Negli ultimi trent’anni, il confronto economico tra Stati Uniti ed Europa è stato dominato da un dato: la produttività americana cresce più velocemente. Dal 1995 al 2025, la produzione per ora lavorata negli Stati Uniti è aumentata dell’85%, contro appena il 29% in Europa. Un gap che sembrava destinato a ridursi si è invece ampliato.
Oggi, l’intelligenza artificiale rischia di accentuare ulteriormente questa distanza. Il paper “Mind the Gap: AI Adoption in Europe and the U.S.”, pubblicato nel 2026 da un team internazionale di economisti, offre una delle analisi più complete finora disponibili sul tema (Alexander Bick, Adam Blandin, David J. Deming, Nicola Fuchs-Schündeln, Jonas Jessen. Working Paper 34995).
La conclusione è netta: esiste un divario nell’adozione dell’AI e sta già producendo effetti misurabili sull’economia reale.

Il pannello (b) mostra gli investimenti annuali in TIC (somma di apparecchiature informatiche e di comunicazione, software e banche dati) in percentuale del valore aggiunto lordo, nel database EUKLEMS & INTANProd (Bontadini et al. 2023). La figura D.1 dell’appendice mostra gli investimenti di ciascuna delle tre componenti in percentuale del valore aggiunto lordo individualmente e la conseguente evoluzione delle rispettive stock di capitale reale rispetto ai livelli del 1995.
Indice degli argomenti:
L’AI è già ovunque (ma non allo stesso modo)
Secondo i dati raccolti attraverso survey su lavoratori e imprese nel 2025 e 2026, il 43% dei lavoratori statunitensi utilizza strumenti di intelligenza artificiale, contro il 32% nei principali Paesi europei. Una differenza di 11 punti percentuali che, su scala macroeconomica, è tutt’altro che marginale.
Questo divario non è uniforme: varia da Paese a Paese e dipende da fattori come la struttura industriale, il livello di istruzione e la diffusione delle tecnologie digitali. Tuttavia, anche tenendo conto di queste variabili, una parte significativa della differenza resta.
Gli Stati Uniti, in altre parole, non solo adottano più rapidamente l’AI, ma lo fanno in modo più capillare e sistematico.
Il ruolo nascosto del management
Uno degli aspetti più sorprendenti dello studio riguarda il ruolo delle imprese. Non è tanto la disponibilità della tecnologia a fare la differenza, quanto il modo in cui viene integrata nei processi aziendali.
Le aziende che incentivano attivamente l’uso dell’AI registrano tassi di adozione molto più elevati. Tra i lavoratori che ricevono incoraggiamento da parte del datore di lavoro, il 47% utilizza l’intelligenza artificiale, contro appena il 10% tra chi non riceve alcun supporto .
Anche la disponibilità di strumenti conta, ma meno dell’incoraggiamento: fornire accesso all’AI aumenta l’adozione, ma non quanto una cultura aziendale favorevole. La formazione, invece, sembra avere un impatto limitato se non accompagnata da altri fattori.
In sintesi, il vero motore dell’adozione non è la tecnologia, ma la gestione.
Produttività: piccoli numeri, grandi effetti
Se l’adozione è più alta negli Stati Uniti, quali sono le conseguenze economiche?
Il paper affronta la questione combinando dati micro (a livello di lavoratore) e macro (a livello di industria). I risultati convergono: l’intelligenza artificiale è associata a un aumento della produttività.
A livello individuale, i lavoratori riportano risparmi di tempo significativi. Negli Stati Uniti, questi si traducono in un guadagno aggregato del 2,3% del tempo lavorativo; in Europa, tra l’1% e l’1,8% . Anche considerando i non utilizzatori, l’effetto complessivo resta rilevante.
A livello industriale, l’impatto è ancora più evidente. Un aumento del 10% nell’adozione dell’AI è associato a una crescita cumulata della produttività tra il 2% e il 5% in Europa, e fino al 3,7% negli Stati Uniti nel periodo 2019-2025 .
Non si tratta di prove causali – gli autori sono cauti su questo punto – ma la coerenza dei risultati across metodi e Paesi rafforza l’ipotesi che l’AI stia già contribuendo alla crescita economica.

Il rischio di un divario strutturale
Se si moltiplicano questi effetti per l’intero sistema economico, il quadro diventa ancora più chiaro. La differenza di adozione tra Stati Uniti ed Europa è sufficiente a spiegare diversi punti percentuali di crescita della produttività a favore degli USA.
Questo significa che il gap attuale potrebbe non solo persistere, ma ampliarsi ulteriormente nei prossimi anni.
Il parallelo con la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione degli anni ’90 è evidente: allora come oggi, gli Stati Uniti sono stati più rapidi nell’adottare e integrare le innovazioni, trasformandole in vantaggio competitivo.

E il lavoro? Nessuna rivoluzione (per ora)
Se la produttività cresce, cosa succede all’occupazione? È la domanda più delicata e quella su cui il dibattito pubblico è più acceso.
Contrariamente a molte narrazioni catastrofiche, il paper non trova evidenze di un impatto significativo dell’AI sull’occupazione. Né negli Stati Uniti né in Europa emergono correlazioni robuste tra adozione dell’intelligenza artificiale e variazioni nei livelli occupazionali.
Le analisi econometriche mostrano coefficienti piccoli e statisticamente non significativi, sia positivi che negativi, a seconda dei periodi e delle specifiche .
In altre parole, almeno nel breve periodo, l’AI sembra aumentare l’efficienza senza distruggere posti di lavoro su larga scala.

Un cambiamento silenzioso
Questo non significa che il mercato del lavoro resti immutato. Piuttosto, il cambiamento è più sottile.
Alcuni studi citati nel paper suggeriscono che l’AI possa influenzare la composizione dell’occupazione, favorendo lavori più qualificati o modificando le competenze richieste. Tuttavia, questi effetti sono ancora difficili da misurare con precisione, soprattutto considerando la rapidità con cui la tecnologia si evolve.
La vera trasformazione potrebbe essere qualitativa più che quantitativa: non meno lavoro, ma lavoro diverso.

Perché l’Europa è indietro?
Le ragioni del ritardo europeo sono molteplici. Il paper ne identifica alcune chiave:
- Composizione demografica e industriale: differenze nei settori economici e nelle caratteristiche della forza lavoro spiegano una parte del gap.
- Pratiche manageriali: le imprese europee tendono meno a incentivare l’uso dell’AI.
- Diffusione tecnologica: la velocità con cui le innovazioni si diffondono è inferiore rispetto agli Stati Uniti.
Quando si tiene conto di questi fattori – in particolare dell’incoraggiamento da parte delle aziende – gran parte del divario tra Stati Uniti ed Europa può essere spiegata.
Il problema dei dati
Un altro punto chiave riguarda la misurazione. L’AI è una tecnologia difficile da tracciare: cambia rapidamente, assume forme diverse e viene utilizzata in modi spesso informali.
Gli autori sottolineano la necessità di migliorare gli strumenti statistici, integrando survey tradizionali con nuove fonti di dati, come:
- analisi dei CV e degli annunci di lavoro
- dati sui brevetti
- trascrizioni delle conference call aziendali
- persino cronologie di utilizzo dei prompt AI
Senza dati migliori, capire l’impatto reale dell’AI resterà una sfida.
Una finestra temporale ancora breve
Un elemento da non sottovalutare è il fattore tempo. L’adozione su larga scala dell’intelligenza artificiale è un fenomeno recente, concentrato negli ultimi anni.
Questo significa che molti effetti potrebbero non essere ancora visibili nei dati macroeconomici. Gli stessi autori invitano alla cautela: le conclusioni attuali sono preliminari e dovranno essere riviste man mano che nuove informazioni diventeranno disponibili .
Il futuro: convergenza o divergenza?
La domanda finale è: l’Europa riuscirà a colmare il gap?
Non c’è una risposta semplice. Da un lato, l’AI è una tecnologia relativamente accessibile, e il suo costo di adozione può diminuire rapidamente. Dall’altro, i fattori che determinano l’adozione – cultura manageriale, incentivi aziendali, organizzazione del lavoro – sono più difficili da cambiare.
Se l’Europa non accelererà, il rischio è quello di un nuovo ciclo di divergenza economica, in cui gli Stati Uniti consolidano il loro vantaggio.
Conclusione: la tecnologia non basta
Il messaggio più importante del paper è forse anche il più controintuitivo: l’intelligenza artificiale, da sola, non garantisce crescita.
A fare la differenza sono le persone – manager, lavoratori, decisori pubblici – e le scelte organizzative che determinano come la tecnologia viene utilizzata.
L’AI può aumentare la produttività, ma solo se viene adottata, integrata e incentivata. E in questa corsa, almeno per ora, gli Stati Uniti sono in vantaggio.
L’Europa ha ancora tempo per recuperare. Ma il tempo, come mostra questo studio, è una variabile sempre più decisiva.








