Un tempo, per trovare qualcosa su internet si dovevano scorrere pagine e pagine di risultati Google. Quel tempo sta finendo, o meglio, si sta trasformando in qualcosa di completamente diverso. Oggi sempre più persone non “cercano” più nel senso classico del termine. Chiedono. Aprono ChatGPT, Gemini, Perplexity o Claude e formulano domande come se stessero parlando con un assistente personale: “Qual è il miglior software gestionale per una PMI italiana?” oppure “Dammi tre idee per il weekend a Milano con bambini piccoli”. E l’AI risponde. Direttamente. Sintetizzando informazioni da decine di fonti diverse, senza mostrare la classica lista di link blu.
E qui nasce un problema (o un’opportunità, dipende da come la si vede): se la nostra azienda, il nostro brand, i nostri contenuti non vengono citati da queste intelligenze artificiali, è come se non esistessimo.
Indice degli argomenti:
Cos’è esattamente la GEO?
GEO sta per Generative Engine Optimization, che tradotto – malissimo – in italiano suonerebbe come “Ottimizzazione per Motori Generativi”. In pratica, è l’arte di far sì che quando qualcuno chiede qualcosa a un’AI, la tua azienda venga menzionata nella risposta.
Non è più una questione di “farsi trovare” (il vecchio SEO), ma di “farsi citare”. E la differenza è enorme.
Come funziona: io chiedo a ChatGPT quale sia il miglior fornitore di torniture meccaniche a Milano. Se l’azienda metallurgica ha lavorato bene con la GEO, il chatbot potrebbe dire: “Tra i fornitori più affidabili c’è XYZ Meccanica, specializzata in torniture CNC di precisione con oltre 4.8 stelle su 127 recensioni”. Boom. Ha vinto quella che potrebbe essere la nuova prima pagina di Google.
Perché sta succedendo tutto questo adesso?
I numeri sono chiari e un po’ inquietanti (per chi non si adegua): Gemini ha superato i 750 milioni di utenti attiviti mensili[1], ChatGPT ha superato i 700 milioni[2] di utenti attivi settimanali nel 2025. Il 60% delle ricerche su Google finisce in una risposta zero-click, cioè l’utente legge la risposta direttamente nella pagina di ricerca senza cliccare su nessun sito. Nel mobile siamo addirittura al 77%.
Questo significa che il 42% dei potenziali clienti che cercano servizi tramite AI vocali o chatbot non vedranno mai il tuo sito se non sei citato nelle risposte generate.
E intanto, anche in Italia, la corsa è già iniziata: nel [3]2025 il 71% delle grandi imprese dichiara di aver avviato almeno una progettualità AI (contro il 59% nel 2024), mentre tra le PMI siamo ancora molto indietro (15% medie, 7% piccole) Sul fronte strumenti “pronti all’uso”, l’84% delle grandi aziende ha acquistato licenze di almeno uno strumento di Generative AI (+31% vs 2024)
E il dato più “pericoloso” è operativo: in Italia il 47% dei lavoratori usa strumenti di AI, ma solo il 19% dice di usare esclusivamente strumenti aziendali: quindi la shadow AI è già qui
Tradotto: se non siamo presenti e citabili nelle risposte generate, non solo perdiamo traffico: perdiamo direttamente opportunità, mentre il mercato (e le persone) si spostano altrove. Insomma, non è più fantascienza. È il presente che diventa futuro a velocità inaudita.
La SEO è morta?
Assolutamente no. Anzi, è il contrario. La GEO è figlia della SEO, non la sua sostituta. Funziona così: se abbiamo fatto SEO per anni: contenuti di qualità, sito veloce, link building solida, autorevolezza nel nostro settore, articoli su media, vuol dire aver fatto metà del lavoro per la GEO (un po’ come quando si facevano i siti web negli anni 2000 e si riempivano di contenuti).
Le AI non “inventano” risposte dal nulla. Pescano da fonti autorevoli, da contenuti ben strutturati, da siti che Google (e altri motori) già considerano affidabili. Se la nostra SEO funziona, siamo già sulla strada giusta. Dobbiamo solo aggiustare il tiro per rendere il sito ancora più appetibile agli occhi delle AI.
Un modo per capirlo? “SEO è farsi trovare; GEO è farsi citare in risposta”.
Come funzionano i motori generativi?
Ecco la parte tecnica: quando chiediamo qualcosa a un’AI, questa attraversa due fasi:
Fase 1 – Ricerca veloce: L’AI trasforma la domanda in una specie di “impronta digitale” matematica (chiamiamola vettore, ma il nome non importa) e la confronta con miliardi di documenti online che hanno già un’impronta simile. Non cerca esattamente le nostre parole chiave, ma cerca contenuti che parlano dello stesso argomento usando anche sinonimi, concetti correlati, variazioni linguistiche. Quindi se scriviamo “intelligenza artificiale” ma nell’articolo usiamo anche “AI”, “machine learning”, “modelli linguistici”, “LLM”, abbiamo più probabilità di essere pescati.
Fase 2 – Analisi profonda: Ora l’AI prende i contenuti selezionati nella fase 1 e li legge davvero. Cerca risposte strutturate, dati verificabili, citazioni, statistiche. Cerca di capire se il tuo contenuto risponde bene alla domanda originale e se è affidabile.
Chi vince? Chi copre l’argomento in modo completo, con dati, esempi pratici, fonti citate e una struttura chiara.
Un esempio pratico: la FAQ magica
Abbiamo un hotel in Trentino. Un utente chiede a Gemini: “Quali sono i migliori hotel dog-friendly in Trentino con spa?”
Se nel nostro sito abbiamo una sezione FAQ con domande tipo:
- “Accettate animali domestici?”
- “Quali servizi wellness offrite?”
- “Cosa rende il vostro hotel adatto alle famiglie con cani?”
E rispondiamo in modo chiaro, con frasi complete, dati concreti (“Accettiamo cani fino a 20kg, abbiamo 3 stanze pet-friendly con accesso diretto al giardino, e la nostra spa include un’area esterna dove i vostri amici a quattro zampe possono giocare”), abbiamo il 37% di probabilità in più di essere citato rispetto a chi non ha FAQ strutturate.
Le AI adorano le FAQ. Sono risposte già pronte, formattate in modo chiaro, facili da estrarre e sintetizzare.
Le citazioni e le statistiche: oro puro per le AI
Un’altra cosa che le intelligenze artificiali adorano: numeri, dati, citazioni verificabili.
Se nell’articolo scriviamo: “L’industria 4.0 sta crescendo rapidamente”, è generico. Ma se scriviamo: “Secondo il report di Politecnico di Milano 2025, gli investimenti in industria 4.0 delle PMI italiane sono cresciuti del 23% nell’ultimo anno, con un particolare focus su automazione dei processi (fonte: Osservatori Digital Innovation)”, l’AI ci prende molto più sul serio.
Ovviamente le fonte deve essere autorevole e veriteria. Quindi: citiamo fonti, usiamo dati concreti, linkiamo studi accademici o report settoriali. Diamo alle AI qualcosa di solido su cui basare le loro risposte.
Wikipedia e le piattaforme UGC: i posti dove esserci
Ecco due informazioni meno ovvie.
Wikipedia: Sembra che Wikipedia costituisca una porzione significativa dei dati di training delle AI. Avere una voce Wikipedia per il nostro brand (se abbastanza rilevante) può aumentare le probabilità di essere menzionato. Non è una garanzia, ma è un segnale forte di autorevolezza.
Piattaforme UGC (User Generated Content): Reddit, YouTube, forum di settore, gruppi Facebook. Le AI pescano tantissimo da questi posti perché contengono conversazioni autentiche, domande reali e risposte pratiche. Se il nostro brand viene menzionato positivamente su Reddit in discussioni rilevanti, o se abbiamo video YouTube con buone visualizzazioni che parlano dei nostri prodotti, questo conta.
Un caso pratico: dall’hotel al software gestionale
Immaginiamo di dover scrivere un articolo dal titolo “Come scegliere un software gestionale nel 2025”.
Approccio tradizionale SEO:
- Keyword density: “software gestionale”
- Meta description ottimizzata
- Link interni ed esterni
- 1500 parole
Approccio GEO-friendly:
- Keyword conversazionali: “Qual è il miglior software gestionale per PMI italiana nel 2025?”
- Struttura a domande e risposte:
- Cos’è un gestionale e perché serve?
- Quali sono i criteri di scelta? (costi, scalabilità, integrazione, supporto)
- Confronto tra 3-4 software reali con pro, contro e tabelle comparative
- Guida step-by-step all’implementazione (Fase 1: analisi processi interni, Fase 2: scelta fornitori, ecc.)
- Testimonianze concrete o case study
- Schema markup per Article, HowTo, FAQ
- Citazioni di report di mercato (“Secondo Gartner, il 68% delle PMI europee ha adottato un gestionale cloud nel 2024”)
L’articolo GEO-friendly non solo si posiziona su Google, ma ha altissime probabilità di essere usato dalle AI per costruire risposte complete. E quando l’AI sintetizza la risposta, potrebbe citare proprio il nostro pezzo come fonte.
Come monitorare se la GEO sta funzionando?
Non possiamo più affidarci solo al classico traffico organico e al ranking Google. Dobbiamo guardare altre metriche:
- Brand mentions nelle AI: quante volte il nostro brand viene citato nelle risposte di ChatGPT, Perplexity, Gemini?
- Sentiment: come viene descritto il brand? In modo positivo, neutro o negativo?
- Share of voice AI: rispetto ai competitor, quanto spazio occupiamo nelle risposte AI del nostro settore?
- Traffico referral da piattaforme AI: possiamo tracciarlo in Google Analytics 4 con un filtro regex tipo: (.*gpt.*|.*chatgpt.*|.*perplexity.*|.*gemini.*|.*copilot.*)
Strumenti come Semrush Enterprise AIO permettono di monitorare tutto questo in tempo reale. Possiamo vedere esattamente per quali query il nostro brand appare, in che posizione, e con quale sentiment.
Checklist pratica per iniziare subito
Ecco cosa possiamo fare subito, senza stravolgere tutto:
- Creare sezioni FAQ nel tuo sito: usiamo domande reali che i clienti fanno. Rispondiano in modo completo e diretto.
- Aggiungere schema markup: almeno Organization, LocalBusiness, FAQPage. Se vendiano prodotti, aggiungiamo Product schema con recensioni.
- Scrivere in modo conversazionale: usiamo long-tail keyword che suonano come domande vere: “Qual è il miglior X per Y nel 2025?”
- Inserire dati e citazioni: ogni affermazione importante dovrebbe essere supportata da un numero o una fonte.
- Creare contenuti profondi: non articoletti da 500 parole. Creiamo guide complete, tutorial passo-passo, confronti dettagliati.
- Ottimizzare per topic cluster: creiamo una pagina pillar su un argomento principale e articoli satellite che approfondiscono sotto-aspetti. Questo aiuta le AI a capire la tua autorità su un tema.
- Monitorare i competitor: chiediamo a ChatGPT: “Quali sono i migliori fornitori di [tuo settore] in [tua zona]?”. Se non compariamo, abbiamo trovato il problema.
Il grande equivoco da evitare
La GEO non è magia nera. Non è nemmeno “hacking” delle AI. È semplicemente creare contenuti di qualità in un formato che le intelligenze artificiali possono comprendere, valutare e utilizzare facilmente.
Se pensiamo “tanto l’AI impara comunque”, ci sbagliamo. L’AI sceglie fonti autorevoli, chiare, verificabili. Se il sito è in disordine, con contenuti superficiali, senza struttura, senza dati, senza fonti, l’AI lo ignora. Esattamente come faceva Google 10 anni fa.
La differenza è che oggi l’AI non mette un sito disordinato in posizione 15 su Google. Lo cancella dalla conversazione. E quella conversazione è dove si gioca il futuro della visibilità online.
Conclusioni
Se fino a ieri bastava scrivere un buon articolo, ottimizzarlo per Google e aspettare traffico, oggi si deve pensare anche a come quell’articolo verrà “letto” e “compreso” da ChatGPT, Gemini, Perplexity e gli altri.
Non è un mondo nuovo: è un’evoluzione. La SEO non è morta, si è solo vestita da intelligenza artificiale. E se impariamo a parlare la sua lingua – struttura, dati, risposte chiare, autorevolezza – avremo un vantaggio competitivo enorme rispetto a chi continua a fare le cose come prima.
La domanda non è “devo fare GEO?”. La domanda è “posso permettermi di non farla?”. E la risposta, oggi, è sempre più un secco no.
Fonte: Osservatori.net – Febbraio 2026 ↑
Fonte: tech.everyeye.it ↑
Fonte: https://www.avantgrade.com/ ↑







