L’adozione delle AI generative nel tessuto produttivo italiano procede su binari divergenti. Il mercato cresce a doppia cifra, ma la maggioranza delle piccole e medie imprese resta ai margini, e accanto alle categorie professionali che integrano gli strumenti convive un fronte creativo che ne chiede la regolamentazione. Per chi deve decidere dove investire, la fotografia utile non è il tasso di adozione aggregato, ma la distanza tra uso dichiarato e integrazione effettiva nei processi.
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Un mercato che cresce, una base che resta ferma
Nel 2025 il mercato italiano dell’intelligenza artificiale ha raggiunto 1,8 miliardi di euro, in crescita del 50% sull’anno precedente, con la componente generativa e i progetti ibridi al 46% del totale (Osservatorio Artificial Intelligence, Politecnico di Milano). Il rapporto annuale di settore conferma l’AI come il comparto del mercato digitale a crescita più rapida, con un aumento del 47,6% (Il Digitale in Italia 2026, Anitec-Assinform, via MilanoFinanza). Sono cifre che misurano soprattutto la spesa, e la spesa si concentra dove esistono budget e strutture.
Il divario tra grandi imprese e piccole realtà lo conferma. Le prime, con almeno un progetto di AI, sono passate dal 59% al 71% in un anno, mentre tra le seconde la quota si ferma all’8% (stessa fonte). Il dato che orienta l’analisi è però un altro, il 76% delle PMI italiane non ha investito né prevede di investire nell’intelligenza artificiale (Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI, Politecnico di Milano). La crescita è reale, ma parte da una base bassa, e i due fatti convivono senza contraddirsi.

Uso dichiarato e integrazione effettiva
La lettura dei dati richiede una distinzione preliminare, perché usare uno strumento una volta è diverso dall’integrarlo nel lavoro. Si possono individuare tre livelli: la prova episodica, l’uso ricorrente individuale e l’integrazione stabile nei processi.
I numeri sull’adozione strutturata misurano il terzo livello, mentre buona parte dell’uso reale resta nel secondo, dove le statistiche faticano ad arrivare. È il fenomeno della shadow AI, l’uso di strumenti non forniti dall’organizzazione, tra i lavoratori delle grandi imprese il 47% usa strumenti di AI in azienda, ma solo il 19% dichiara di usare esclusivamente quelli aziendali (Osservatorio Artificial Intelligence, Politecnico di Milano). Nelle PMI la stessa curiosità individuale si legge nei numeri sull’AI generativa, il 9% usa strumenti a pagamento e un altro 9% le versioni gratuite (stessa fonte).
Alla distinzione tra livelli se ne aggiunge una seconda, tra input e output. I dati sull’input, licenze e prove, sono solidi, mentre quelli sull’output, tempo risparmiato e qualità, restano quasi sempre auto-dichiarati. Tra le grandi imprese che usano l’AI generativa solo il 54% prova a misurare il beneficio e appena l’11% lo monitora in modo periodico e strutturato, e il 39% dei lavoratori dichiara di aver risparmiato più di 30 minuti nelle ultime due attività svolte con l’AI (stessa fonte), un risparmio percepito ma che nessuno ha cronometrato.
Proiettare questi numeri sulle PMI resterebbe una stima, perché a quella scala i dati sull’output non sono ancora stati raccolti.
I professionisti, adozione in crescita ma disomogenea
Dove esistono rilevazioni di categoria aggiornate l’adozione risulta in crescita netta, e i commercialisti sono tra i più attivi. L’indagine «Organizzazione dello studio e impatto dell’intelligenza artificiale» della Fondazione Nazionale di Ricerca dei Commercialisti, condotta tra luglio e settembre 2025 su oltre 4.000 professionisti e presentata al Congresso nazionale di Genova, rileva che il 34,1% usa l’AI molto o abbastanza, quota attesa oltre il 70% entro tre anni (Indagine FNC, Press, magazine del CNDCEC). Gli strumenti più usati sono i generatori come ChatGPT, Copilot e Gemini (42,7%), applicati soprattutto all’aggiornamento normativo (36,6%), alla gestione delle fatture elettroniche (36,1%) e alle comunicazioni ai clienti (25,5%).
Tra gli avvocati la direzione è la stessa, con l’uso di strumenti di AI passato dal 27,5% al 55,3% in un anno e, tra gli under 40, fino al 70,3% (Rapporto sull’Avvocatura 2026, Censis e Cassa Forense).
Gli impieghi che si consolidano sono quelli a basso rischio, dove l’errore è visibile e correggibile, la redazione di prime bozze, i riassunti, la ricerca preliminare, i testi di comunicazione. L’adozione si arresta dove manca la fiducia nell’output, nei pareri, nei calcoli, nei riferimenti normativi che un modello può generare in modo errato, ambiti in cui la responsabilità verso il cliente resta del professionista. Non a caso, tra i rischi percepiti dai commercialisti prevalgono la regolamentazione incerta (31,9%) e la responsabilità legale per errori dell’AI (26,6%).
Il freno reale, competenze prima che costi
Il motivo per cui la maggioranza delle PMI resta ferma non è il costo, ma un insieme di fattori a monte, la consapevolezza, le competenze, la percezione di rilevanza. Molte imprese si fermano prima di valutare il prezzo di uno strumento, o non partono affatto, perché non hanno chiaro a cosa servirebbe o non dispongono di chi lo saprebbe usare. I dati sulle competenze descrivono lo stesso freno, tra le PMI solo l’8% dichiara di avere progetti di AI attivi o in sperimentazione e meno del 10% ha avviato attività di formazione strutturata, e persino tra le PMI che già usano o sperimentano l’AI l’85% segnala di aver bisogno di personale qualificato e di faticare a trovarlo sul mercato (AI nelle PMI italiane, Agenda Digitale, su dati dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano).
Il fronte del rifiuto
Accanto a chi adotta l’AI come strumento esiste un versante che la respinge, e non per arretratezza. Il discrimine è la natura del rapporto con la tecnologia, per un commercialista o un avvocato l’AI affianca il lavoro, mentre per un illustratore, un doppiatore, un traduttore o uno scrittore l’AI generativa, addestrata sulle loro opere e capace di riprodurne lo stile o la voce, diventa un concorrente che si nutre di ciò che dovrebbe remunerare. È una questione di posizione, non di attitudine verso l’innovazione, e spiega perché nel mondo creativo la reazione è organizzata.
In Italia questa reazione ha prodotto la struttura più definita. EGAIR, European Guild for Artificial Intelligence Regulation, è stata fondata nel 2023 dal fumettista Lorenzo Ceccotti e dall’associazione dei fumettisti MeFu, e riunisce autori, associazioni e case editrici di tutta Europa (EGAIR, il manifesto). Il manifesto non chiede di vietare la tecnologia, ma di regolare l’uso dei dati per l’addestramento, con richieste precise, il consenso esplicito e informato di chi detiene i diritti su un’opera, un «diritto all’addestramento» che estende all’AI i principi del GDPR, il divieto di usare nomi e opere senza licenza, e un sistema di etichettatura che segnali cosa è prodotto o assistito dall’AI. Tra i firmatari italiani figurano Zerocalcare, Milo Manara e Sara Pichelli, insieme ad associazioni di illustratori, traduttori editoriali e doppiatori.
Per i doppiatori la mobilitazione è arrivata allo sciopero. A febbraio 2025 l’Associazione Nazionale Attori Doppiatori ha lanciato l’appello «Difendiamo l’Intelligenza Artistica» e ha proclamato lo sciopero, con le voci più note del cinema italiano. Il nodo non è la produttività ma l’espropriazione, i doppiatori denunciano contratti che cedono i diritti sulla propria voce ad aziende che la sintetizzano e la riproducono senza di loro, e Luca Ward ha registrato la propria voce come marchio sonoro per difendersi dalla clonazione (I doppiatori italiani contro l’intelligenza artificiale, Open, febbraio 2025).
La stessa tensione attraversa l’editoria, dove il 75,3% delle case editrici usa già strumenti di AI, anche per copertine, illustrazioni e traduzioni, proprio dove il lavoro sostituito è quello di illustratori e traduttori, ma solo il 3,7% degli editori contattati ha concesso in licenza i propri contenuti per l’addestramento, il 37% ha già escluso di farlo, e la violazione del copyright in fase di addestramento è la seconda preoccupazione dichiarata, al 58,8% (Come gli editori italiani usano l’AI, ilLibraio, dicembre 2025).
Il rifiuto, del resto, non riguarda solo i creativi, anche tra le categorie che adottano resiste una minoranza, come il 17,9% dei commercialisti che dichiara di non usare affatto l’AI.
Il quadro normativo, senza allarmismi
Sul piano regolatorio conviene evitare le due letture opposte, quella che ignora l’AI Act e quella che lo descrive come un ostacolo insormontabile per i piccoli. Dal 2 agosto 2026 si applicano gli obblighi di trasparenza dell’articolo 50 del Regolamento UE 2024/1689, con il relativo regime sanzionatorio (Regolamento UE 2024/1689). Per la maggior parte delle imprese significa dichiarare all’utente l’interazione con un sistema di AI e segnalare i contenuti generati artificialmente. Quest’ultimo obbligo intercetta una delle richieste del mondo creativo, mentre il nodo a monte, l’uso dei dati di addestramento senza consenso, resta in gran parte fuori dal regolamento. Gli obblighi più gravosi, quelli sui sistemi ad alto rischio, sono stati invece rinviati, con il via libera definitivo del Consiglio dell’Unione europea del 29 giugno 2026 (Consiglio dell’Unione europea, comunicato del 29 giugno 2026).
| Scadenza | Cosa si applica |
|---|---|
| 2 agosto 2026 | obblighi di trasparenza dell’articolo 50 e relative sanzioni |
| 2 dicembre 2027 | sistemi ad alto rischio dell’Allegato III |
| 2 agosto 2028 | sistemi ad alto rischio incorporati in prodotti già regolati (Allegato I) |
Sul piano nazionale l’articolo 13 della Legge 132/2025, in vigore dal 10 ottobre 2025, impone ai professionisti che usano sistemi di AI di informare il cliente con linguaggio chiaro e comprensibile, a tutela del rapporto fiduciario, senza però prevedere una sanzione specifica (Legge 23 settembre 2025, n. 132).
Cosa se ne ricava
La fotografia complessiva è quella di una crescita autentica ma diseguale. Per le imprese e gli studi la variabile determinante non è la disponibilità degli strumenti, ormai diffusi e a basso costo d’ingresso, ma la capacità di governarne l’output e le competenze per farlo. La distanza che pesa davvero corre tra chi integra l’AI sapendo cosa produce e chi la trova già attiva dentro un software senza controllarne il risultato. Sullo sfondo, il nodo irrisolto del consenso e del copyright mantiene l’espansione dell’AI generativa esposta a un contenzioso di fondo, che le scadenze dell’AI Act affrontano solo in parte.







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