Un bellissimo articolo di tanti anni fa dell’Economist parlava dei “data as the new oil”; i dati venivano indicati, appunto, come la linfa, come il carburante di crescita. Quella visione sta arrivando a maturità, lo sappiamo. L’intelligenza artificiale è il motore che consumerà quel carburante.
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Strategia globale e investimenti
Questa è la chiave di lettura di quello che stiamo vivendo. Partiamo dal primo punto. La situazione di dominio che noi osserviamo negli Stati Uniti e in Cina non nasce in assenza di una chiara visione istituzionale centralizzata del posizionamento che quelle due grandi potenze hanno voluto avere in merito a questo tema.

Pertanto il primo punto è quello relativo alla strategia istituzionale. Non spenderò altre parole in merito al tema dell’AI Act, alla sua revisione, alla sua rimodulazione per renderlo più sostenibile nell’applicazione via via che si avvicinano le scadenze. Invece vale la pena indicare qualcosa sul fondo dell’iniziativa InvestAI, che è stato presentato l’anno scorso con un modello abbastanza strutturato di coinvolgimento sia del capitale pubblico sia del capitale privato, come sapete per un budget complessivo di circa 200 miliardi.
Cosa si può fare con queste risorse rispetto agli enormi capitali che vengono messi in gioco o da player o da Stati sovrani?
Ricerca, startup e trasferimento tecnologico
È chiaro che la risposta a questa domanda dipende da tanti fattori: dal tempo con cui si agirà, dalla velocità con cui poi si produrranno i risultati e dipende anche da come essi verranno indirizzati rispetto alle aree su cui si può generare un vantaggio competitivo critico in un settore in cui, non ce lo dimentichiamo, molti giochi sull’intelligenza artificiale sono ancora abbastanza aperti.
Per fare questo serve una capacità di ricerca; è indubbio che quello è il primo elemento che bisogna mettere a terra, che bisogna valutare per poter capire in che modo le risorse disponibili vorranno trasformarsi in una lama competitiva. Da questo punto di vista l’Europa, e l’Italia che noi ovviamente teniamo in particolare attenzione, sono un’eccellenza.
Quello invece su cui facciamo difetto non è certo la capacità di eccellere nelle pubblicazioni, ma nel trasferire queste pubblicazioni, questa eccellenza della ricerca, in iniziative che diventano impresa, che diventano protezione della proprietà intellettuale anche attraverso laboratori di frontiera, anche attraverso ovviamente il segreto industriale.
Questo è un punto molto significativo perché, ancora una volta, parte del recupero deve passare dalla nuova imprenditorialità, dalle startup.
Competenze, lavoro e adozione nelle imprese
Nel momento in cui abbiamo smarcato ragionevolmente il tema delle risorse economiche, la nostra capacità di fare ricerca e indirizzo intelligente di queste risorse si pone il prossimo collo di bottiglia che è rappresentato dalla competenza delle persone.
Al tema delle competenze abbiamo dedicato moltissime energie. Esiste per l’Italia, purtroppo, un deficit di attrattività nel mantenere le nostre migliori persone, quello che viene chiamato la fuga dei cervelli. Tuttavia emergono anche segnali positivi: cresce la domanda di competenze AI e i giovani vengono percepiti come catalizzatori della trasformazione.
Questo ci porta alla misura di quanto l’intelligenza artificiale stia penetrando nelle imprese. Non basta l’adozione superficiale: il vero impatto si ha quando l’AI è integrata nei processi. Eppure, meno di un’impresa su venti riesce a ottenere pieno successo nei progetti.
Perché dunque l’AI sarà motore di crescita e cambiamento? Per l’enormità delle opportunità che genera, per una leadership europea più presente e per strumenti come l’AI Act, che potrebbe diventare un marchio di qualità.
Ma restano rischi: dipendenze infrastrutturali e lentezze regolatorie. Servono visione, coordinamento e capacità imprenditoriale per trasformare il potenziale in vantaggio competitivo.
Intervento al convegno “LENS” organizzato il 17 marzo 2026 dagli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano





