dopo la prima settimana
Il dato politico della prima settimana è che Musk è riuscito a trasformare una disputa societaria in un grande racconto pubblico sul destino dell’AI. Il dato economico è che quel racconto si scontra con una realtà molto più prosaica: i modelli costano, gli investitori chiedono strutture leggibili, i partner vogliono diritti chiari e i colossi del cloud stanno già incassando i primi ritorni di questa corsa. OpenAI è finita nel punto esatto in cui idealismo tecnologico e finanza di scala smettono di coincidere.
Sam Altman deve ancora affrontare il passaggio più delicato, quello della sua testimonianza. Sarà lì che il processo smetterà di girare attorno alla biografia di Musk e entrerà davvero nella zona grigia di OpenAI: chi sapeva cosa, quando si decise che la forma originaria non bastava più, qual è stato il peso di Microsoft e in che modo sono stati presentati ai finanziatori i cambiamenti successivi.
Per i mercati, la domanda non è solo giudiziaria. Riguarda la credibilità della società che più di ogni altra ha trasformato l’AI generativa in un prodotto di massa. Se il caso di Oakland chiarirà la governance, OpenAI potrebbe uscirne più adatta al capitale istituzionale. Se la renderà più opaca, il prezzo lo pagherà tutta la filiera dell’AI, proprio mentre Microsoft, Alphabet e Amazon stanno dimostrando che l’oro, in questo settore, non è più soltanto una promessa.
Fonti principali:
Wall Street Journal; Associated Press; Reuters tramite rilanci pubblicati da Internazionale e altre testate; OpenAI; Microsoft Investor Relations; Alphabet Investor Relations; Amazon Investor Relations.






