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Federico Faggin e l’AI: “Non lasciamoci conquistare da chi vuole controllarci”



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L’inventore del microchip (1971) ha una visione molto netta e precisa degli sviluppi dell’intelligenza artificiale: “è un’imitazione di ciò che conosciamo, un frullato della conoscenza”. “Noi non siamo macchine. Se questo messaggio non viene recepito abbastanza velocemente, potrebbe esserci un disastro per l’umanità”

Pubblicato il 4 mag 2026

Stefano Casini

giornalista



Federico Faggin AI
Federico Faggin
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“Se pensiamo che l’intelligenza artificiale ci supererà fra un po’, e che siamo inferiori a essa, allora così ci lasciamo conquistare da chi vuole controllarci, vale a dire dai creatori e padroni dell’AI”.

Non usa giri di parole e va dritto al punto Federico Faggin, nel raccontare la sua visione molto netta e precisa degli sviluppi, effetti e conseguenze dell’intelligenza artificiale, come ha fatto nei giorni scorsi sul palco di un teatro milanese, ospite d’onore di un incontro organizzato dall’associazione Progetto Itaca.

Faggin non ha bisogno di troppe presentazioni nel mondo della fisica quantistica e della tecnologia. È l’inventore che nel 1971 ha progettato, negli Stati Uniti, il primo microprocessore su singolo chip della storia, l’Intel 4004, aprendo l’era dell’informatica moderna.

Contribuisce poi allo sviluppo di altri microchip (8008, 4040 e 8080), fondamentali per i primi personal computer.

Federico Faggin e il chip Intel 4004

Risvegliare la consapevolezza che noi non siamo macchine

Nel 1974 fonda ZiLog, la prima azienda dedicata solo ai microprocessori. Nel 1986 co‑fonda Synaptics, dove nascono i primi touchpad e touchscreen commerciali, anticipando l’interazione tattile degli smartphone. Dal 2011, con la Fondazione Federico ed Elvia Faggin, finanzia studi scientifici sulla coscienza, unendo scienza, tecnologia e filosofia.

Come fa anche quando parla della sua visione del mondo e dell’innovazione tecnologica, che da qualche tempo a questa parte è shakerata dalla diffusione veloce e pervasiva dalla cosiddetta artificial intelligence.

E mette subito in guardia: “io faccio del mio meglio per risvegliare la consapevolezza che noi non siamo macchine. Certamente, se questo messaggio non viene recepito abbastanza velocemente, potrebbe esserci un disastro per l’umanità”.

Immagine che contiene testo, grafica, arte, schermataIl contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.

Nel momento in cui crediamo di essere macchine e di essere superati dall’intelligenza artificiale, “ci lasciamo andare, e non va bene. Solo se pensiamo di essere ‘di più’ faremo lo sforzo di andare a fondo della nostra umanità e quindi useremo l’intelligenza artificiale eticamente per il bene comune”.

Non usare l’AI come un oracolo; e attenzione a chi vuole controllarci

In quest’epoca di forti trasformazioni tecnologiche, i rischi in cui si può incappare sono numerosi e diversi tra loro.

Innanzitutto, fa notare il fisico quantistico nato a Vicenza nel 1941, “ciascuno di voi deve darsi una regola: chi non se la dà, finirà per abusare dell’intelligenza artificiale e potrà diventare sempre meno intelligente”.

Perché, se si chiede sempre all’intelligenza artificiale di rispondere alle proprie domande, “chi crede veramente di essere inferiore la userà come se fosse un oracolo, crederà a tutto ciò che gli dirà e ne sarà controllato. Ma l’intelligenza artificiale non vuole controllare nessuno: è chi la crea che vuole controllarci”.

La distinzione tra macchina e coscienza

Altra distinzione, e altro alert, importante: “la macchina non ha nessuna coscienza. La macchina non capisce niente. La coscienza è ciò che ci permette di conoscere il significato dell’esperienza”, rimarca l’inventore del microchip.

E prosegue: “guardate come è facile oggi arrivare a chiamare ‘intelligenza’ quella che non è intelligenza. L’intelligenza senza conoscenza, senza coscienza, senza esperienza, senza significato, non è intelligenza”.

L’intelligenza è creativa “perché porta in esistenza qualcosa che non esisteva prima. Il computer non porta nulla in esistenza, perché usa i nostri simboli e ce li ripropone come li ha imparati”.

Quindi, “l’intelligenza artificiale è una imitazione di ciò che noi conosciamo”.

Interiorità, limiti e utilità dell’AI

L’interiorità “non è mai stata considerata parte della realtà nella fisica. Questo è il problema fondamentale ed è ciò che sta alla base dell’idea che l’intelligenza artificiale possa sostituire la nostra intelligenza”, rimarca Faggin.

Immagine che contiene lampadina, Lampadina a incandescenza, Lampada fluorescente compatta, luceIl contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.

Siccome l’intelligenza artificiale ha a disposizione molta più memoria di quella che abbiamo noi, e può avere accesso a tutta questa informazione con molta più velocità, “ecco che sembra che la sappia più lunga di noi. In realtà, la sa più lunga di noi dove non sappiamo niente. È fondamentale capire che l’intelligenza artificiale ci dà un’informazione che è una specie di frullato della conoscenza, un qualcosa che si avvicina alla verità, ma non può andare oltre. Quindi noi, per usarla bene, dobbiamo saperla più lunga dell’intelligenza artificiale”.

Dove, invece, l’AI ci supera senza neanche poter fare un confronto è quando applica le regole, quando risolve problemi matematici o quando fa dei giochi che hanno regole precise.

Il funzionamento probabilistico e degli algoritmi

Quando qualcuno fa domande generiche, o domande di senso o di comprensione, l’intelligenza artificiale sembra che capisca, “ma non capisce niente, perché non è cosciente, sono solo simboli. Quando io faccio una domanda, l’intelligenza artificiale cerca la parola successiva che è più probabile, non perché capisce, ma per una probabilità ottenuta attraverso i processi di apprendimento”.

La scelta del riscontro è fatta da un algoritmo che si chiama pseudo-random, “non perché ha capito, semplicemente perché è quello che gli dice l’algoritmo. Questo è quello che fa l’intelligenza artificiale. Non capisce niente e non capirà mai niente, perché un computer, che è una struttura fisica deterministica descritta dalla fisica classica, non può contenere la coscienza. La coscienza va oltre l’algoritmo”.

Se noi pensiamo che l’AI sia già cosciente adesso o che lo sarà fra un po’, “saremo indirizzati nella direzione che ci porta a diventare schiavi dell’intelligenza artificiale”. Se invece noi rimaniamo consapevoli, cerchiamo di capire, “capiremo che l’intelligenza artificiale non può essere cosciente. Ecco che abbiamo un esempio che ci porta a riconquistare e rivalutare la nostra umanità”.

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