Quello tra intelligenza artificiale, giornalismo e informazione è un rapporto nato da poco e già controverso. Lo si può definire “un matrimonio combinato”, combinato dalle nuove tecnologie.
Perché non è un amore a prima vista, dato che l’AI in parte può aiutare e in parte può intaccare il giornalismo e l’informazione, almeno per come li abbiamo conosciuti finora.
È un accostamento che risulta in maniera forse un po’ simile a come un fast-food fa concorrenza a un vicino ristorante affermato. Il cliente ha di fronte a sé due porte diverse, e sceglie in quale entrare. La fame, di ricette o di notizie, in qualche modo si placa comunque. Restano le altre differenze, e non sono poche.
A fare il punto della situazione, e delle prospettive, è un’analisi realizzata dal Reuters Institute for the Study of Journalism, intitolata ‘Journalism and Technology Trends and Predictions 2026’, e realizzata coinvolgendo un campione strategico di 280 leader digitali in 51 Paesi nel mondo.
Indice degli argomenti:
Il delicato equilibrio tra AI e informazione
Quello che lega intelligenza artificiale, giornalismo e informazione è ancora un delicato equilibrio, anche perché, ad esempio, diverse organizzazioni di rilievo hanno criticato l’accuratezza delle notizie fornite dalle principali chatbot.
Un recente studio dell’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU) ha rilevato che i risultati di ChatGPT, Perplexity e Gemini travisano i contenuti delle notizie in quasi la metà dei casi.
Ma, intanto, i motori di ricerca si stanno trasformando in motori di risposta basati sull’intelligenza artificiale, in cui i contenuti vengono visualizzati in finestre di chat, sollevando il timore che il traffico di riferimento per gli editori possa esaurirsi o ridursi notevolmente, minando i modelli di business esistenti e futuri.
Giornalismo pertinente, interessante e coinvolgente
Secondo lo studio di Reuters, gli addetti ai lavori e i professionisti del settore quest’anno si concentreranno sulla riprogettazione delle proprie attività per l’era dell’intelligenza artificiale, con contenuti più distintivi e un volto più umano.
“Guarderanno anche oltre l’articolo tradizionale, investendo di più in formati multipli, in particolare video”, spiega Nic Newman, ricercatore del Reuters Institute for the Study of Journalism, “e adattando i propri contenuti per renderli più ‘liquidi’, ovvero di formato variabile, e quindi più facili da riformattare e personalizzare”.
Gli sviluppi “sono molto aperti e incerti, una linea di sviluppo vincente può essere quella che punta a un giornalismo più pertinente, personalizzato e coinvolgente”.
Trovare l’informazione nei motori di ricerca
Gli editori di fascia alta, basati ad esempio su abbonamenti e con un forte traffico diretto, possono intravedere un percorso verso la redditività a lungo termine, mentre quelli che rimangono dipendenti dalla pubblicità e dalla stampa temono un forte calo dei ricavi e il potenziale impatto della ricerca basata sull’intelligenza artificiale sui profitti.
Gli editori prevedono un calo del traffico dai motori di ricerca di oltre il 40% nei prossimi tre anni. I dati forniti da Chartbeat mostrano che il traffico aggregato dalla ricerca Google verso centinaia di siti di notizie ha già iniziato a calare, con gli editori incentrati su contenuti lifestyle che rilevano di essere stati particolarmente colpiti dall’implementazione delle panoramiche basate sull’intelligenza artificiale di Google.
Questo dopo i notevoli cali del traffico di riferimento verso i siti di notizie da Facebook (-43%) e X (-46%) negli ultimi tre anni.

Le strategie di contenuto si spostano verso la distinzione
In risposta, gli addetti ai lavori ritengono che sarà importante concentrarsi su inchieste più originali e sul giornalismo sul campo, analisi e spiegazione contestuale, casi specifici e storie interessanti. Allo stesso tempo, ritengono che sarà importante investire in più video e formati audio come i podcast.
Nel complesso, la maggior parte dei dirigenti del settore ritiene che il successo futuro risieda nell’essere più distintivi, anche se ciò significa perdere una parte della propria portata complessiva e ridurre la quantità di notizie generali.

“La risposta migliore del giornalismo è raddoppiare gli sforzi su ciò che ci rende preziosi e unici”, rimarca Taneth Evans, responsabile digitale del Wall Street Journal. Che osserva: “la maggior parte degli addetti ai lavori si è resa conto dell’importanza della qualità, dell’originalità e delle relazioni dirette e significative con il nostro pubblico”, e anche “bisogna concentrarsi su un giornalismo che non può essere facilmente riassunto in tre punti”.
Contenuti esclusivi, inchieste e newsletter premium
“Stiamo dedicando le nostre risorse a un giornalismo e a un’analisi significativi e approfonditi, abbandonando la copertura mediatica generalizzata”, rileva Ritu Kapur, co-fondatrice e amministratore delegato di Quint in India. E inoltre “prevediamo anche di ampliare la nostra offerta di contenuti esclusivi, dalle inchieste e newsletter premium all’accesso dietro le quinte e ai reportage sul campo”.
Con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, “crescerà la domanda di giornalismo di alta qualità e controllato dagli esseri umani”, indica Edward Roussel, responsabile digitale del Times e del Sunday Times , e circa la metà (52%) degli editori intervistati concorda sul fatto che queste tendenze abbiano il potenziale per rafforzare la posizione dei media.

Allo stesso tempo, è nell’interesse delle piattaforme digitali garantire che la disinformazione e la disinformazione dell’intelligenza artificiale non degradino l’esperienza degli utenti, finendo per indebolire i loro modelli di business.
AI e informazione, nuovi scenari e opportunità
Oltre l’interruzione del traffico diretto causata dall’intelligenza artificiale, i dirigenti dell’informazione intravedono anche opportunità di generare nuove entrate dalla concessione di licenze per i contenuti (o da una quota di ricavi pubblicitari) tramite chatbot.
Circa un quinto (20%) degli editori censiti, principalmente provenienti da aziende di informazione di fascia alta, prevede ricavi futuri sostanziali, mentre la metà (49%) afferma di aspettarsi un contributo minimo.

Un ulteriore quinto (20%), composto principalmente da editori locali, emittenti pubbliche o da Paesi più piccoli, ritiene di non aspettarsi alcun reddito dagli accordi sull’intelligenza artificiale.
Abbonamenti, membership, contenuti esclusivi
Più in generale, abbonamenti e membership rimangono la fonte di ricavi principale (76% dei casi) per gli editori, davanti sia alla pubblicità display (68%) che a quella nativa (64%). Anche gli eventi online e fisici (54%) stanno diventando sempre più importanti nell’ambito di una strategia di ricavi diversificata.
Oltre quattro intervistati su dieci (44%) affermano che le loro iniziative di intelligenza artificiale in redazione stanno dando risultati “promettenti”, ma una quota simile (42%) li descrive come “limitati”.

Allo stesso tempo, la quantità di contenuti automatizzati di bassa qualità basati sull’intelligenza artificiale, compresi i cosiddetti siti ‘pink slime’, sembra destinata a esplodere, con le piattaforme che faticano a distinguerli dalle notizie legittime.
Il controverso rapporto tra editori e piattaforme digitali
Nel frattempo, gli editori hanno orientamenti diversi su come gestire il rapporto con le piattaforme digitali. Dovrebbero fare causa o concludere accordi per ottenere visibilità? O entrambe le cose?
Negli ultimi tempi sono stati stipulati diversi nuovi accordi tra OpenAI e importanti editori come il Guardian, Schibsted Media Group e Axios, mentre altri continuano a intentare cause legali. Anche Amazon ha ottenuto accordi di licenza per l’intelligenza artificiale con diversi editori, tra cui il New York Times, Condé Nast e Hearst, per utilizzare i contenuti per la formazione, nonché per potenziare funzionalità di prodotti come Alexa.

In diversi casi, i termini degli accordi rimangono poco chiari e omogenei: alcuni riguardano la concessione di licenze per i contenuti, altri si concentrano sulla condivisione dei ricavi, sulla visibilità, sull’innovazione o sull’accesso alla formazione.
Nuovi servizi di Answer Engine Optimization (AEO)
Oltre alla conclusione di accordi e cause legali, quest’anno ci si concentrerà su una migliore comprensione di come i contenuti vengono utilizzati da chatbot, sistemi di riepilogo e altri motori di risposta.
Questo servirà in parte a monitorare la visibilità del brand aziendale, ma anche a consentire l’ottimizzazione dei contenuti per questi nuovi sistemi. Ci si aspetta che sempre più agenzie di marketing digitale riadattino i propri servizi per includere AEO (Answer Engine Optimization) e GEO (Generative Engine Optimization), oltre all’emergere di nuove consulenze specialistiche e sistemi di analisi.
Molte delle tecniche sono simili alla SEO, ma ci sono alcune differenze nel modo in cui i contenuti devono essere creati e descritti per massimizzare le opportunità. Come per la SEO, nel tempo questi approcci determineranno almeno in parte quali contenuti verranno prodotti e fruiti.
La provenienza digitale diventa centrale
Nel 2026 il settore si concentrerà su due approcci principali. In primo luogo, intensificare le iniziative per aggiungere metadati ai contenuti prodotti professionalmente (e non solo) per mostrarne la provenienza e le modalità di editing, utilizzando standard come C2PA (Coalition for Content Provenance and Authenticity).
Finora i progressi sono stati molto lenti. Attualmente meno dell’1% delle immagini o dei video di notizie pubblicati a livello globale include metadati C2PA, sebbene l’adozione pilota stia crescendo in agenzie di stampa ed emittenti come la BBC inglese.
Contenuti attendibili e di alta qualità
Questi approcci richiedono l’adozione e l’adesione da parte dell’intero ecosistema, e i metadati possono essere facilmente eliminati in qualsiasi fase, ma esiste un interesse comune nell’implementare approcci che possano contribuire a dare risalto a contenuti verificati di alta qualità senza perdere la creatività – e il coinvolgimento – che accompagnano l’uso di molta intelligenza artificiale.
In secondo luogo, ci si aspetta che le piattaforme digitali intensifichino i loro sforzi per rilevare contenuti generati in modo automatico o manipolati. Finora, questi sistemi si sono rivelati solo parzialmente efficaci: alcuni esperti suggeriscono che TikTok riesca a rilevare automaticamente meno della metà dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale.
Migliori iniziative di etichettatura digitale e alfabetizzazione
Oltre agli standard tecnici, possiamo aspettarci maggiori sforzi per educare meglio i produttori e i creatori di contenuti su cosa devono etichettare e perché.
Ad esempio, chiunque carichi contenuti su YouTube ora deve dichiarare eventuali contenuti alterati o sintetici che potrebbero essere scambiati per una persona, un luogo o un evento reale.
Insomma, scattano una sorta di etichette ‘Doc’ o ‘Docg’, non solo per i vini e i formaggi, ma anche per ciò di cui ci ‘nutriamo’ nella grande cucina dell’informazione e della comunicazione globale.
Tutto ciò porta, in ultima analisi, a decisioni sull’opportunità di mostrare un’etichetta per contenuti generati dall’AI, e possiamo aspettarci di vedere etichette più evidenti quest’anno su argomenti delicati come elezioni politiche ed emergenze sanitarie.
Le sperimentazioni: varie e numerose
Intanto, ad esempio in Svezia, il quotidiano Svenska Dagbladet (SvD) ha iniziato a sperimentare un gruppo di ricerca generato dall’intelligenza artificiale, basato su interviste con alcuni dei suoi abbonati attuali e potenziali.
L’idea è che questi gemelli digitali siano sempre disponibili per i redattori, che possono consultarli per la stesura di un articolo o per suggerire titoli. Le prime iterazioni del sistema, sviluppate in collaborazione con la startup statunitense Verso, saranno testate con i redattori nei prossimi mesi.

Anche il Times di Londra ha recentemente utilizzato un panel di ricerca sintetica per testare il nome di un nuovo podcast aziendale. La pubblicità AI oriented e il marketing agentic inizieranno a prendere piede nel 2026, con l’intelligenza artificiale che ottimizzerà le campagne in base a obiettivi prestabiliti, personalizzando i messaggi delle campagne man mano che apprende come procede.
Nel complesso, l’AI è considerata un fattore chiave nel rafforzamento dei prodotti editoriali e informativi esistenti, ad esempio offrendo livelli più elevati di personalizzazione, nonché nello sviluppo di nuovi prodotti, e consentendo di sperimentare nuove soluzioni.





