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Milano ha già adottato l’AI: 44 progetti, un Manifesto e la rotta per la PA italiana



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Dai gemelli digitali agli algoritmi per segnalazioni e reti urbane, Milano mostra come l’intelligenza artificiale possa entrare nella pubblica amministrazione senza sostituire la responsabilità umana. La sfida ora è trasformare il metodo in un riferimento per altri Comuni italiani

Pubblicato il 5 giu 2026

Andrea Tironi

Project Manager – Digital Transformation



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C’è una scena che immagino spesso quando si parla di intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione. Un funzionario del Comune, al mattino, apre il cruscotto del sistema di gestione della rete idrica. Arriva un alert: anomalia nel flusso dell’acqua in zona Bovisa, probabilmente una perdita. Non è un tecnico che ha girato per ore a cercarla. È un algoritmo che ha analizzato i flussi notturni e ha già circoscritto il problema a poche decine di metri. Il funzionario chiama la squadra, il tecnico arriva, la perdita viene riparata in mezza giornata.

Questa scena non è fantascienza. È già realtà a Milano.

E non è l’unica. Sono 44, per la precisione, i progetti che il Comune di Milano e le sue aziende partecipate hanno censito nell’ambito dell’intelligenza artificiale: 19 già operativi, 25 in fase di sperimentazione.

Un numero che, detto così, può sembrare una statistica. Ma dietro ha qualcosa di più interessante: una città che ha smesso di chiedersi “se” usare l’AI e ha iniziato a chiedersi “come farlo bene”.

Quarantaquattro volte l’AI nella città

Cosa c’è dentro questi 44 progetti? Ecco alcuni esempi eloquenti.

Il gemello digitale degli alberi urbani

Il progetto forse più visibile, in senso letterale, è il gemello digitale degli alberi urbani. Oltre 30mila alberi curati dal Comune di Milano stanno ricevendo una rappresentazione virtuale tridimensionale, costruita con tecnologie di scansione laser LiDAR, fotogrammetria e machine learning. Non si tratta di fare mappe più belle. Si tratta di avere, per ogni singolo albero, dati precisi su densità fogliare, vitalità, struttura della pianta, segnali di deperimento. Tutto integrato nel sistema gestionale GreenSpaces già in uso. Il risultato pratico: la manutenzione del verde urbano diventa predittiva, non più reattiva. Non si aspetta che un albero cada per intervenire.

Il gemello digitale della città

Poi c’è il gemello digitale della città in senso più ampio: una riproduzione tridimensionale di Milano costruita con rilevamenti LiDAR e finanziata con i fondi del Programma Nazionale Metro Plus 2021-2027. Un’infrastruttura del dato spaziale che consente modelli decisionali e analisi dei servizi basati su dati coerenti e interoperabili. In parole povere: Palazzo Marino può simulare, prevedere, pianificare con un grado di precisione che prima era semplicemente impossibile.

Nel sottosuolo, nel frattempo, lavorano algoritmi per individuare perdite nella rete di teleriscaldamento e modelli predittivi per intercettare anomalie nella rete idrica prima che diventino guasti visibili. In superficie, i filobus sono stati dotati di sensori intelligenti. È le segnalazioni dei cittàdini vengono classificate automaticamente con l’AI, per smistare le priorità senza che ogni pratica debba passare per una catena manuale di decisioni.

Quarantaquattro. Non sono esperimenti universitari; sono strumenti di lavoro.

Il Manifesto

A ottobre 2025, durante la Milano Digital Week, il Comune ha presentato il Manifesto per l’uso dell’Intelligenza Artificiale. La prima domanda che viene da fare è quella che ha posto direttamente un giornalista a Layla Pavone, coordinatrice del Board per l’Innovazione Tecnologica e Trasformazione Digitale: “L’ennesimo documento di principi etici?”

La risposta di Pavone è stata illuminante: “Siamo partiti da un’analisi molto pragmatica e concreta, che ci ha consentito di capire quanta intelligenza artificiale è già integrata nei progetti di innovazione del Comune di Milano e delle aziende partecipate.”

Questa frase merita di essere letta due volte. Non si parte dal “cosa vogliamo diventare”. Si parte dal “cosa siamo gia”. La mappatura prima, le regole dopo. È un approccio che sembra banale è che invece manca quasi ovunque.

I sei valori del Manifesto, umanesimo digitale, trasparenza e comprensibilità, inclusività e pari opportunità, sicurezza e protezione dei dati, sostenibilità e responsabilità sociale, partecipazione è coinvolgimento civico, non sono astratti solo perché si chiamano “valori”. Il punto è come vengono declinati.

L'”umanesimo digitale” al Comune di Milano significa che la decisione finale nei processi che usano l’AI resta sempre in mano all’essere umano. La “trasparenza” significa che i cittàdini milanesi hanno il diritto di sapere quando e perché viene usato un algoritmo che li riguarda.

Non è retorica. È governance.

La mappatura come atto politico

C’e un passaggio che rischia di passare inosservato ma che è probabilmente il più significativo di tutto il percorso milanese: prima di dotarsi di un Manifesto, il Comune ha fatto una mappatura. Ha preso carta e penna, metaforicamente, e ha chiesto a tutte le direzioni e alle aziende partecipate: “Dove state già usando l’AI? In che forma? A che punto siete?” Da questa ricognizione sono emersi i 44 progetti. Una parte dell’amministrazione non sapeva nemmeno con precisione cosa stava usando.

Questa mappatura è un atto politico prima ancora che tecnico. Significa che chi governa la città ha deciso che vuole sapere cosa succede nei processi amministrativi. Vuole visibilità su strumenti che, altrimenti, si infilano nei sistemi operativi senza che nessuno ne abbia piena contezza.

E quello che, in molti altri Comuni italiani, non è ancora successo. Non perché manchino le competenze. Ma perché nessuno ha ancora fatto la domanda giusta: “Noi, l’AI, la stiamo già usando?”

La risposta, quasi certamente, è sì. Solo che non si sa dove, come è con quali regole.

Formare i cittadini, non solo i dipendenti

Un aspetto che distingue l’approccio milanese dalla maggior parte delle altre esperienze è l’attenzione alla formazione dei cittadini, non solo del personale interno.

Il progetto REMID@, promosso dal Comune in collaborazione con la Fondazione Mondo Digitale è l’associazione Migliorattivamente, porta formazione digitale direttamente nelle Case di Quartiere di tutti i municipi. Non corsi online, non webinar in orario lavorativo: presenza fisica capillare in ogni quartiere, per ridurre il divario digitale in modo concreto.

Il programma “Divulgatori Digitali“, realizzato in collaborazione con Fastweb-Vodafone, offre corsi gratuiti sull’uso degli strumenti digitali per la ricerca del lavoro, con un target specifico sulle fasce di popolazione più lontane dall’ecosistema tecnologico.

E poi c’è Cybersecurecity.it, un portale gratuito su sicurezza informatica, AI e competenze digitali disponibile in più lingue, destinato a cittàdini, istituzioni e imprese. Non è comunicazione istituzionale. È politica digitale applicata alla quotidianità delle persone.

Il modello che altri Comuni possono seguire

Proviamo a fare un passo indietro e chiederci: cosa ha fatto Milano di replicabile?

La prima cosa è la creazione di un board per l’Innovazione con un ruolo di coordinamento trasversale. Layla Pavone lo descrivè come “catalizzatore”: un organismo che non sostituisce le direzioni operative ma le collega, le orienta, le mette in dialogo. Non un ufficio di “digitalizzazione” separato dal resto, ma un punto di regià che agisce dentro la macchina amministrativa.

La seconda è la metodologia: mappa prima, regola poi. Non si parte dalle policy astratte. Si parte da quello che c’è. È un approccio che richiede un coraggio specifico, quello di guardare in faccia la realtà dell’amministrazione, con tutti i suoi limiti e le sue sorprese.

La terza è la trasparenza pubblica. Il Manifesto è un documento accessibile a chiunque. Non un documento interno di governance, ma una dichiarazione di intenti verso la cittàdinanza. Questa scelta cambia la natura del documento: non è più solo uno strumento operativo, è un impegno.

La quarta e la formazionè come servizio, non come adempimento. I programmi per i cittàdini sono costruiti sul bisogno reale delle persone, non sulla necessità dell’amministrazione di spuntare una casella.

Cosa succede adesso

Milano ha 44 progetti. Ha un Manifesto. Ha una governance. Ha programmi di formazione capillari.

La domanda che vale la pena di porsi non è “cosa manca ancora” ma “dove va questo percorso”.

La risposta più interessante che ho sentito in merito viene ancora da Layla Pavone, all’AI Festival 2026: “Siamo interessati all’AI quando riduce le disuguaglianze, rende i servizi più accessibili, aiuta l’amministrazione a essere più efficiente è trasparente, supporta decisioni migliori senza sostituire la responsabilità umana.”

E una definizione operativa di intelligenza artificiale nella PA. Non “AI che automatizza tutto” e non “AI che rivoluziona il mondo”. AI che serve le persone, misurabile, responsabile, governata.

Il percorso di Milano dimostra che non si tratta di fantascienza. Si tratta di scelte. Scelte fatte una alla volta, con metodo: mappare, governare, comunicare, formare.

Non è detto che il modello milanese sia perfetto. Non è detto che tutto funzioni sempre alla prima. Ma è un modello che esiste, che è documentato, che è pubblico. È questo, per la PA italiana, e già qualcosa di raro.

Il passo che altri Comuni possono fare già domani

La buona notizia e che non serve essere Milano per iniziare.

Il primo passo, è spesso il più difficile, e la mappatura. Quali sistemi digitali usate già che contengono componenti di machine learning o analisi predittiva? Probabilmente più di quanti pensiate. Il software di gestione del traffico, il sistema di smistamento delle pratiche, il tool per la classificazione delle segnalazioni: spesso l’AI e già dentro, integrata da un fornitore, senza che nessuno in Comune abbia mai fatto una valutazione consapevole.

Il secondo passo e la governance. Non serve un Manifesto da cinquanta pagine. Basta iniziare a chiedersi: chi supervisiona i sistemi AI? Chi risponde se qualcosa va storto? Esiste qualcuno con la responsabilità esplicita di capire cosa fanno gli algoritmi che il Comune usa?

Il terzo passo è la formazione. Non quella esterna, per i cittadini, ma quella interna. I dipendenti pubblici che lavorano con strumenti AI hanno il diritto di capirè come funzionano, quali sono i limiti, quando non ci si deve fidare dell’output.

Tre passi. Nessuno dei tre richiede un budget straordinario. Richiedono, invece, una scelta: quella di smettere di aspettare che qualcun altro faccia la strada e iniziare a camminare.

La città come laboratorio

C’e una cosa che colpisce, guardando il percorso di Milano nell’arco degli ultimi anni. Non è la tecnologia. Non è il numero dei progetti. È la continuità.

Il gemello digitale non è nato in sei mesi. La mappatura dei 44 progetti non è avvenuta in un week-end. La Milano Digital Week è arrivata alla sua ennesima edizione con un documento nuovo, costruito su quelli precedenti. Il board per l’Innovazione lavora da anni come punto di raccordo tra la politica, l’amministrazione è l’ecosistema privato.

Continuita significa che ogni anno c’è qualcosa di nuovo, ma costruito su qualcosa che c’era gia. È la differenza tra un progetto pilota e una trasformazione strutturale.

L’intelligenza artificiale, per produrre valore reale nella PA, ha bisogno esattamente di questo: non di un exploit, ma di un percorso. Non di una delibera, ma di una cultura. Non di un algoritmo, ma di persone che sanno cosa farsene.

Milano lo ha capito. Adesso tocca al resto d’Italia.

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