In un’epoca in cui l’innovazione non si ferma mai — neanche in piena estate —, la lettura è uno strumento per chi vuole comprendere e gestire il cambiamento.
Dai saggi che descrivono l’impatto dell’intelligenza artificiale nelle imprese e sul lavoro, alle riflessioni sul futuro delle organizzazioni, i libri dedicati al mondo dell’hi-tech sono moltissimi e variegati.
Ne trattiamo qui (solo) cinque, per una panoramica che non può essere certo esaustiva ma un riferimento interessante da mettere sullo scaffale dell’ufficio o in valigia. Un viaggio tra tecnologia, pensiero critico e visione di business, prospettive differenti per chi ritiene che la curiosità, la conoscenza che si evolve e la contaminazione siano le vere competenze per il futuro.
Indice degli argomenti:
Potere Digitale
Come l’innovazione ridisegna i rapporti di potere – gli equilibri e squilibri – tra individui, istituzioni e grandi piattaforme. ‘Potere Digitale’, di Luisa Torchia, pubblicato da Il Mulino, propone un quadro per comprendere come l’AI e le piattaforme digitali influenzino decisioni pubbliche e private.
Analizza la trasformazione del potere nell’ecosistema digitale: algoritmi che selezionano informazioni, piattaforme che governano l’attenzione, infrastrutture tecnologiche che diventano nuove forme di sovranità. L’autrice esplora concetti come algocrazia, asimmetria informativa, governance dei dati e intermediazione algoritmica.

E sottolinea: “il potere digitale è distribuito inegualmente nella società e questa distribuzione ineguale pone problemi sociali e politici che non possono essere ignorati”.
La gestione dei punti critici non può essere affidata al mercato
Il tentativo di affrontare questi problemi “non può essere affidato interamente né al funzionamento del mercato, né alle ‘magnifiche sorti e progressive’ dell’innovazione, perché in ambedue i casi le scelte necessarie sarebbero rimesse proprio ai pochi soggetti in capo ai quali il potere digitale è concentrato”.
Sta invece crescendo la consapevolezza “della necessità di scelte collettive, in ordine non solo e tanto alla limitazione del potere digitale, quanto alla sua condivisione e distribuzione secondo criteri di equità e giustizia”.
Intelligenza artificiale e pensiero umano
L’AI cosa imita, cosa amplifica, cosa non può sostituire? A questi e molti altri interrogativi cerca di dare risposte ‘Intelligenza artificiale e pensiero umano’, scritto da John Rogers Searle e pubblicato in Italia da Castelvecchi editore.
L’opera esplora le differenze tra il ‘pensiero’ computazionale e quello umano, analizzando concetti come creatività, intuizione, coscienza, linguaggio.
L’autore mette in discussione l’idea che l’AI possa replicare integralmente la mente, evidenziando i diversi limiti strutturali dei modelli statistici. E aiuta a interpretare correttamente le capacità dell’AI, evitando sia entusiasmi ingenui sia allarmismi infondati.

Searle: “Quando una ricerca è all’inizio, si deve seguire il proprio sesto senso”
E, in un passaggio del volume, indica: “se si leggono dei libri sul cervello (per esempio Shepherd o Kuffler e Nicholls), si ottiene un certo quadro di quel che avviene nel cervello. Se ci si rivolge ai testi sulla computazione (per esempio Boolos e Jeffrey), si trova una certa immagine della struttura logica della teoria della computazione”.
Se poi si guarda ai libri sulle scienze cognitive (ad esempio Pylyshyn), “questi sembrano dire che ciò che troviamo nei libri sul cervello è esattamente la stessa cosa che descrivono i libri sulla computazione. Dal punto di vista filosofico, questo non suona corretto a mio avviso e ho imparato che – almeno quando una ricerca è al principio – si deve seguire il proprio sesto senso”.
E questo ‘sesto senso’ è solo uno degli elementi che ci diversifica nettamente dalle macchine.
Valeva la pena tentare
L’innovazione come processo sperimentale, fatto di tentativi, errori e apprendimento continuo.
‘Valeva la pena tentare’, del giornalista Pier Luigi Pisa, edito da Apogeo del Gruppo Feltrinelli, racconta casi reali di innovazione, mostrando come il successo derivi spesso da percorsi non lineari, con in primo piano la storia di ‘Sam Altman, OpenAI e il sogno di un’intelligenza artificiale per tutti’, come indica il sottotitolo.

Il valore dell’errore e la cultura del rischio
Pisa mette in evidenza e insiste sul valore dell’errore, sulla cultura del rischio e sulla capacità di trasformare intuizioni in prototipi. Vengono analizzati strumenti di design thinking, lean experimentation e gestione dell’incertezza.
Nella Carta costitutiva di OpenAI c’è scritto che “l’uso dell’AI o dell’AGI non deve danneggiare l’umanità o concentrare indebitamente il potere”. Eppure l’azienda di Altman – rimarca l’autore – “è cresciuta fino a diventare il centro di quella che potrebbe essere la più grande concentrazione di potere cognitivo, economico e politico nella storia. Da un lato continua a promettere di migliorare e proteggere l’umanità. Dall’altro ha già tutti i mezzi per influenzarne attivamente il destino”.
E ChatGPT è solo l’inizio. All’orizzonte c’è “un’altra ossessione di Sam Altman: la fusione con le macchine”.
Supervisor. I professionisti dell’AI
Le due grandi sfide dei professionisti ai tempi dell’intelligenza artificiale sono come approcciare l’AI e come usarla: è in questo contesto che emerge la nuova figura del ‘Supervisor’, che non si limita a utilizzare l’AI, ma la orchestra e supervisiona.
Il professionista “evolve da mero esecutore di compiti a orchestratore di intelligenze, sia umane che artificiali”, spiega Filippo Poletti, nel libro che s’intitola appunto ‘Supervisor, i professionisti dell’AI’, pubblicato da Guerini e Associati.
Oggi, negli studi professionali, “la delega si concretizza anche nei prompt”, sottolinea Poletti: “definire questi prompt in modo chiaro e strutturato è la chiave per ottenere risultati concreti e affidabili. La pratica della delega si è estesa, dunque, dai collaboratori umani a quelli digitali dotati di intelligenza artificiale”.
Il risultato che ne deriva è di natura ibrida, derivante dall’interazione tra l’intelligenza umana e quella artificiale.

Gestire nuove prospettive, quelle tra professionisti e AI
Il medico di base, ad esempio, può affidare all’AI il compito di prendere appunti durante la visita o di gestire le chiamate dirette allo studio, ordinando le richieste dei pazienti.
Il commercialista può liberarsi dalle attività ripetitive, trasformandosi da certificatore dei dati storici ad analista strategico in ambito fiscale e contabile. L’avvocato può richiedere all’AI pareri e informazioni, ricevendo in risposta anche l’elenco delle fonti per ulteriori approfondimenti.
“L’architetto può visualizzare i rendering dei progetti più rapidamente e comunicare con i clienti in modo asincrono”, fa notare l’autore del saggio su professionisti e AI, “per non dire del comunicatore, che può ricorrere a sistemi di fact-checking basati sull’AI o creare agevolmente contenuti audiovisivi in più formati”.
Non è colpa dell’algoritmo
“Da anni ci raccontiamo di essere vittime della tecnologia: prigionieri degli algoritmi, manipolati dai Social, sopraffatti da un’intelligenza artificiale che decide al posto nostro. È una narrazione diffusa, seducente e profondamente comoda. Ma rischia di diventare una scorciatoia che ci assolve e ci indebolisce”, sottolinea Antonio Palmieri, con ‘Non è colpa dell’algoritmo’, stampato da Egea, la casa editrice dell’Università Bocconi.
Il volume propone un cambio di prospettiva: piattaforme digitali e intelligenza artificiale non sono soggetti autonomi, ma strumenti progettati da esseri umani e alimentati quotidianamente dalle nostre scelte. Se funzionano, è perché li usiamo. Se ci condizionano, è anche perché rinunciamo a governarli, o lo facciamo male.

Senza negare i rischi reali dell’ecosistema digitale – dalla sorveglianza alla polarizzazione, dalla dipendenza alla manipolazione –, Palmieri si concentra su ciò che spesso viene rimosso dal dibattito pubblico: la responsabilità personale. Al centro torna la persona, con la sua libertà concreta, imperfetta ma decisiva.
Attraverso esempi, riflessioni e provocazioni che toccano la politica, la scuola, il lavoro e la vita quotidiana, il libro propone una postura controcorrente: abitare il digitale senza subirlo, usare la tecnologia senza farsi usare, allenare la libertà invece di delegarla. “Perché la tecnologia non è un destino. E la partita, nel bene e nel male, la giochiamo noi”.








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