Le PMI italiane stanno affrontando una fase in cui incertezza geopolitica, pressione sui costi energetici, difficoltà nel reperire competenze e accelerazione dell’AI si sommano invece di alternarsi. In questo quadro, il dato più rilevante emerso dalla Ricerca 2025-2026 dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano non riguarda soltanto il livello di adozione tecnologica: riguarda soprattutto la qualità della preparazione con cui le imprese si stanno avvicinando al cambiamento.
Secondo i dati diffusi il 21 maggio 2026 dall’Osservatorio, il 76% delle PMI italiane non ha investito né prevede investimenti nell’intelligenza artificiale, solo il 7% ha avviato programmi strutturati di formazione sull’AI e il 47% non ha svolto attività di Ricerca e Sviluppo negli ultimi tre anni. Letti insieme, questi numeri descrivono un ritardo che va oltre la prudenza: mostrano una parte ampia del tessuto produttivo ancora poco attrezzata a collegare digitale, organizzazione e capacità competitiva futura.

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Un problema che riguarda il cuore dell’economia italiana
Il tema pesa perché le PMI non sono una componente marginale del sistema produttivo. La scheda ufficiale dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI ricorda che, pur rappresentando circa il 5% delle imprese attive, valgono il 35% degli occupati del settore privato, il 42% del fatturato complessivo e il 38% del valore aggiunto. Quando rallenta la loro capacità di innovare, il problema non resta confinato all’interno delle singole aziende: si trasferisce su filiere, territori, occupazione qualificata e tenuta competitiva del Paese.
Per questa ragione il tema AI nelle PMI va letto con un criterio più ampio del semplice conteggio dei progetti attivati. Il punto è capire quante imprese abbiano costruito le condizioni per usare davvero queste tecnologie: competenze interne, processi abbastanza ordinati, disponibilità di dati, capacità di valutare costi e benefici, relazioni con partner esterni, continuità negli investimenti.
Cresce la spesa digitale, ma il mercato resta polarizzato
La ricerca mostra un segnale incoraggiante: nel 2025 più di una PMI su due ha aumentato la spesa per la trasformazione digitale rispetto all’anno precedente. Il dato suggerisce che il digitale è uscito dalla categoria delle spese rinviabili per una quota rilevante di imprese. La crescita, però, non coincide automaticamente con una maturazione diffusa.
Una parte delle aziende continua infatti a investire in modo selettivo o difensivo, spesso concentrandosi sulle aree più vicine all’efficienza operativa o sul recupero di ritardi infrastrutturali. È un passaggio utile, ma non sufficiente. Il rischio è fermarsi a una digitalizzazione amministrativa o funzionale, mentre le tecnologie di frontiera restano fuori dal perimetro delle decisioni strategiche.
Questa è la fotografia sintetica dei numeri più rilevanti diffusi dall’Osservatorio.
Tabella: i dati che misurano il ritardo competitivo delle PMI
| Indicatore | Valore |
|---|---|
| PMI che non hanno investito né prevedono investimenti in AI | 76% |
| PMI con programmi strutturati di formazione sull’AI | 7% |
| PMI che non hanno svolto attività di R&S negli ultimi tre anni | 47% |
| PMI che hanno investito nel cloud nel triennio 2023-2025 | 56% |
| PMI che prevedono investimenti nel cloud nel periodo 2026-2028 | 91% |
La tabella aiuta a leggere una dinamica precisa: la modernizzazione infrastrutturale procede, mentre l’adozione delle tecnologie emergenti e la costruzione delle competenze restano lente. Il cloud avanza, l’AI resta marginale, la R&S rimane discontinua. È una traiettoria che migliora l’operatività di breve periodo, ma non garantisce automaticamente la capacità di reggere la concorrenza dei prossimi anni.

AI, R&S e competenze: i tre ritardi che si sommano
Il primo ritardo è quello dell’adozione dell’AI. Un’impresa può anche decidere di non investire subito in nuovi strumenti, ma quando la mancata adozione coinvolge tre quarti del campione il tema diventa sistemico. Significa che una quota molto ampia di PMI rischia di arrivare tardi su produttività, automazione dei processi, supporto alle decisioni, personalizzazione commerciale e valorizzazione dei dati.
Il secondo ritardo riguarda la Ricerca e Sviluppo. Se il 47% delle PMI non ha svolto attività di R&S negli ultimi tre anni, la difficoltà non è soltanto tecnologica. È organizzativa e culturale. Senza una funzione, anche leggera, dedicata a sperimentazione, partnership e sviluppo, l’innovazione resta episodica e dipende più dall’intuizione dell’imprenditore che da un metodo replicabile.
Il terzo ritardo è quello delle competenze. Il 7% di programmi strutturati di formazione sull’AI segnala che molte imprese stanno osservando il cambiamento dall’esterno. Questo approccio riduce la capacità di scegliere bene i fornitori, valutare i casi d’uso, fissare obiettivi realistici, gestire i dati, governare i rischi e misurare i risultati. Senza formazione, anche l’eventuale investimento tecnologico rischia di produrre poco.

Le PMI innovative mostrano che una traiettoria diversa esiste
Dentro questo scenario emerge però anche un’indicazione positiva. Le PMI innovative presentano comportamenti molto più avanzati: investono di più in competenze, collaborano con università e centri di ricerca, proteggono la proprietà intellettuale e trattano la R&S come una componente stabile del modello aziendale. Il punto interessante è che il vantaggio non nasce da una singola tecnologia.
Nasce da una combinazione di fattori: capitale umano, apertura all’ecosistema, metodo, continuità negli investimenti.
È qui che il dibattito sull’AI nelle PMI va ricollocato. L’adozione efficace dell’intelligenza artificiale non dipende soltanto dall’acquisto di software o dall’accesso a incentivi. Dipende dalla capacità dell’impresa di trasformare il digitale in una leva gestionale, non in una voce separata di spesa.

Il rischio vero è competitivo
La lettura più utile dei dati del Politecnico di Milano è questa: le PMI italiane hanno davanti un rischio competitivo, prima ancora che tecnologico. L’AI, la R&S e la formazione non sono tre capitoli distinti. Sono tre componenti della stessa capacità di adattamento.
In una fase segnata da volatilità energetica, mercati più instabili e pressione crescente sulla produttività, sottovalutare la trasformazione digitale significa esporsi a una perdita progressiva di margini, attrattività e velocità decisionale.

Le imprese che si limitano a inseguire l’emergenza possono restare operative, ma faranno più fatica a riposizionarsi. Quelle che trattano digitale e competenze come infrastrutture della competitività avranno più strumenti per reggere l’incertezza e trasformarla in vantaggio.



