All’inizio dell’anno scorso, OpenAI era considerata la favorita assoluta nella corsa per lo sviluppo e la commercializzazione dei modelli di intelligenza artificiale.
Ma nei mesi successivi, rivali come Anthropic e Google hanno ridotto sensibilmente il divario o addirittura sorpassato il maker di ChatGPT sul fronte tecnologico. Allo stesso tempo, l’entusiasmo degli investitori per l’IA ha sollevato timori di una “bolla” valutativa che spinge le valutazioni a livelli vertiginosi.
Queste dinamiche complicate si riflettono nella massiccia raccolta fondi che OpenAI sta tentando di completare, con un obiettivo di circa 100 miliardi di dollari e una valutazione potenziale fino a 830 miliardi. (Fonte: Financial Times)
Indice degli argomenti:
“Troppo grande per fallire”: cosa significa per i giganti tech
La campagna di raccolta capitali di OpenAI non riguarda solo l’azienda stessa, ma ha implicazioni dirette per altri colossi tecnologici.
Per Microsoft, ad esempio, che ha aumentato la sua presenza di cloud computing e calcolo dati per supportare i modelli AI, una parte significativa dei suoi contratti cloud futuri – circa il 45% del valore – deriva da OpenAI. Se la raccolta fondi dovesse fallire o incontrare ostacoli, potrebbe scuotere i mercati tecnologici già fragili.
Anche altre società come Nvidia, SoftBank e Oracle dipendono dalla forza di OpenAI: per loro l’azienda non è solo un partner, ma un elemento strategico di importanza fondamentale nelle rispettive catene di valore.
Le trattative con gli investitori: chi entra e con quanto
Secondo le informazioni emerse di recente:
- Nvidia potrebbe impegnare grandi cifre nel round, con stime variabili fino a 20–30 miliardi di dollari potenziali contributi.
- Amazon è in trattative per investire fino a 50 miliardi di dollari, il che la collocherebbe come il singolo investitore più grande nel round. (Fonte: Reuters)
- SoftBank Group è vicina ad accordare un ulteriore investimento fino a 30 miliardi di dollari, rafforzando la sua posizione di principale investitore. (Fonte: Financial Times)
- Microsoft, partner storico, potrebbe aggiungere qualche miliardo in più al suo impegno esistente.
Insieme, questi impegni potrebbero coprire una parte significativa dell’obiettivo complessivo di 100 miliardi di dollari, fondamentale per finanziare lo sviluppo dei modelli di AI e infrastrutture di data center globali.

La strategia di Sam Altman: oltre la Silicon Valley
Il CEO Sam Altman sta esplorando fonti di finanziamento che vanno ben oltre i tradizionali capitali di rischio di Silicon Valley. Il round attuale vede l’ingresso di fondi sovrani, giganti tecnologici e player finanziari globali, riflettendo una strategia di diversificazione significativa.
Questa mossa risponde sia alla feroce competizione tecnologica (con rivali come Anthropic e Google) sia alla crescente enfasi sull’AI come infrastruttura critica per l’economia digitale.
Rischi, reazioni e prospettive
Nonostante l’entusiasmo, alcuni osservatori ed economisti mettono in guardia contro la speculazione e l’ipervalutazione dell’AI. Gli investimenti massicci in infrastrutture e startup dell’AI hanno portato alcuni commentatori a parlare di condizioni “ipercompetitive” e potenzialmente simili a bolle finanziarie. (Fonte: Investopedia)
In questo scenario, la raccolta di capitali di OpenAI è vista sia come un’opportunità senza precedenti per espandere i confini dell’intelligenza artificiale, sia come un banco di prova sull’effettiva sostenibilità economica di queste valutazioni gigantesche.
OpenAI e il paradosso del “too big to fail”
La campagna di raccolta fondi in corso consolida la posizione di OpenAI come centro strutturale della finanza tecnologica globale. Con l’impegno di alcuni dei maggiori protagonisti dell’industria, la società non è più considerata semplicemente una startup: è percepita come un pilastro strategico la cui salute finanziaria può influenzare interi mercati tecnologici.
C’è qualcosa di profondamente ironico – e potenzialmente pericoloso – nel fatto che OpenAI, nata come laboratorio di ricerca con una missione quasi filantropica, venga oggi descritta come “too big to fail”. È un’espressione che appartiene al vocabolario delle crisi finanziarie, non a quello dell’innovazione tecnologica. Eppure è lì che siamo arrivati.
La raccolta fino a 100 miliardi di dollari non è solo una cifra record: è un segnale di dipendenza sistemica. Microsoft, Nvidia, Amazon e SoftBank non stanno investendo soltanto per inseguire rendimenti futuri, ma per proteggere investimenti già fatti, infrastrutture già costruite, strategie industriali già incardinate su OpenAI. In altre parole, non possono permettersi che OpenAI rallenti, sbagli o, peggio, fallisca.
Questo rovescia uno dei principi fondanti del capitalismo tecnologico: la selezione naturale dell’innovazione. Se un’azienda diventa troppo centrale per essere lasciata al mercato, il mercato smette di funzionare davvero. Il rischio non è solo finanziario, ma competitivo: un ecosistema che ruota intorno a un singolo attore tende a irrigidirsi, a premiare la scala più della qualità, la potenza di calcolo più dell’efficienza.
C’è poi il tema della valutazione. Numeri nell’ordine dei 750–830 miliardi di dollari presuppongono una crescita futura quasi priva di attriti: regolatori accomodanti, domanda infinita, assenza di shock tecnologici alternativi. È un’ipotesi audace, soprattutto in un settore in cui Google, Anthropic e nuovi modelli open source stanno riducendo rapidamente il vantaggio competitivo iniziale di OpenAI.
Il parallelo con le banche sistemiche prima del 2008 è scomodo ma istruttivo. Anche allora, l’argomento era che il costo del fallimento sarebbe stato superiore a qualsiasi intervento preventivo. Il risultato fu una socializzazione del rischio e una privatizzazione dei benefici. Oggi, nel mondo dell’AI, il rischio è che Big Tech stia costruendo una versione digitale dello stesso schema.
Conclusione
Infine, c’è una questione di governance. Più OpenAI diventa essenziale per gli equilibri industriali globali, meno appare chiaro chi ne controlli davvero le decisioni strategiche e con quali incentivi. Quando un’azienda è finanziata da chi dipende dal suo successo, l’indipendenza diventa una formula retorica.
OpenAI non è solo una scommessa sull’intelligenza artificiale. È una scommessa su un modello economico in cui l’innovazione viene dichiarata “infrastruttura critica” prima ancora di dimostrare di poter sostenere, da sola, il proprio peso. Ed è proprio questo, più dei numeri, il vero campanello d’allarme.







