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Che c’entrano Tom Cruise e Brad Bitt con il futuro dei video AI



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Un video AI con i due celebri attori, creato con Seedance 2.0 di ByteDance, scuote Hollywood per qualità e implicazioni legali. Major e sindacati denunciano violazioni di copyright e diritti d’immagine. Il caso evidenzia lo scontro tra innovazione e tutela del lavoro creativo, mentre l’industria tenta di regolamentare l’intelligenza artificiale

Pubblicato il 17 feb 2026

Alessandro Longo

Direttore AI4business.it e Agenda Digitale



Seedance 2.0
Foto: Shutterstock

In 15 secondi, due volti riconoscibilissimi – quelli di Tom Cruise e Brad Pitt – che si affrontano su un tetto che crolla al tramonto. La camera si muove come in un blockbuster, la coreografia è credibile, la luce perfettamente calibrata, l’audio già “mixato”. Il video è stato generato con un prompt di due righe dal regista irlandese Ruairi Robinson usando Seedance 2.0, un nuovo modello di intelligenza artificiale del colosso cinese ByteDance, proprietario di TikTok.

Il clip è diventato virale in poche ore e ha messo in allerta Hollywood: per la qualità del risultato, molto oltre l’“AI slop” a cui eravamo abituati, e per le implicazioni economiche e legali. La reazione delle major e dei sindacati è stata immediata, con accuse di violazione massiccia del copyright e dei diritti di immagine, minacce di cause e richieste di fermare o limitare la diffusione dello strumento.

Dietro un video di 15 secondi c’è un cambiamento più profondo: la possibilità concreta che generare scene “alla Hollywood” diventi un’operazione alla portata di singoli creatori, fuori dai tradizionali circuiti di produzione. E che il controllo su volti, corpi e storie – il capitale vero dell’industria – scivoli via dalle mani di chi oggi ne vive.

Il caso Seedance 2.0: perché questo video è diverso dagli altri

Seedance 2.0 è un modello testo-video e immagine-video sviluppato da ByteDance e lanciato a febbraio 2026. È accessibile attraverso la app di montaggio Jianying (CapCut nella versione internazionale) e, almeno ufficialmente, è disponibile solo per utenti con ID Douyin, la versione cinese di TikTok.

La novità non è solo il fatto che generi video da un prompt, cosa che ormai fanno diversi modelli concorrenti. A colpire Hollywood è il “salto di qualità”: movimento di camera fluido, gestione della profondità di campo, fisica credibile degli oggetti, resa dei volti delle star e dell’estetica “cinema” che ricorda molto da vicino scene realmente esistenti. Secondo ricostruzioni di testate come il Los Angeles Times e il Guardian, il video Cruise-Pitt ha dato la misura di quanto poco basti – un’idea, qualche riga di testo – per ottenere una sequenza che fino a ieri avrebbe richiesto settimane di lavoro di team specializzati.

Non a caso è stato un autore del mestiere, Robinson, a usare Seedance come vetrina: oltre al combattimento tra le due star, ha pubblicato clip in cui uno dei due affronta un robot o un “ninja zombie”, costruendo micro-scene d’azione con lo stesso linguaggio visivo dei trailer di una grande produzione.

Per gli sceneggiatori e i registi di carne e ossa non è stata solo una curiosità tecnica. Rhett Reese, co-autore dei film di “Deadpool”, ha parlato di “brivido freddo lungo la schiena” e ha sintetizzato bene la paura di molti colleghi: se un singolo creativo, con strumenti del genere, può arrivare a un risultato così vicino al prodotto finito, quanto tempo passerà perché gli studios inizino a tagliare posti di lavoro lungo la filiera?

Copyright, volti e diritti: l’offensiva di Hollywood

La reazione istituzionale è arrivata in poche ore. La Motion Picture Association (Mpa), che rappresenta le principali major, ha accusato Seedance 2.0 di “uso non autorizzato su scala massiva di opere protette da copyright statunitense”, chiedendo a ByteDance di cessare l’attività ritenuta illecita.

Una coalizione come la Human Artistry Campaign ha messo l’accento sul profilo etico, parlando di violazione dell’autonomia personale quando l’immagine, la voce e il corpo di un artista vengono replicati senza consenso, anche se il risultato non è necessariamente diffamatorio.

Sul fronte dei diritti degli interpreti, la voce più ascoltata è quella di SAG-AFTRA, il sindacato degli attori, che negli ultimi contratti ha inserito clausole molto precise sulla “replicazione digitale”: gli studios firmatari non possono creare versioni sintetiche di un interprete senza consenso informato e compenso dedicato. Il punto, qui, è che Seedance opera al di fuori di quei contratti: è un servizio offerto da una società terza, sul quale lo stesso attore ha scarso controllo, specie se l’uso dei suoi tratti somatici viene delegato a utenti qualsiasi.

Questa è la frattura che più preoccupa Hollywood: anche se le grandi case si danno regole sul trattamento delle “digital replica”, un modello disponibile al pubblico permette di aggirarle nei fatti. E costringe i sindacati a inseguire, causa per causa, chi sfrutta quell’immagine senza autorizzazione.

Disney, OpenAI e il cortocircuito dell’industria

Tra i protagonisti del caso c’è ovviamente The Walt Disney Company. La major ha inviato a ByteDance una lettera di diffida, accusando la società di aver rifornito Seedance 2.0 con una “libreria pirata” di personaggi e film Disney, come se fossero “clip art di pubblico dominio”. Nella diffida vengono citati esempi di video con Spider-Man, Darth Vader, Grogu e altri personaggi di proprietà Disney generati dal modello.

La posizione è comprensibile sul piano del copyright. Ma il quadro si complica se si guarda a ciò che la stessa Disney sta facendo con l’AI in casa propria. Nel 2025 il gruppo ha annunciato un accordo triennale con OpenAI: investimento da 1 miliardo di dollari e licenza per usare Sora, il modello video di OpenAI, per generare clip con oltre 200 personaggi di franchise come Marvel, Pixar e Star Wars. L’intesa consente ai fan di creare brevi video “personalizzati”, mentre una selezione di questi contenuti potrà essere distribuita su Disney+.

La differenza, dal punto di vista giuridico, è netta: in un caso c’è una licenza e un flusso economico controllato; nell’altro c’è un sospetto di training non autorizzato su materiali protetti. Ma a livello di sistema emergono due elementi chiave.

Primo: Hollywood non sta rifiutando l’AI, sta cercando di addomesticarla all’interno di recinti proprietari ben definiti. Secondo: il conflitto con Seedance 2.0 non riguarda solo la tutela degli artisti, ma anche la difesa di un modello di business in cui la generazione di contenuti sintetici è accettabile solo se avviene nei confini di accordi esclusivi e ben monetizzati.

ByteDance sotto pressione: le promesse di “safeguards”

Di fronte alle minacce di cause e alle diffide, ByteDance ha diffuso una nota in cui sostiene di “rispettare i diritti di proprietà intellettuale” e di aver “ascoltato le preoccupazioni su Seedance 2.0”. L’azienda ha promesso di rafforzare i sistemi di salvaguardia per impedire la violazione del copyright, senza però entrare nel dettaglio di come siano stati selezionati i dati di addestramento né di quali filtri verranno introdotti.

Le indiscrezioni raccolte da testate come South China Morning Post parlano di un possibile blocco dei prompt che citano certi personaggi o franchise, di un maggiore uso di blacklist sui nomi di attori e IP registrati e di limitazioni all’uso del servizio fuori dalla Cina.

Sul piano pratico, tuttavia, questi correttivi arrivano dopo che il video Cruise-Pitt e decine di clip simili hanno già fatto il giro del mondo. E si scontrano con un problema strutturale: una volta che un modello è stato addestrato, “dis-imparare” ciò che ha assorbito dal dataset è complicato e costoso, come mostrano i casi di altri generatori di immagini e testo finiti nel mirino di fotografi e scrittori.

Il lavoro creativo tra entusiasmo e paura

Dentro Hollywood le reazioni non sono allineate. Oltre a chi parla apertamente di “fine del nostro mestiere”, c’è chi ridimensiona l’impatto immediato di Seedance 2.0.

Heather Anne Campbell, sceneggiatrice e produttrice della serie “Rick and Morty”, ha spiegato di vedere sui propri social un’ondata di video Seedance – anime generici, battaglie supereroistiche improbabili, fantascienza un po’ kitsch – ma di non aver ancora trovato nulla “che togliesse il fiato”. A suo giudizio, questi servizi restano “macchine della media”: producono una versione media di ciò che hanno visto, ma la grande arte non nasce da una media statistica, né da un clic solitario.

Queste due letture – l’allarme occupazionale e lo scetticismo sulla qualità – coesistono. È plausibile che, nel breve periodo, i modelli video vengano impiegati come scorciatoia in fasi specifiche della produzione: concept art animati, previsualizzazione di scene complesse, versioni provvisorie di storyboard e trailer interni. Ma man mano che la qualità cresce, la tentazione di sostituire porzioni sempre più ampie del lavoro umano con sequenze sintetiche diventa concreta, soprattutto per produzioni medio-piccole e contenuti per piattaforme social.

Qui torna la memoria dello sciopero della Writers Guild of America del 2023, quando sceneggiatori e sceneggiatrici hanno ottenuto clausole che limitano l’uso dell’AI nella scrittura senza consenso e compensi adeguati. La partita che si apre ora è analoga, ma riguarda l’intera filiera visuale, dagli stunt al montaggio.

Un caso hollywoodiano con effetti globali

Il caso Seedance 2.0 non resta confinato ai colli di Hollywood. Per l’Europa è un test di realtà su due fronti.

Da un lato, conferma quanto sia fragile l’idea che bastino etichette e standard tecnici per “rimettere ordine” nella percezione delle immagini. Se chi produce un video con volti di attori famosi usa modelli e piattaforme al di fuori delle coalizioni occidentali, gli standard come C2PA non entrano nemmeno in gioco. Dall’altro lato, mostra quanto sia difficile per le normative nazionali ed europee far valere i propri principi su strumenti sviluppati e ospitati altrove.

L’AI Act europeo chiede a chi distribuisce contenuti sintetici di dichiararli in modo chiaro, e il Digital Services Act impone alle grandi piattaforme di monitorare e mitigare i rischi di disinformazione. Ma se un video nasce su un servizio cinese, viene scaricato, rilavorato e ricaricato su altre piattaforme, la catena di responsabilità diventa subito opaca.

È una battaglia su chi controllerà, nei prossimi anni, la combinazione di tre asset chiave: i modelli generativi, le librerie di contenuti, i canali di distribuzione globale.

Chi possiede tutti e tre può decidere quali immagini vediamo, con quali volti e quali storie. E può farlo combinando lavoro umano e produzione sintetica in proporzioni che non siamo più in grado di distinguere a occhio nudo.

La clip di 15 secondi con Cruise e Pitt non è allora solo un “trucco” spettacolare. È un’anteprima di un mercato in cui la linea tra film, demo algoritmica e meme virale diventa sempre più sottile. Il modo in cui Hollywood, i regolatori e le piattaforme reagiranno a Seedance 2.0 dirà molto su quanto spazio resterà, in quel mercato, per chi crea e per chi guarda con l’idea che certe immagini continuino a rappresentare qualcosa che è accaduto davvero.

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