libri

Le aziende italiane al bivio: rimanere indietro o colmare i gap e rilanciare la produttività



Indirizzo copiato

In gioco c’è il futuro dell’Italia, come spiega nel suo libro Giuseppe Di Franco, Ceo di Lutech. È urgente agire “nei settori in cui l’adozione dell’AI può produrre il massimo impatto positivo in tempi rapidi: manifattura, sanità, settore pubblico, energia”

Pubblicato il 25 mar 2026

Stefano Casini

giornalista



Italia aziende gap AI

La storia dell’innovazione è piena di previsioni sbagliate. Ma stavolta non si tratta di sbagliare: “si tratta di non vedere”.

Perché l’intelligenza artificiale “non è una novità tra le altre, è il punto di rottura. È l’iceberg che abbiamo ignorato per decenni, e che ora ci mostra la sua massa sommersa: immensa, intricata, ineludibile”.

Giuseppe Di Franco è il Ceo di Lutech, una corazzata italiana con a bordo oltre 6mila professionisti (tra Italia, Spagna e Albania) e con un giro d’affari annuo che naviga attorno a 1 miliardo di euro.

Ha voluto scrivere ‘L’intelligenza artificiale per il futuro dell’Italia’ – pubblicato con Piemme edizioni – per concentrare la sua lunga esperienza e visione da top manager, e per suonare la sveglia al sistema-Paese e alle sue imprese.

“Chi adotta oggi, costruisce valore. Chi aspetta, accumula ritardo”, fa notare il top manager.

L’intelligenza artificiale per il futuro dell’Italia

Immagine che contiene testo, libro, grafica, posterIl contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto. “Da decenni l’Italia sembra essersi abituata all’idea che la crescita della produttività del lavoro possa rallentare, che i salari possano diminuire, che l’innovazione possa accadere altrove. Eppure, questa rassegnazione non è inevitabile”, sottolinea Di Franco.

E spinge all’azione: “siamo ancora in tempo per invertire la rotta. Siamo ancora in tempo per far sì che la rivoluzione digitale – e in particolare l’intelligenza artificiale – non sia solo una minaccia o un privilegio per pochi, ma un’opportunità concreta e diffusa per il nostro Paese e per l’Europa”. Per realizzarla, serve “una visione chiara” e “il coraggio di investire”.

L’AI al centro dello scenario

L’intelligenza artificiale, oggi, si colloca al centro dello scenario. Può accelerare ulteriormente il divario tra chi innova e chi resta indietro. Può amplificare le asimmetrie, aggravare la desertificazione industriale di alcuni territori, polarizzare ancora di più il mercato del lavoro.

Ma – e qui sta il punto cruciale della sua visione e del libro – “l’AI può anche essere esattamente il contrario: una leva formidabile per colmare i gap, rilanciare la produttività, rendere più efficiente la macchina pubblica, creare nuova occupazione qualificata, ridare dignità al lavoro, riportare valore aggiunto in Italia e in Europa”.

Due condizioni indispensabili

Affinché tutto ciò accada, due sono le condizioni indispensabili. La prima è il rafforzamento del capitale umano e della consapevolezza, a tutti i livelli – non solo tra gli specialisti o i tecnici – che “serve una cultura digitale diffusa, conoscenza concreta delle potenzialità dell’AI e capacità di discernimento tra ciò che è hype e ciò che è reale”.

Italia aziende gap AI
Giuseppe Di Franco, Ceo di Lutech

La seconda condizione per il rilancio del Sistema-Paese è l’individuazione precisa delle aree di intervento, evitando i popolari quanto inutili interventi a pioggia, cioè agendo nei settori in cui l’adozione dell’AI può produrre il massimo impatto positivo in tempi rapidi: industria manifatturiera, sanità, giustizia, pubblica amministrazione, istruzione, energia.

L’intelligenza artificiale, se correttamente adottata, può diventare “il più potente strumento per chiudere un doppio gap: quello tecnologico e quello di competenze. E può farlo in maniera capillare, concreta, inclusiva”, rimarca il Ceo di Lutech.

I numerosi vantaggi tangibili per le imprese

Le tecnologie, per fare tutto ciò, ci sono. Le soluzioni esistono. I casi d’uso aziendali sono molti, diffusi ovunque.

Le imprese e le pubbliche amministrazioni che hanno deciso di adottare l’AI stanno già beneficiando di vantaggi tangibili: maggiore efficienza operativa, migliori decisioni, servizi più rapidi, risparmi economici, riduzione degli sprechi, valorizzazione e aggiornamento delle competenze umane.

Nessun paese ce la può fare da solo: serve un’AI ‘Made in Europe’

Un altro punto fermo importante, che emerge dal libro, consiste nel fatto che nessun Paese europeo ce la può fare correndo da solo la gara dell’AI e dell’innovazione.

Italia aziende gap AI

La dimensione necessaria – in questa evoluzione e competizione su scala mondiale – per l’Italia e gli altri Stati vicini è solo quella aggregata, quella dell’Europa.

Dove “serve una politica industriale per l’intelligenza artificiale che punti a un’AI ‘Made in Europe’, capace di generare impatto reale, locale e duraturo”.

Manca una vera sovranità tecnologica

In Europa, nonostante leggi, iniziative e visioni, “manca nettamente una vera sovranità tecnologica”.

Un paradosso su tutti: siamo in grado di progettare e finanziare missioni spaziali, opere pubbliche faraoniche, esplorazioni lunari, ma non abbiamo ancora costruito un cloud europeo in grado di competere davvero con le grandi piattaforme americane o cinesi.

Questa dipendenza tecnologica ha conseguenze quotidiane: perdita di competitività, di autonomia strategica e politica, di controllo sui dati e sulle infrastrutture critiche.

Per affrontare queste fragilità servono strumenti concreti e “a misura d’Italia, che possano essere scalabili a livello europeo: dal fascicolo elettronico delle competenze, al rafforzamento della pubblica amministrazione, fino alla diffusione di una vera cultura del dato”.

Appello per un’alleanza continentale per l’autonomia

Questa visione si traduce in una chiamata a una vera alleanza europea per l’innovazione: “l’Italia deve essere protagonista e non spettatrice delle scelte continentali, guidando il cambiamento e contribuendo a una sovranità digitale condivisa”, auspica Di Franco.

L’Italia può essere la “base operativa”, ma l’Europa è il vero “campo da gioco”. Perché solo in una cornice europea “possiamo costruire infrastrutture cloud, governance dei dati, politiche industriali e programmi di formazione che ci rendano davvero autonomi e competitivi”.

Una visione ‘italo-europea’, per essere non spettatori ma protagonisti

La sovranità digitale europea è la condizione “per difendere la nostra libertà, la nostra capacità di decidere, i nostri valori e la nostra democrazia”.

Dipendere da piattaforme e infrastrutture extraeuropee “significa rinunciare a una parte della nostra autonomia strategica, economica e culturale, e rischiare di essere spettatori e non protagonisti della trasformazione digitale globale”.

Il Ceo di Lutech propone, in pratica, una visione ‘italo-europea’: puntando su sovranità digitale, ecosistemi condivisi e valori comuni. L’Italia è come un “laboratorio e motore di un nuovo modello di sviluppo europeo, dove cultura, innovazione e responsabilità sociale si fondono in una strategia comune”.

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x