L’uso dell’intelligenza artificiale non è più opzionale per chi lavora nel settore tecnologico. Se molti comparti stanno ancora sperimentando strumenti di AI, l’industria tech è già passata alla fase successiva: monitorare l’utilizzo degli strumenti di intelligenza artificiale da parte dei dipendenti, e imporlo, se necessario.
Dalle piccole startup ai giganti come Amazon, Alphabet (casa madre di Google) e Meta Platforms, le aziende tecnologiche stanno misurando l’adozione dell’AI con l’obiettivo di aumentare la produttività e, in alcuni casi, integrandola direttamente nelle valutazioni delle performance. Per alcune posizioni, la padronanza dell’AI è ormai un requisito imprescindibile già in fase di selezione.
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Il caso Conductor: punteggi, premi e selezione basata sull’AI

Seth Besmertnik, amministratore delegato di Conductor, startup di marketing digitale, descrive l’approccio della sua azienda come una combinazione di “carota e bastone”.
All’inizio dell’anno ha introdotto un sistema di valutazione delle competenze AI per tutti i dipendenti: ciascuno riceve un punteggio da uno a cinque. Il massimo viene assegnato a chi sviluppa sistemi basati sull’intelligenza artificiale capaci di migliorare il flusso di lavoro dei colleghi.
È stato inoltre istituito un premio speciale: chi crea il processo più efficace guidato dall’AI riceve un contributo per una vacanza del valore di diverse migliaia di dollari.
Besmertnik è chiaro anche sul fronte delle assunzioni: non prende in considerazione candidati privi di competenze in AI. Durante i colloqui, due valutatori analizzano le capacità del candidato di risolvere problemi concreti con strumenti di intelligenza artificiale, chiedendo di spiegare la scelta degli strumenti, i prompt utilizzati e come l’approccio sarebbe cambiato sei mesi prima.
Dati e ritorni economici: l’AI convince (quasi) tutti
Secondo un sondaggio della società di consulenza Section, nell’ottobre scorso il 42% dei lavoratori del settore tech ha dichiarato che il proprio manager si aspetta l’uso dell’AI nelle attività quotidiane, in crescita rispetto al 32% registrato appena otto mesi prima.
Un’indagine condotta dalla Wharton School of the University of Pennsylvania insieme alla società di ricerca GBK Collective mostra che quasi la metà delle aziende tech e telecomunicazioni riporta già un ritorno positivo sugli investimenti in AI generativa, contro il 35% della media complessiva dei settori.
Tuttavia, l’adozione non è priva di tensioni. Molti lavoratori tech nutrono dubbi sull’effettivo risparmio di tempo garantito dall’AI e temono che l’automazione possa ridurre la forza lavoro. Il paradosso è evidente: proprio nel settore che guida l’innovazione digitale, l’ansia per l’impatto occupazionale dell’AI è amplificata.
I grandi gruppi monitorano l’uso dell’AI
Diverse grandi aziende tecnologiche stanno già monitorando attivamente l’utilizzo dell’AI da parte dei dipendenti.

In Amazon Web Services, i manager dispongono di dashboard che mostrano l’uso degli strumenti AI da parte degli ingegneri. Pur non incidendo formalmente sulle valutazioni, l’impegno nell’adozione dell’AI può influire sulle promozioni.
Anche Google ha iniziato quest’anno, per la prima volta, a includere l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in alcune valutazioni delle performance degli ingegneri software. I manager hanno discrezionalità nel considerare questo fattore in base ai ruoli e alle responsabilità.

Il nuovo sistema di valutazione di Meta Platforms tiene conto dell’uso dell’AI, arrivando persino a monitorare quante linee di codice siano state scritte con il supporto dell’intelligenza artificiale.
In Microsoft, i manager includono domande specifiche sull’uso dell’AI nei colloqui di performance, chiedendo ai dipendenti di quantificare come integrano questi strumenti nei loro flussi di lavoro.
Salesforce: sperimentazione, obbligo e adozione totale
Anche Salesforce ha adottato un approccio basato su sperimentazione e iterazione. Alla fine dello scorso anno ha introdotto un indicatore interno per monitorare i progressi nella “AI fluency”.
Sebbene non esistano obiettivi numerici rigidi da raggiungere, utilizzo degli strumenti AI e performance sono strettamente collegati: chi non usa l’AI rischia di risultare sotto-performante.
L’azienda ha reso obbligatori alcuni strumenti una volta raggiunta una massa critica di utenti. Oggi, ad esempio, la richiesta di ferie retribuite può essere effettuata solo tramite un agente AI. Anche molte autovalutazioni e revisioni delle performance vengono svolte con l’assistenza di agenti intelligenti. Secondo i vertici aziendali, “praticamente il 100%” dei dipendenti utilizza l’AI in qualche forma.
Pressioni interne e sfida culturale
La pressione per un’adozione diffusa dell’AI è particolarmente forte nelle grandi aziende tecnologiche. I colossi che investono miliardi nello sviluppo di questi strumenti devono dimostrarne l’efficacia anche internamente per poterli vendere ai clienti e giustificare il ritorno sugli investimenti.
Andrew Anagnost, CEO di Autodesk, sottolinea che uno dei principali ostacoli iniziali è stato l’accesso agli strumenti: alcuni software di coding, come Cursor, erano inizialmente bloccati e utilizzati informalmente dai dipendenti.
La strategia di Autodesk si concentra su flussi di lavoro specifici che possono essere migliorati dall’AI, evitando di imporre strumenti senza un chiaro valore operativo. Tuttavia, Anagnost avverte: una piccola minoranza continuerà a resistere all’adozione dell’intelligenza artificiale, ma probabilmente “non sopravviverà nel lungo periodo”.
Il rovescio della medaglia dell’adozione forzata dell’AI
Nel settore tecnologico, l’intelligenza artificiale non rappresenta più un vantaggio competitivo opzionale, bensì uno standard professionale. L’AI è diventata criterio di assunzione, parametro di valutazione e leva strategica per la produttività.
Per i lavoratori del settore, la domanda non è più se usare l’AI, ma quanto efficacemente riescano a integrarla nel proprio lavoro quotidiano.
L’obbligo di utilizzare l’intelligenza artificiale nel settore tech segna un passaggio storico: da strumento sperimentale a metrica di performance.
Se da un lato questa spinta può accelerare innovazione e produttività, dall’altro solleva interrogativi importanti. Legare valutazioni, promozioni e perfino assunzioni all’uso dell’AI rischia di trasformare uno strumento in un fine, premiando la quantità di utilizzo più che la qualità del pensiero critico.
Inoltre, l’adozione forzata potrebbe alimentare ansie occupazionali e ridurre lo spazio per approcci alternativi o per un sano scetticismo tecnologico. La vera sfida non è imporre l’AI, ma integrarla in modo consapevole, garantendo che resti un supporto al lavoro umano, non un criterio rigido che ne ridefinisce il valore.







