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Funzioni aziendali da reinventare per oltre la metà dei manager nel mondo



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Come cambia e cambierà il lavoro nelle imprese con gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, secondo un’analisi realizzata da Deloitte che ha coinvolto oltre 9mila leader aziendali, manager e professionisti di circa 90 Paesi, appartenenti a tutti i settori produttivi

Pubblicato il 19 mag 2026

Stefano Casini

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Il ritmo sempre più veloce e incalzante del cambiamento portato dall’AI sta spingendo aziende e organizzazioni verso un punto di svolta fondamentale.

Ben 7 manager e leader aziendali su 10 ritengono che nei prossimi 3 anni la loro competitività strategica sarà collegata alla capacità di lavorare in maniera più veloce e flessibile: la sfida è affrontare l’intelligenza artificiale in modalità trasformativa, passando dalla ricerca dell’efficienza alla creazione del valore.

Di conseguenza, più del 50% ritiene che le funzioni aziendali debbano essere reinventate, sia nelle competenze sia nella mission. Mentre il 50% ritiene che vincoli interni, come la struttura organizzativa, siano la principale barriera per superare i confini delle funzioni tradizionali.

L’importanza di superare questi confini è riconosciuta dal 66% dei manager censiti, con il 58% che ha già iniziative in corso e il 7% che afferma di avere compiuto progressi significativi.

L’analisi Deloitte Global Human Capital Trends 2026

Sono alcune delle principali evidenze che emergono dalla Deloitte Global Human Capital Trends 2026, la survey che approfondisce le principali tendenze nel mondo del lavoro, con il coinvolgimento di oltre 9mila leader aziendali, manager e professionisti di circa 90 Paesi, appartenenti a tutti i settori produttivi.

“Organizzare dati e tecnologia, trasversalmente alle funzioni”, rileva Matteo Zanza, human capital leader di Deloitte Central Mediterranean, “e rafforzare la responsabilità cross-funzionale, per far emergere nuove capacità e nuovi insight, è oggi una necessità”.

E le aziende lo stanno facendo: “Moderna, per fare un esempio, ha unito la funzione HR e quella IT in un unico dipartimento, per ripensare come costruire e ricostruire l’azienda per crescere su larga scala”.

La cultura aziendale come un’infrastruttura core del business

Sulla necessità, invece, di dare priorità agli investimenti sulle persone, Zanza evidenzia come questo aspetto “distinguerà le aziende che riusciranno a fare il salto alla prossima curva di crescita rispetto a quelle che rimarranno indietro. L’attuale sbilanciamento degli investimenti, che vede il 93% delle risorse allocate alla tecnologia e solo il 7% alle persone, sta generando un debito culturale e senza un’adeguata evoluzione del capitale umano”.

L’innovazione tecnologica è destinata a “produrre un attrito organizzativo, oltre a un deterioramento della fiducia delle persone. La cultura aziendale, quindi, non deve essere considerata un elemento accessorio, ma va trattata come una vera e propria infrastruttura core del business”.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale e le attività che cambiano

Dall’edizione 2026 del report di Deloitte emerge come l’intelligenza artificiale permette di agire rapidamente a partire da un’intenzione, ma il vero vantaggio competitivo si ottiene coordinando capacità e risorse in tempo reale.

In questo senso, l’88% dei manager riconosce l’importanza di agire, il 77% dichiara di avere già intrapreso alcune azioni e il 7% ritiene di avere compiuto progressi significativi.

Il 51% dei leader aziendali, poi, considera il potenziale della collaborazione tra persone e macchine nel creare valore, quando pianifica dimensione e composizione della forza lavoro, mentre l’11% concorda sul fatto che la propria azienda fornisca dati e strumenti adeguati a prendere decisioni efficaci sulla distribuzione del lavoro.

Servono competenze per gestire le interazioni tra persone e macchine

Gran parte (59%) delle organizzazioni sta adottando un approccio all’AI incentrato sulla tecnologia, ma solo il 14% dei leader ritiene di avere le competenze per gestire le interazioni tra persone e macchine.

Un vantaggio competitivo sostenibile deriva sempre più dalla valorizzazione del fattore umano: competenze, pensiero critico e capacità di adattamento. Sono questi gli elementi che permettono alle organizzazioni di avviare con sicurezza il prossimo ciclo di crescita, senza fermarsi o restare indietro.

Il ritorno sugli investimenti in AI è migliore con un approccio human-centric

Integrare le persone nella trasformazione genera un ROI (Ritorno sugli investimenti) superiore. Le aziende che approcciano alla trasformazione mettendo la tecnologia al centro hanno 1,6 volte meno probabilità di ottenere ritorni dagli investimenti in AI rispetto a quelle che hanno adottato un approccio human-centric.

Dunque la tecnologia, se priva di una crescita parallela delle competenze umane, smette di essere une volano per trasformarsi in un mero costo fisso. Occorre progettare un’interazione efficace tra macchine (come robot e tool di intelligenza artificiale) e la workforce, per migliorare sia le prestazioni organizzative sia la fiducia e il benessere delle persone.

L’intelligenza artificiale e i cambiamenti nella workforce – sottolinea il report Deloitte – stanno restringendo il tempo tra le fasi di crescita e quelle di stabilizzazione, lasciando meno spazio per avviare un nuovo ciclo di sviluppo.

Se in passato bastava introdurre nuove tecnologie per rilanciare la crescita, oggi con un’AI sempre più diffusa e facilmente replicabile, questo approccio da solo non è più sufficiente.

Cos’è un approccio human-centric

Un approccio human‑centric nell’adozione dell’AI significa progettare, introdurre e governare l’intelligenza artificiale mettendo le persone al centro: i loro bisogni, competenze, limiti, valori, aspettative e benessere.

È importante perché determina se l’AI diventa un acceleratore di valore oppure un fattore di stress, resistenza e anche fallimento organizzativo.

Sistemi innovativi ma anche human‑centric sono progettati per rispondere alle necessità, preferenze e valori delle persone, migliorando la qualità del lavoro e della vita professionale. La tecnologia si adatta alle persone, non il contrario: riduce fatica, complessità, carico cognitivo e rischi.

L’AI viene sviluppata considerando impatti sociali, etici, organizzativi e ambientali, fin dalla fase di design e progettazione. In questo modo, l’adozione delle nuove tecnologie non è un rollout tecnico, ma un processo di change management che richiede formazione, metriche e governance.

Perché è importante e quali sono i vantaggi

Le aziende italiane mostrano un forte interesse verso le nuove opportunità hi-tech, ma sono ancora pochi i progetti realmente attivi: solo l’8% delle PMI usa l’AI nonostante il 69% sia interessato. Un approccio human‑centric riduce resistenze, paura e AI fatigue, facilitando l’adozione e l’uso quotidiano.

Anche perché progettare l’AI attorno alle persone evita: automazioni che sovraccaricano i team di lavoro; decisioni opache; bias e discriminazioni; perdita di fiducia nei sistemi.

Tutto ciò è anche coerente con la visione strategica promossa dall’Unione Europea, secondo il principio-guida “macchine al servizio delle persone”, e non viceversa.

In pratica, nelle attività aziendali già si vede che l’AI non fallisce per limiti tecnici, ma per limiti organizzativi e culturali. Un approccio human‑centric permette di trasformare l’AI da ‘strumento complesso’ a leva quotidiana di empowerment, riducendo rischi e massimizzando valore.

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