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Il vibecoding non ucciderà il software aziendale



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La pratica di scrivere codice tramite prompt e intelligenza artificiale spaventa i mercati e mette sotto pressione i grandi player del software gestionale. Ma nonostante il clamore e il calo in Borsa, le aziende SaaS restano solide e hanno davanti a sé una grande opportunità: usare l’AI per creare software più intelligente, adattivo e strategico

Pubblicato il 28 gen 2026



vibecoding

Il vibecoding, ovvero l’uso di prompt verbali e intelligenza artificiale per scrivere codice, sembra puntare dritto ai giganti del software. Le azioni di SAP, incoronata solo lo scorso marzo come l’azienda più preziosa d’Europa, sono scese di circa un quinto da allora. Negli Stati Uniti, ServiceNow ha perso due quinti del proprio valore nell’ultimo anno.

vibecoding

Vibecoding, perché gli investitori hanno paura

A prima vista, le preoccupazioni non sono infondate. Strumenti di AI come Claude Code di Anthropic o GPT-5.2 Codex, almeno in teoria, permettono a chiunque di fare ciò che le grandi software house fanno da mezzo secolo. Se uno stagista può creare un’app di fatturazione durante la pausa pranzo, perché pagare un abbonamento mensile per una costosa suite di servizi SaaS, spesso utilizzati solo in parte?

Claude Code
Claude Code

Indizi ovunque, tra hype e timori

Le prove circostanziali non mancano. Le ricerche online sul vibecoding, secondo Google Trends, sono esplose in tutto il mondo – soprattutto negli Stati Uniti – proprio nel mese di gennaio. Sui social proliferano video tutorial “come fare”, accanto a racconti poco rassicuranti di contratti persi dai grandi fornitori SaaS.

Per gli investitori più pessimisti, basta dare un’occhiata ai reparti IT e HR per trovare esempi di queste nuove modalità di lavoro.

Barriere più basse, ma non abbattute

È vero: le barriere all’ingresso si stanno abbassando e gli hyperscaler – i grandi fornitori cloud come Amazon, che offrono anche strumenti di AI proprietari – rappresentano una nuova minaccia. Ma servirà ben altro per scalzare i leader storici del SaaS.

Un settore abituato a reinventarsi

Il software aziendale è un’industria che conosce bene il cambiamento: è passata dai dischi fisici al cloud senza perdere slancio. I risultati finanziari, per ora, tengono. Sage Group ha dichiarato di attendersi una crescita organica dei ricavi superiore al 9% quest’anno, mentre gli analisti prevedono per SAP un aumento dell’utile operativo rettificato del 15-18% annuo fino al 2030.

Valutazioni in calo, non fondamentali

Il ribasso delle azioni riflette soprattutto una compressione dei multipli, ovvero quanto gli investitori sono disposti a pagare per gli utili futuri. Nell’ultimo anno, i multipli medi sono scesi di oltre un terzo, attestandosi intorno a 25 volte gli utili attesi. Più pessimismo sul futuro, quindi, che un crollo dei fondamentali.

Perché il SaaS resta un buon business

La crescita del SaaS è di alta qualità: gli abbonamenti garantiscono ricavi ricorrenti e “appiccicosi”, mentre la distribuzione del software non richiede grandi investimenti di capitale. Inoltre, anche queste aziende stanno adottando l’AI, tramite sviluppo interno, partnership o acquisizioni. L’israeliana Nice, ad esempio, ha speso un miliardo di dollari per la tedesca Cognigy, specializzata in AI agentica per il customer service; SAP, invece, ha stretto una partnership con Perplexity.

La vera occasione: software più intelligente

L’opportunità ancora poco sfruttata è usare l’AI per rendere i software che gestiscono i sistemi aziendali più intelligenti e reattivi agli eventi del mondo reale. Un’azienda, ad esempio, potrebbe adattare la propria supply chain in risposta a nuovi dazi imminenti. È probabile che, almeno per ora, le imprese preferiscano acquistare queste soluzioni da professionisti, piuttosto che passare settimane a correggere bug in alternative sviluppate in casa.


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