La paura che i nuovi strumenti di intelligenza artificiale possano erodere in modo strutturale il valore del software tradizionale ha innescato una delle vendite più violente degli ultimi anni. La giornata di martedì 3 febbraio ha segnato uno spartiacque per i mercati tecnologici: in poche ore sono evaporati oltre 300 miliardi di dollari di capitalizzazione da titoli legati a software, servizi digitali e dati, trascinando con sé non solo le big tech ma anche i grandi fondi che su quel settore avevano costruito una parte rilevante delle proprie strategie.
Il detonatore è stato l’annuncio di nuovi strumenti professionali basati sull’AI, in particolare quelli presentati da Anthropic, che ha ampliato le funzionalità del suo assistente Claude con tool legali in grado di automatizzare attività di drafting e ricerca giuridica. Una mossa che ha colpito direttamente al cuore uno dei business storicamente più protetti del software: quello dei servizi ad alto valore aggiunto, fondati su database proprietari, contratti ricorrenti e barriere all’uscita elevate.
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La reazione dei mercati
Il mercato ha reagito senza sfumature. Titoli simbolo del software enterprise come Adobe e Salesforce hanno perso in una sola seduta oltre il 6-7%. Ancora più pesante l’impatto sui gruppi legati all’informazione professionale e ai servizi legali: Thomson Reuters e il London Stock Exchange Group hanno registrato ribassi superiori al 12%, segnale che gli investitori temono una disintermediazione diretta dei loro prodotti storici da parte di modelli generativi sempre più autonomi e “operativi”.
Con il passare delle ore, la vendita si è estesa a tutto il comparto. Società di pagamenti, dati e software gestionale come PayPal, Intuit ed Equifax hanno perso in molti casi oltre il 10%. Il Nasdaq, fortemente esposto alla tecnologia, ha chiuso in calo dell’1,4%, mentre l’S&P 500 ha limitato le perdite allo 0,8%, grazie alla tenuta di altri settori.
Non si è trattato quindi di un panic selling generalizzato, ma di una rotazione netta e mirata: il mercato ha colpito dove il rischio di sostituzione appare più immediato.

Il passaggio dagli assistenti agli agenti AI
Il punto chiave non è l’intelligenza artificiale in astratto, ma la sua capacità crescente di “fare”, non solo di assistere. Per settimane, raccontano analisti e addetti ai lavori, nella Silicon Valley si è parlato delle nuove versioni di Claude come di strumenti capaci di prendere il controllo del desktop, scrivere codice complesso e portare a termine progetti con un grado di autonomia prima impensabile.
Scrivere software, che per anni è stato il cuore del valore, rischia di diventare una commodity. E questo mette in discussione il fossato competitivo su cui si reggevano molte valutazioni.
Le aziende provano a difendersi sostenendo che il codice è solo una parte del problema: contano la fiducia, i dati proprietari, l’integrazione nei processi aziendali. Ma agli investitori, almeno per ora, questa linea non basta.
Non a caso il sottosettore software e servizi è già il peggiore dell’indice S&P Dow Jones dall’inizio dell’anno, ben prima del crollo del 3 febbraio.
Anche il mondo della finanza alternativa è in subbuglio
L’onda d’urto ha travolto anche il mondo della finanza alternativa. I grandi gestori di private equity e private credit, che negli ultimi dieci anni hanno investito massicciamente in software, si sono ritrovati improvvisamente esposti a un rischio sistemico.
Titoli come KKR, Ares Management, Apollo Global Management e Blackstone hanno perso tra il 4% e quasi il 10% in una sola seduta. Il motivo è strutturale: molti fondi hanno puntato sul software come asset “difensivo”, basato su ricavi ricorrenti e contratti difficili da disdire. L’AI rimette in discussione proprio questa presunta stabilità.
Non è un problema di liquidità immediata, come hanno tenuto a chiarire gli stessi manager del settore, ma di scenario. Se un’azienda software, anche dominante e “system of record”, può essere aggirata da un assistente AI capace di svolgere le stesse funzioni a costi marginali molto più bassi, allora l’intero modello di valutazione va rivisto.
I numeri aiutano a capire la portata del cambiamento: oggi il software rappresenta circa il 20% degli investimenti delle business development companies, il doppio rispetto a meno di dieci anni fa. Una concentrazione che amplifica ogni shock.
Per oltre un decennio il mantra è stato che “il software mangia il mondo”. Oggi, paradossalmente, è il software a rischiare di essere mangiato da qualcosa che software è, ma con una natura diversa: modelli generativi capaci di apprendere, adattarsi e operare su più domini contemporaneamente.
Il sell-off del 3 febbraio 2026 non è solo una reazione emotiva a un annuncio, ma il primo segnale chiaro che Wall Street sta iniziando a prezzare questa transizione. Con tutte le conseguenze, industriali e finanziarie, che ne derivano.
In attesa dei sistemi multi-agentici
Gli strumenti di AI stanno certamente cambiando il modo di sviluppare software. Il CFO di JPMorgan Chase, Jeremy Barnum, ha definito il vibe coding «davvero incredibile». Ma applicazioni software altamente complesse che gestiscono attività mission-critical non saranno facili da sostituire. Soprattutto quelle che operano su dati sensibili – e spesso regolamentati – come risorse umane e finanza.
«Oltre il 65% delle aziende Fortune 500 utilizza i nostri servizi, e nessuna di loro dirà: “Vieni qui, startup di AI, e gestisci il mio back office e i miei controlli finanziari”», ha detto in un’intervista il CEO di Workday, Carl Eschenbach.
Aziende come Workday e Salesforce, che non molto tempo fa hanno sconvolto il settore più tradizionale del software on-premise, stanno lavorando freneticamente per integrare l’AI nei propri prodotti. Gli agenti – chatbot dotati della capacità di compiere azioni per conto delle persone – sono una parte centrale di questo sforzo.
Quasi tutte le società di software-as-a-service vendono ormai strumenti di agenti ai propri clienti, anche se secondo un report di RBC, la vera opportunità arriverà dai sistemi “multi-agentici” in grado di operare tra diverse applicazioni software, qualcosa che nessuno ha ancora davvero risolto.
Gli agenti AI non sostituiranno facilmente il settore del software
In un report, lo storico analista del software Brent Thill di Jefferies ha citato la «complessità significativa» degli attuali flussi di lavoro del software aziendale che l’AI non è ancora in grado di sostituire. «A nostro avviso, le complessità dell’architettura enterprise rendono improbabile una disintermediazione completa del software da parte dell’AI», ha scritto.
Anche gli inciampi delle aziende di AI contribuiranno a rafforzare questa tesi.
OpenAI ha affrontato un’ondata di critiche dopo il lancio di GPT-5, con utenti che lamentavano risposte inaccurate da un chatbot che Altman aveva descritto come l’equivalente di «avere in tasca un team di esperti di livello PhD».
Anche Meta Platforms ha incontrato difficoltà nel portare il suo modello Llama 4 al livello successivo.
I chatbot di AI possono aver sconvolto rapidamente i temi scolastici delle scuole superiori. Sostituire sistemi software da miliardi di dollari non sarà altrettanto facile.






