L’intelligenza artificiale sta ridefinendo uno dei pilastri della società digitale: la fiducia. Nel keynote «AI Will Reimagine Everything in 2025», tenuto da Shawn Kanungo, autore e strategist dell’innovazione, davanti ai leader del credito cooperativo statunitense riuniti per la convention MCUL/CUGS ACE25, è emersa una riflessione che va oltre la tecnologia: la trasformazione dei meccanismi di credibilità nell’era dei contenuti generati dall’AI.
Kanungo ha sostenuto che «l’AI segna la fine della fiducia digitale», perché sta diventando sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che è artificiale . Un’affermazione che, più che provocazione, delinea una questione urgente per imprese, istituzioni e cittadini.
Indice degli argomenti:
La fine della distinzione tra reale e artificiale
Per Kanungo, il punto di svolta non è l’intelligenza artificiale generativa in sé, ma la sua capacità di simulare la realtà con precisione crescente. Con l’arrivo dei generatori text-to-video, osserva, la creazione di immagini, voci e movimenti digitali diventerà «sempre più fluida», fino a rendere impossibile discernere un video autentico da uno sintetico.
L’autore riconosce che molti vedono in questo fenomeno un rischio per la disinformazione, ma invita a considerare anche il potenziale creativo: «Per la prima volta nella storia umana stiamo creando un nuovo canale di comunicazione». Così come il linguaggio e la scrittura hanno ampliato le forme di espressione, l’AI permette ora a chiunque di “raccontare storie in modi fondamentalmente nuovi”.
In questa visione, la perdita di distinzione tra realtà e rappresentazione non è solo un problema di autenticità, ma un cambio strutturale nel modo in cui comunichiamo e costruiamo fiducia.
Se ogni individuo può generare narrazioni credibili e realistiche, la fiducia smette di basarsi sulla forma del messaggio e si sposta verso l’origine e la trasparenza della fonte. È qui che nasce la sfida della digital trust, non come concetto tecnico ma come forma di legittimazione sociale.
La fiducia come nuovo bene scarso
Nel discorso di Kanungo, la fiducia assume una dimensione economica. «La fiducia è l’asset più scarso al mondo» afferma, precisando che la sua rarità deriva dal conflitto crescente con un’altra forza dominante: l’efficienza .
Negli ultimi anni, ogni processo – dall’e-commerce alla logistica, dai servizi bancari al consumo di contenuti – è stato ottimizzato per ridurre tempi e intermediazioni. Ma, sottolinea, «abbiamo trasformato tutto nella sua forma più efficiente» e nel farlo abbiamo eliminato l’interazione umana, la componente che storicamente generava fiducia.
L’esempio che Kanungo porta è volutamente quotidiano: «Tocchi un pulsante e il cibo arriva a casa, senza parlare con chi l’ha preparato o consegnato. Ti arrivano scatole alla porta tutto il giorno, e se qualcuno bussa pensi che sia un serial killer».
Il paradosso è che la tecnologia ci ha abituati a una fiducia automatica – nella piattaforma, nell’algoritmo, nel sistema di consegna – ma ci ha disabituati alla fiducia interpersonale.
La riflessione si estende a tutti i settori basati sulla relazione, come la finanza, l’educazione o la sanità: ambiti in cui la trasparenza dei processi digitali diventa la condizione minima per mantenere la legittimità. La velocità e la precisione non bastano più; serve un nuovo tipo di garanzia, fatta di tracciabilità e responsabilità condivisa.
Fiducia ed efficienza: un equilibrio fragile
Il conflitto tra fiducia ed efficienza è, per Kanungo, il nodo più delicato dell’ecosistema digitale. L’efficienza promette comfort, ma riduce la complessità delle relazioni umane a mere transazioni.
La stessa logica si riflette nei modelli di intelligenza artificiale: addestrati a ottimizzare risultati, tendono a privilegiare la performance rispetto alla spiegabilità. In un mondo di processi automatizzati, le persone delegano sempre più spesso decisioni cruciali a sistemi opachi, il cui funzionamento è difficile da comprendere.
Questa delega di fiducia “per default” genera un circolo vizioso. L’utente si abitua a non chiedere, a non verificare, a fidarsi della risposta più rapida. Kanungo invita a riflettere su quanto questo meccanismo sia pericoloso: «Oggi la fiducia è in guerra, perché il suo più grande nemico è l’efficienza».
Nella prospettiva della digital trust, ciò significa che la trasparenza deve diventare un criterio progettuale, non un accessorio. Se la velocità è la metrica dell’efficienza, la tracciabilità dev’essere quella della fiducia. Solo rendendo visibili i processi di generazione e decisione dell’AI sarà possibile mantenere credibilità nel lungo periodo.
L’infanzia digitale e le nuove aspettative
Per descrivere quanto rapidamente cambino le percezioni di fiducia e qualità, Kanungo racconta un episodio familiare. Parla dei suoi figli, di fronte al generatore di immagini di ChatGPT. Dopo aver chiesto al padre di creare «un pinguino che beve latte su una balena a Natale», i bambini si spazientiscono per la lentezza del risultato, nonostante si tratti di un processo che sintetizza conoscenze globali. «È un miracolo moderno», spiega Kanungo di fronte alla loro indifferenza, ricordando quanto tempo serviva negli anni ’90 per scaricare un’immagine.
La reazione dei figli è emblematica di una nuova soglia di aspettative: per le generazioni cresciute nell’istantaneità digitale, la fiducia non è più qualcosa che si costruisce nel tempo, ma un diritto implicito. Se un sistema è lento o impreciso, viene immediatamente percepito come inaffidabile.
Questo spostamento culturale modifica anche il modo in cui le aziende dovranno gestire la relazione con i clienti: non sarà sufficiente garantire risultati, occorrerà garantire esperienze di fiducia immediata, in cui ogni ritardo o errore rischia di minare la credibilità complessiva.
L’AI come banco di prova della fiducia
La parte più significativa del ragionamento di Kanungo è che la crisi del digital trust non è solo un effetto collaterale dell’AI, ma il suo banco di prova. L’adozione dell’intelligenza artificiale costringerà le organizzazioni a ridefinire il concetto stesso di autenticità.
Nel mondo dei deepfake, dove un volto o una voce possono essere riprodotti perfettamente, la fiducia non può più essere riposta nell’apparenza. Diventa necessario creare sistemi di verifica decentralizzati, basati sull’origine dei dati, sulle fonti di addestramento e sui metodi di controllo. È un lavoro di infrastruttura culturale oltre che tecnica.
Per le imprese, significa passare da un approccio centrato sulla sicurezza (prevenire frodi) a uno centrato sulla trasparenza (dimostrare affidabilità). La sfida del digital trust, come suggerisce Kanungo, non è proteggere le persone dall’AI, ma costruire relazioni che integrino la tecnologia nella fiducia reciproca.
La fiducia come vantaggio competitivo
Nel concludere la sua riflessione, Kanungo si rivolge al pubblico composto da dirigenti e rappresentanti delle credit union, organizzazioni che fondano la loro identità sulla prossimità e la relazione diretta con i membri. Li invita a considerare la fiducia non come un’eredità del passato, ma come una risorsa da reinventare. «Il vostro vantaggio sleale è la fiducia che avete costruito con i vostri membri. Come potete raddoppiare questo aspetto?» chiede .
È una domanda che sintetizza il nuovo paradigma del digital trust: in un’economia dove tutto è automatizzato, la credibilità umana diventa l’elemento distintivo. Le organizzazioni che sapranno mantenere trasparenza e prossimità nel rapporto con i clienti nonostante l’intermediazione algoritmica saranno le più capaci di prosperare.
La fiducia, conclude Kanungo, non scompare con l’AI. Si trasforma. Dalla relazione tra individui passa alla relazione tra sistemi, processi e responsabilità condivise. È la nuova valuta dell’era digitale: invisibile, fragile, ma indispensabile.







