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L’adozione dell’AI in azienda dipende dai manager più che dalle licenze


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Dove il responsabile sostiene l’AI, il 78% dei collaboratori la usa più volte a settimana; dove non lo fa, il 44%. Microsoft attribuisce due terzi dell’impatto a fattori organizzativi, BCG trova il 66% dei lavoratori senza indicazioni sul tempo liberato. Shadow AI e workslop sono i sintomi di un’adozione che si ferma tra direzione e operatività.

Pubblicato il 20 ott 2026

Fabio Lalli

Consulente in trasformazione digitale – AI & product strategy



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Punti chiave

  • Il sostegno del manager determina l’adozione: 78% usa regolarmente la AI se il manager la supporta, 44% senza; il coinvolgimento sale (48% vs 30%).
  • L’uso diffuso senza governance peggiora la qualità: shadow AI, 61% non verifica i risultati e il workslop costa in media 1h56′ per episodio.
  • Azioni operative: i responsabili usano apertamente l’AI, definiscono standard di qualità, ridisegnano flussi di lavoro e ricevono obiettivi e budget dedicati.
Riassunto generato con AI


Quando un responsabile sostiene apertamente l’uso dell’intelligenza artificiale, il 78% dei suoi collaboratori la usa più volte a settimana; quando quel sostegno manca, la quota scende al 44%. Il dato viene da un’analisi di Gallup pubblicata a fine luglio sui lavoratori statunitensi, e dice in un numero ciò che molti progetti di adozione scoprono dopo mesi di licenze attivate e corsi completati: la variabile che decide se uno strumento entra nel lavoro quotidiano sta quasi sempre fuori dallo strumento.

Le aziende misurano gli accessi, le ore di formazione erogate, il numero di utenti abilitati, e trovano curve che salgono. Poi guardano i processi e li trovano uguali a prima, con qualche testo scritto più in fretta e qualche controllo in più a valle, perché l’adozione si è fermata nel punto in cui qualcuno avrebbe dovuto cambiare il modo di lavorare di una squadra.

Trentaquattro punti di uso legati al manager

Lo stesso istituto, nella serie che aggiorna dal 2023, registra che l’uso frequente dell’AI riguarda il 51% dei dirigenti, il 36% dei manager e il 26% dei collaboratori individuali, e che solo il 26% dei lavoratori dichiara che la propria organizzazione ha comunicato un piano chiaro sull’AI, contro il 15% del 2024. Il sostegno del manager pesa anche sul coinvolgimento: secondo Gallup chi lo riceve attivamente è coinvolto nel lavoro nel 48% dei casi, chi non lo riceve nel 30%.

Il Work Trend Index 2026 di Microsoft, costruito su 20mila utenti di AI in dieci paesi tra cui l’Italia, arriva per un’altra strada alla stessa conclusione: i fattori organizzativi spiegano il 67% dell’impatto dell’AI sul lavoro, quelli individuali il 32%. Solo il 26% degli intervistati vede la direzione allineata in modo chiaro e costante sull’AI, il 13% si sente premiato quando reinventa il proprio lavoro con questi strumenti, e i manager dei professionisti più avanzati si distinguono per due comportamenti misurabili: usano l’AI apertamente (85% contro 64%) e fissano standard di qualità per l’output (83% contro 57%).

Uso senza verifica nel 61% degli italiani

I dati italiani spostano il problema dall’uso alla qualità dell’uso. Nella ricerca di KPMG e University of Melbourne, il 66% dei lavoratori italiani usa l’AI con regolarità, ma il 61% si affida ai risultati senza verificarli e il 60% dichiara di aver commesso errori a causa dell’AI. Nella versione italiana del rapporto Microsoft solo un lavoratore su cinque vede la direzione allineata, contro uno su quattro a livello globale, e il controllo di qualità sull’output dell’AI è una priorità per il 39% degli italiani contro il 50% della media.

Sul lato delle imprese, Istat registra nel 2025 il 16,4% di aziende con almeno dieci addetti che usano l’AI, il doppio dell’anno prima ma ancora sotto il 20% della media europea, e tra quelle che l’hanno valutata senza adottarla il 58,6% indica la mancanza di competenze. Le persone usano strumenti che le organizzazioni non hanno ancora deciso come integrare, e il divario si riempie da solo, nel modo meno governato.

Quasi due ore perse per ogni workslop

Il primo sintomo di questo divario è lo shadow AI, l’uso di strumenti non autorizzati dall’azienda. La ricerca globale di KPMG rileva che il 57% dei lavoratori nasconde l’uso dell’AI o presenta come propri i contenuti generati, e secondo BCG il 54% userebbe strumenti non autorizzati se l’azienda non ne fornisse. Il costo è misurabile: nel rapporto IBM sul costo delle violazioni di dati del 2025 lo shadow AI compariva nel 20% delle violazioni analizzate e aggiungeva in media 670.000 dollari al costo di una violazione.

Il secondo sintomo ha un nome da pochi mesi. I ricercatori di BetterUp Labs e dello Stanford Social Media Lab, in uno studio pubblicato su Harvard Business Review, lo chiamano workslop: contenuto generato con l’AI che sembra curato ma manca di sostanza e scarica sul collega il lavoro di capirlo e spesso rifarlo.

Il 40% dei lavoratori statunitensi intervistati ne ha ricevuto nell’ultimo mese, ogni episodio costa in media un’ora e 56 minuti a chi lo riceve, e la stima per un’azienda di 10mila dipendenti arriva a circa 9 milioni di dollari l’anno, senza contare la fiducia persa verso chi lo ha mandato.

Due su tre senza un uso per il tempo liberato

Il rapporto AI at Work 2026 di BCG, su quasi 12mila lavoratori in quattordici paesi, mostra il punto in cui l’adozione si inceppa. L’uso regolare tra il personale operativo è salito al 74%, ma solo il 36% si sente adeguatamente formato, il 47% passa più tempo a gestire l’AI che a fare il lavoro, e il 66% non riceve alcuna indicazione su come usare il tempo risparmiato. Le aziende che ridisegnano i flussi di lavoro hanno 24 punti percentuali di probabilità in più di vedere miglioramenti misurabili.

Il tempo liberato senza una destinazione si disperde in riunioni e in altro testo da leggere, e in quella dispersione si forma il workslop. Decidere dove va il tempo risparmiato è una scelta di gestione, la stessa che si fa quando si riorganizza un reparto, e spetta a chi guida la squadra più che a chi ha scelto la piattaforma.

Un budget per i manager che adottano l’AI

Le indicazioni operative che emergono da queste ricerche sono poche e concrete, e la prima ricalca il profilo che Microsoft disegna per i manager delle squadre più avanzate. Il manager usa per primo gli strumenti, in modo visibile, e scrive gli standard di qualità per ciò che la squadra produce con l’AI: quali output richiedono una verifica e chi la firma.

L’azienda offre strumenti autorizzati e adeguati prima di vietare quelli non autorizzati, perché il divieto senza alternativa sposta l’uso fuori dal perimetro visibile.

La formazione cambia, da corso uguale per tutti a percorsi per ruolo legati ai casi d’uso della squadra, con qualche persona per reparto preparata a fare da riferimento per i colleghi. I flussi di lavoro vengono ridisegnati prima di distribuire le licenze, decidendo quali passaggi spariscono e dove va il tempo recuperato. E l’adozione si misura con indicatori di valore, tempi, errori, qualità percepita dai clienti interni, invece che con gli accessi.

Il sostegno del manager è, nelle rilevazioni di Gallup, la variabile che separa il 78% dal 44%, ed è anche la risorsa che le aziende investono meno, perché nessuno lo mette a budget. Le organizzazioni che cominceranno a farlo, con obiettivi e tempo dedicati per i responsabili di squadra, vedranno le curve dell’uso e quelle del valore muoversi finalmente insieme.

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