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AI nelle imprese, quando funziona e quando no: i dati


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L’80% dei dirigenti statunitensi intervistati dalla Wharton School rileva un ritorno positivo dall’intelligenza artificiale, ma solo il 28% ne vede uno elevato. La differenza dipende da processi, organizzazione e obiettivi misurabili più che dal semplice utilizzo

Pubblicato il 14 ott 2026



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Punti chiave

  • Adozione in aumento: uso quotidiano di AI al 62% (2026), ma cresce la cautela dei manager e diminuiscono gli «entusiasti».
  • Ritorni legati a cambiamenti organizzativi: l’80% segnala ROI positivo ma solo 28% forte; monitorare la misurazione e la trasformazione potenzia i risultati.
  • Governance e supervisione critiche: il 67% usa agenti, ma autonomia e controlli variano; figure dedicate come il Chief AI Officer e formazione riducono il gap operativo.
Riassunto generato con AI


Otto dirigenti su dieci dichiarano che l’intelligenza artificiale produce già un ritorno economico. Meno di tre su dieci parlano di un ritorno elevato e appena il 7% supera tre prove di maturità. È il divario che emerge dalla nuova indagine della Wharton School: adottare la tecnologia è diventato comune, trasformare l’impresa resta molto più raro

Il rapporto The Adaptive Advantage: Who’s Winning with AI and How, pubblicato il 13 ottobre 2026 da Wharton Human-AI Research e GBK Collective, si basa su un’indagine online realizzata negli Stati Uniti dal 9 al 29 luglio 2026: 1.416 rispondenti, di cui 1.007 manager e dirigenti e 409 lavoratori di livello iniziale o intermedio, impiegati in imprese private con almeno mille addetti e ricavi superiori a 50 milioni di dollari. È la quarta rilevazione annuale, ma non segue sempre le stesse persone: misura come cambiano nel tempo le risposte di campioni diversi.

Il risultato più interessante per le aziende non è dunque la crescita dell’utilizzo. I ritorni più consistenti risultano associati alla capacità di modificare processi, ruoli e sistemi di misurazione, non semplicemente all’acquisto di più strumenti o al taglio del personale. Lo studio rileva correlazioni fra comportamenti organizzativi e ritorni dichiarati, senza dimostrare che uno causi l’altro.

L’uso quotidiano dell’AI corre, la fiducia diventa più prudente

Tra i manager e dirigenti intervistati, la quota che usa l’AI ogni giorno è passata dall’11% del 2023 al 29% del 2024, al 46% del 2025 e al 62% del 2026. Chi la usa più di una volta alla settimana, secondo la misura del report, arriva al 91%. Il confronto 2023 è indicativo perché nel 2024 è cambiata la formulazione della domanda.

0%20%40%60%80%100%2023202420252026Uso quotidiano11%29%46%62%Uso più volte alla settimana37%72%82%91%

Su smartphone: scorri il grafico orizzontalmente per visualizzare tutti gli anni.

Fonte: Wharton Human-AI Research–GBK Collective, The Adaptive Advantage (2026), p. 41. Manager e dirigenti; indagini annuali indipendenti. Dato 2023 indicativo per modifica della domanda dal 2024.

Eppure più utilizzo non significa più entusiasmo. Nel 2026 il 44% degli intervistati di livello manageriale si definisce cauto, contro il 38% del 2025; gli scettici salgono dal 16% al 25% e i preoccupati dall’11% al 16%. Nello stesso tempo gli “entusiasti” scendono dal 59% al 51%. Sono parole selezionabili con risposte multiple, perciò non descrivono gruppi alternativi né vanno sommate.

0%20%40%60%2023202420252026Cauti54%38%38%44%Scettici23%15%16%25%Preoccupati19%10%11%16%

Su smartphone: scorri il grafico orizzontalmente per visualizzare tutti gli anni.

Fonte: Wharton Human-AI Research–GBK Collective, The Adaptive Advantage (2026), p. 77. Risposte multiple; ciascuna curva rappresenta la quota che sceglie quell’aggettivo. Valori arrotondati.

Non si tratta di un rifiuto dell’AI. Nel report il 59% continua a definirsi ottimista e l’84% dei manager afferma che la propria opinione sulla tecnologia è migliorata nell’ultimo anno, almeno un po’. Cresce piuttosto la consapevolezza dei problemi operativi: verificare i risultati, difendere le competenze e giustificare gli investimenti quando i progetti escono dalla fase sperimentale.

Il 7% che supera le tre prove della trasformazione

Wharton prova a separare il semplice impiego dell’AI dalla capacità di ricavarne un vantaggio organizzativo. La prima prova, dimostrare valore, richiede che il reparto misuri formalmente i ritorni e ne segnali di fortemente positivi. La seconda, trasformare il lavoro, combina AI integrata completamente nei processi centrali, impiego di agenti e cambiamenti significativi dei flussi operativi. La terza misura l’allineamento interno: formazione, strategia comprensibile, libertà operativa per i dipendenti e assenza di ostacoli o resistenze prevalenti.

I singoli progressi non mancano: il 73% dei dirigenti dichiara modifiche significative ai processi, il 67% segnala l’impiego di agenti e il 28% ritiene l’AI pienamente integrata nelle attività centrali del reparto. Ma solo il 20% soddisfa tutti e tre i requisiti operativi della trasformazione. Quando si aggiungono anche risultati economici e allineamento interno, la quota che supera l’intero insieme di condizioni scende al 7%. È questo il significato del dato, non la percentuale di aziende che “perdono soldi” con l’AI.

Perché il ROI è più forte dove si misura anche la crescita

L’80% dei manager e dirigenti intervistati indica un ROI positivo degli investimenti in AI del proprio reparto, ma solo il 28% lo giudica fortemente positivo. La misura è dichiarata dai rispondenti sulla base delle procedure aziendali, non ricavata dagli studiosi dai bilanci: una distinzione essenziale, perché il 60% non è pienamente sicuro che l’impresa riesca a conteggiare tutte le spese AI, comprese quelle inglobate in software e servizi cloud.

La variabile che differenzia le valutazioni è anche ciò che l’impresa decide di misurare. Fra chi monitora soltanto efficienza e risparmi, il 13% segnala un ritorno fortemente positivo; tra chi usa almeno un indicatore di crescita la quota sale al 35%. Il report considera fra questi nuovi ricavi da prodotti basati sull’AI, conversioni commerciali, quantità di output e soddisfazione dei clienti. È un’associazione, non la prova che basti aggiungere una metrica per aumentare la redditività.

Scala da 0 a 50%

Solo efficienza, nessuna metrica di crescita
13%
Una metrica di crescita
32%
Due metriche di crescita
37%
Tre metriche di crescita
43%
Fonte: Wharton Human-AI Research–GBK Collective, The Adaptive Advantage (2026), p. 31. Manager che misurano il ROI; rispettivamente n=189, 376, 311 e 65. La base dell’ultimo gruppo è piccola, quindi il confronto è indicativo.

La distanza fra intenzioni e misurazione è visibile nelle metriche scelte. Il 40% usa le ore risparmiate per dipendente come indicatore, il 37% guarda alla riduzione degli errori e il 34% al contenimento dei costi o dei tempi di completamento. Solo il 27% misura i nuovi ricavi direttamente generati da prodotti, servizi o funzionalità AI. I rispondenti potevano indicare fino a tre KPI, dunque le quote non sommano a 100.

Scala da 0 a 50%

Ore risparmiate per addetto
40%
Riduzione degli errori
37%
Aumento del volume prodotto
35%
Riduzione dei costi operativi
34%
Riduzione dei tempi di esecuzione
34%
Soddisfazione dei clienti
34%
Aumento delle conversioni commerciali
31%
Nuovi ricavi da prodotti e servizi AI
27%
Fonte: Wharton Human-AI Research–GBK Collective, The Adaptive Advantage (2026), p. 27. Manager e dirigenti che misurano il ROI almeno occasionalmente (n=941); fino a tre risposte possibili. Turchese: indicatori di crescita; blu notte: efficienza.

Il punto non è contrapporre la produttività alla crescita. Le ore liberate possono avere un valore, ma non diventano automaticamente un ricavo o un risparmio monetario: occorre dimostrare come vengano reimpiegate, quali attività aggiuntive rendano possibili e quanto costi ottenere quel risultato. Non a caso il 52% dei manager continua a indicare produttività e riduzione dei costi come priorità principale dell’AI nei successivi 12–24 mesi; solo il 22% mette al primo posto la crescita tramite nuovi prodotti, ricavi o esperienza dei clienti.

Cambiare l’organizzazione conta più che ridurre il personale

L’associazione fra rendimento e trasformazione è visibile nella gestione quotidiana. Nei reparti dove i dirigenti riferiscono un ROI fortemente positivo, l’84% dichiara cambiamenti significativi nei flussi di lavoro, contro il 69% degli altri. Il 64% ha modificato la struttura manageriale, rispetto al 47%; il 92% controlla l’impiego dell’AI, contro il 74%. Si aggiungono differenze nell’uso dell’AI nelle valutazioni del personale e nella formazione.

È importante non edulcorare l’effetto sull’occupazione: il 37% dei manager riferisce riduzioni di personale legate all’AI e il 33% rallentamenti o blocchi delle assunzioni. Il dato meno intuitivo è che i reparti con ritorni elevati non dichiarano questi interventi più frequentemente degli altri. Il report suggerisce quindi che gli esiti economici migliori non coincidano automaticamente con una maggiore propensione a tagliare organici.

Pratiche più diffuse nei reparti che dichiarano un ROI AI elevato

Pratica organizzativaROI fortemente positivoAltri reparti
Struttura manageriale modificata64%47%
Flussi di lavoro significativamente modificati84%69%
Monitoraggio dell’uso dell’AI92%74%
AI nelle valutazioni delle prestazioni87%65%
Formazione AI giudicata adeguata91%73%
Fonte: Wharton–GBK, The Adaptive Advantage, 2026, p. 15. Quote rilevate fra manager e dirigenti; associazioni, non effetti causali

Fonte: Wharton–GBK, The Adaptive Advantage, 2026, p. 15. Quote rilevate fra manager e dirigenti; associazioni, non effetti causali.

Il quadro coincide con una difficoltà di governo della tecnologia, non soltanto tecnica. Il 58% dei rispondenti nelle organizzazioni con un Chief AI Officer creato appositamente riferisce un ROI fortemente positivo; la quota è del 24% quando l’incarico è stato aggiunto a un dirigente che aveva già altre responsabilità e dell’8% dove quel ruolo non esiste e non è previsto. Quest’ultimo campione è piccolo. La presenza di una figura dedicata può favorire il coordinamento, ma può anche segnalare che l’impresa aveva già risorse e cultura più mature.

Scala da 0 a 70%

Chief AI Officer dedicato
58%
Compito assegnato a dirigente già in carica
24%
Nessun responsabile AI e nessun piano
8%
Fonte: Wharton Human-AI Research–GBK Collective, The Adaptive Advantage (2026), p. 29. Manager e dirigenti: ruolo dedicato n=252, responsabilità aggiunta n=421, ruolo assente n=63. Ultima base piccola; dato indicativo.

Anche la politica sugli strumenti sembra rilevare: il 50% segnala ROI fortemente positivo quando l’azienda usa una sola piattaforma AI approvata, contro il 30% con più strumenti ammessi da una policy formale, il 19% con un hub centralizzato e il 9% fra chi sperimenta senza ancora una strategia. Non significa che una piattaforma unica sia sempre preferibile: il divario riguarda soprattutto la differenza fra un assetto deliberato, anche multi-tool, e una sperimentazione senza regole condivise.

Agenti AI: il collo di bottiglia è il modo in cui li si supervisiona

Il 67% dei reparti rappresentati nello studio impiega agenti AI in qualche forma, ma l’adozione nominale dice poco su ciò che possono fare. Nel 48% dei reparti l’agente esegue un’attività e una persona deve approvare ogni passaggio prima dell’esecuzione; nel 35% l’AI si limita a suggerire o preparare il lavoro, lasciando all’essere umano tutte le decisioni finali. L’autonomia effettiva riguarda il 17%: il 10% controlla un campione di risultati dopo l’azione e il 7% si affida a monitoraggio in tempo reale e regole automatiche.

17%autonomia reale
■ La persona decide: 35%■ Approvazione umana preventiva: 48%■ Controllo a campione successivo: 10%■ Monitoraggio e guardrail automatici: 7%
Fonte: Wharton Human-AI Research–GBK Collective, The Adaptive Advantage (2026), p. 53. Manager e dirigenti con un livello dichiarato di autonomia (n=984). I quattro gruppi compongono il 100% del campione valido.

Questa scelta ha un effetto organizzativo spesso trascurato: se il software produce il lavoro ma una persona deve autorizzare ogni azione, la verifica rischia di diventare un nuovo collo di bottiglia. Nel sondaggio, il 16% dei reparti che impongono l’approvazione preventiva soddisfa le condizioni di trasformazione dei processi, contro il 31% di quelli con sorveglianza automatica continua. Il secondo gruppo conta però solo 68 rispondenti e il risultato è associativo. La risposta non è eliminare i controlli: è decidere quali operazioni richiedano davvero autorizzazioni preventive e quali possano essere governate con limiti, tracciamento ed escalation.

E quando un agente commette un errore rilevante, l’attribuzione della responsabilità resta frammentata. Il 28% dei manager indica il team che presidia governance e rischio, il 26% il responsabile del dipendente che ha attivato l’agente, il 25% il dipendente stesso e appena il 9% il fornitore. Il 6% ritiene che non sia chiaramente responsabile nessuno e il 5% non sa rispondere. Il grafico distingue anche manager/direttori e vicepresidenti o livelli superiori.

■ Tutti i dirigenti■ Manager/direttori■ VP e livelli superiori

Team governance o rischio

Tutti i dirigenti
28%
Manager/direttori
26%
VP e livelli superiori
31%

Responsabile del dipendente

Tutti i dirigenti
26%
Manager/direttori
24%
VP e livelli superiori
28%

Dipendente che ha attivato l’agente

Tutti i dirigenti
25%
Manager/direttori
23%
VP e livelli superiori
27%

Fornitore della tecnologia

Tutti i dirigenti
9%
Manager/direttori
7%
VP e livelli superiori
10%

Nessun responsabile definito

Tutti i dirigenti
6%
Manager/direttori
10%
VP e livelli superiori
2%

Non sa rispondere

Tutti i dirigenti
5%
Manager/direttori
10%
VP e livelli superiori
1%

Scala da 0 a 35%

Fonte: Wharton Human-AI Research–GBK Collective, The Adaptive Advantage (2026), p. 58. Manager e dirigenti n=1.007; manager/direttori n=512; VP e superiori n=495. Ogni categoria indica la risposta prevalente di quel gruppo, non responsabilità accertate per legge.

Il divario più grande è nella formazione: 78% contro 56%

La rilevazione aggiunge nel 2026 una voce che prima mancava: quella dei dipendenti ai livelli iniziali e intermedi. Dal confronto emerge una distanza sistematica con il management. Il 78% dei dirigenti sostiene che i lavoratori ricevano una formazione AI adeguata, ma soltanto il 56% dei dipendenti più junior condivide la valutazione. Sui cambiamenti dei processi le risposte sono 73% contro 58%; sulla trasformazione delle strutture manageriali, 52% contro 36%.

■ Manager e dirigenti■ Dipendenti iniziali/intermedi

Formazione AI giudicata adeguata

Manager e dirigenti
78%
Dipendenti iniziali/intermedi
56%

Processi cambiati in modo significativo

Manager e dirigenti
73%
Dipendenti iniziali/intermedi
58%

Struttura manageriale modificata

Manager e dirigenti
52%
Dipendenti iniziali/intermedi
36%

Visione AI di lungo periodo chiara

Manager e dirigenti
79%
Dipendenti iniziali/intermedi
64%

Scala da 0 a 100%

Fonte: Wharton Human-AI Research–GBK Collective, The Adaptive Advantage (2026), p. 73. Dirigenti n=1.007, dipendenti di livello iniziale/intermedio n=409. Dati dalle pp. 63, 72 e 73 del report; domande distinte, medesimi due gruppi.

Questa distanza non equivale a ostilità nei confronti della tecnologia. Il 73% dei dipendenti di livello iniziale o intermedio ne valuta positivamente l’effetto sul proprio ruolo, e l’84% di quanti la usano segnala un risparmio di tempo. Il problema è se l’organizzazione li accompagni abbastanza nel cambiamento e renda comprensibili regole, aspettative e competenze richieste.

La tensione appare anche nell’apprendimento: il 48% dei vicepresidenti o dirigenti superiori teme un impoverimento delle proprie capacità cognitive o professionali legato all’AI, contro il 32% dei manager e direttori e il 46% dei dipendenti meno senior. Nel frattempo l’82% dei manager ritiene che l’AI aiuti i neoassunti a contribuire più in fretta, mentre il 24% prevede meno assunzioni per posizioni iniziali nei prossimi due-cinque anni, contro il 14% per i ruoli executive. Un guadagno di produttività all’ingresso può quindi convivere con un restringimento delle opportunità di imparare il lavoro.

La domanda per le imprese: che cosa deve cambiare dopo il pilota?

Lo studio non fornisce una ricetta automaticamente trasferibile alle aziende italiane: riguarda grandi imprese statunitensi, raccoglie valutazioni soggettive e misura relazioni che possono riflettere anche differenze preesistenti di maturità digitale. Offre però un criterio concreto per giudicare i progetti AI oltre il numero di licenze attivate. Una valutazione credibile deve collegare ogni caso d’uso a un processo identificabile, ai costi complessivi, alle responsabilità operative e a risultati verificabili, sia di efficienza sia di crescita.

La seconda verifica deve avvenire dove il lavoro si svolge: non basta che il vertice dica di avere una strategia o un programma di formazione. Occorre sapere se i dipendenti ne conoscono le regole, se l’adozione sta modificando davvero le attività e se un agente è supervisionato in modo proporzionato ai rischi delle azioni che può compiere. In questo scarto fra piano dichiarato e organizzazione reale si concentra gran parte della sfida descritta da Wharton: rendere misurabile il valore dell’AI senza scambiare la sua diffusione per trasformazione.

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