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Data center in crescita, ma le regole sono ancora incerte



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I data center crescono in Italia e concentrano in Lombardia la quota più alta di impianti attivi. Il nuovo quadro normativo, tra decreto nazionale e legge regionale, prova a velocizzare gli iter ma apre dubbi su costi, criteri premiali e fase transitoria. Per Portolano Cavallo il punto è evitare che la regolazione scoraggi nuovi investimenti

Pubblicato il 13 lug 2026



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In Italia i data center sono infrastrutture che toccano industria, energia, urbanistica e politiche pubbliche. Il dato più immediato è quello della crescita: in Europa si contano circa 3.500 data center, mentre in Italia le installazioni operative sono 209. La Lombardia è la regione con la maggiore concentrazione, con 33 centri attivi e altri 10 in fase di realizzazione, secondo i dati richiamati da Portolano Cavallo e da ricostruzioni di settore pubblicate a luglio 2026.

La geografia degli insediamenti spiega perché il tema sia diventato politico oltre che industriale. Un data center richiede disponibilità energetica, connessioni in fibra, accesso alle reti, suolo, acqua per il raffreddamento e una filiera autorizzativa che coinvolge più amministrazioni. Quando il numero dei progetti cresce, crescono anche le tensioni: da una parte la spinta a rendere il Paese più competitivo nella corsa a cloud, intelligenza artificiale e servizi digitali; dall’altra le resistenze legate all’impatto territoriale, ai consumi e ai tempi delle autorizzazioni. La Commissione europea, intanto, ha già avviato strumenti di monitoraggio e un percorso verso criteri comuni di valutazione energetica dei data center, segno che la regolazione si sta spostando sempre più su scala continentale.

L’Italia prova a semplificare gli iter

La prima risposta organica del legislatore nazionale è arrivata con il decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21, convertito nella legge 10 aprile 2026, n. 49. Il provvedimento inserisce i centri di elaborazione dati dentro un pacchetto più ampio dedicato a energia, competitività e decarbonizzazione e introduce, all’articolo 8 secondo le ricostruzioni giuridiche pubblicate in questi mesi, un procedimento autorizzatorio unico per la realizzazione e l’ampliamento dei data center. La ratio è: concentrare autorizzazioni e valutazioni in un solo iter e fissare un termine massimo di dieci mesi, salvo eccezioni.

Il punto di partenza era noto da tempo agli operatori. In assenza di un canale unico, i progetti si scomponevano in una sequenza di passaggi urbanistici, ambientali, energetici e paesaggistici che spesso allungava i tempi e rendeva incerto il costo effettivo dell’investimento. Per un settore che ragiona su orizzonti lunghi e capitali elevati, la variabile regolatoria pesa quasi quanto la disponibilità di energia. Anche per questo il nuovo procedimento unico è stato letto come un tentativo di rendere l’Italia più prevedibile per gli investitori.

La Lombardia come laboratorio normativo

Il passaggio successivo è arrivato a livello regionale. La legge della Regione Lombardia 3 giugno 2026, n. 11 è il primo intervento regionale dedicato in modo specifico all’insediamento dei centri dati. Il testo istituisce uno “Sportello regionale per i centri dati”, affida alla Regione competenze autorizzative in alcuni casi legati all’Aia e chiede ai progetti una relazione energetica con indicazioni su fonti rinnovabili, prestazioni energetico-ambientali e recupero del calore, quando previsto.

La scelta lombarda non è casuale. L’area milanese e, più in generale, il quadrante lombardo sono il principale polo italiano dei data center per ragioni economiche e infrastrutturali: concentrazione di imprese, domanda di servizi digitali, rete elettrica e dorsali di telecomunicazione. La regione, quindi, funziona come banco di prova. Quello che accade qui può anticipare scelte regolatorie destinate a estendersi altrove.

La legge regionale nasce con obiettivi espliciti: sostenere la digitalizzazione, governare gli effetti territoriali e ridurre il rischio di una crescita disordinata. Il testo, però, mostra già le tensioni tipiche di questa materia. Da un lato la Regione prova a ordinare il mercato; dall’altro introduce meccanismi che, secondo diversi osservatori legali, potrebbero complicare invece di semplificare. (Fonte: osborneclarke.com)

I punti critici: premi selettivi, oneri e transizione

Il primo nodo riguarda i criteri premiali. La legge lombarda prevede vantaggi procedurali e possibili misure di favore per i progetti che rispondono a determinate priorità insediative ed energetico-ambientali. In astratto è una scelta coerente con gli obiettivi di sostenibilità. In pratica, però, una selezione troppo rigida può alterare la concorrenza tra progetti e penalizzare siti che, pur non rientrando nei criteri premianti, avrebbero caratteristiche infrastrutturali migliori o minori criticità operative. Lo stesso testo regionale demanda a successive delibere di Giunta la specificazione delle misure premiali, lasciando per ora un margine di incertezza.

Il secondo punto è economico. La legge dispone un incremento del contributo di costruzione in caso di insediamento su aree che consumano suolo agricolo nello stato di fatto: il rialzo è del 100 per cento e può arrivare al 200 per cento nei casi indicati dal testo. La finalità è evidente: scoraggiare il consumo di nuovo suolo e spingere il riuso di aree già compromesse o dismesse. Il problema, osservano gli operatori, è che un aumento così forte può rendere marginale o impraticabile un investimento prima ancora di una valutazione concreta sul singolo progetto.

C’è poi la fase transitoria. La legge non annulla i titoli già rilasciati e non sospende automaticamente i procedimenti in corso, ma il raccordo tra vecchie istanze, progetti pendenti e nuove disposizioni non è descritto in modo puntuale. In materie ad alta intensità autorizzativa, ogni ambiguità può trasformarsi in ricorso amministrativo. E il contenzioso, per definizione, è l’opposto della semplificazione.

Il precedente di energia e idrocarburi

La prudenza degli operatori non nasce nel vuoto. Il diritto amministrativo italiano conosce già casi in cui le Regioni hanno cercato di incidere in modo restrittivo su attività considerate strategiche, dall’estrazione di idrocarburi agli impianti per le rinnovabili. In più occasioni la Corte costituzionale è intervenuta per ribadire che i livelli territoriali non possono introdurre divieti assoluti o modelli autorizzativi in contrasto con la disciplina statale quando sono coinvolti interessi nazionali rilevanti. È questo il precedente che molti giuristi richiamano anche per i data center. (Fonte: osborneclarke.com)

Il punto non è negare il ruolo delle Regioni. Territorio, ambiente e servizi locali impongono un loro coinvolgimento diretto. Il punto è un altro: evitare che il mosaico delle competenze produca norme diverse da un territorio all’altro, tempi difficili da prevedere e costi amministrativi che scoraggiano nuovi insediamenti. Per un investitore internazionale, la frammentazione è spesso il primo deterrente.

Energia, acqua e consenso locale

La regolazione non nasce solo da una preoccupazione giuridica. Nasce da problemi materiali. I data center hanno bisogno di energia continua e di sistemi di raffreddamento efficienti. In Europa il dibattito pubblico si sta spostando proprio su questi punti: disponibilità di potenza elettrica, pressione sulle reti, uso dell’acqua, possibilità di recuperare il calore e impatto sui territori che ospitano i nuovi impianti. La Commissione europea, con la banca dati prevista dalla direttiva sull’efficienza energetica, ha reso il monitoraggio di questi parametri una componente stabile della politica industriale del settore.

In Italia la questione è ancora più sensibile nelle aree a maggiore densità di domanda, come la Lombardia. Qui si concentrano sia le opportunità sia le opposizioni locali. La legge regionale prova a rispondere con relazioni energetiche, task force tecniche e misure compensative. Resta però aperta la domanda decisiva: queste misure renderanno più chiari i percorsi o aggiungeranno nuovi livelli di discrezionalità?

Il nodo decisivo è la certezza delle regole

Portolano Cavallo sintetizza il problema in una formula netta. Paolo Giugliano, partner dello studio, osserva: “Il paradosso è evidente, una disciplina nata per semplificare e accelerare la realizzazione di infrastrutture digitali strategiche rischia, se non adeguatamente calibrata, di generare incertezza, rallentamenti e nuove occasioni di conflitto. La regolazione dei data center è dunque necessaria, ma deve evitare di trasformarsi in un freno indiretto allo sviluppo. La sfida è trovare un equilibrio tra sostenibilità, governo del territorio e certezza degli investimenti, senza scivolare verso misure sproporzionate o suscettibili di alimentare nuovo contenzioso”.

È qui che si misura la qualità della nuova disciplina. Nessuno mette in discussione la necessità di regolare un settore che incide su energia, pianificazione urbana e risorse ambientali. La questione è se la regolazione sarà capace di distinguere tra controllo e sovraccarico, tra selezione ragionevole dei progetti e barriere amministrative. L’Italia parte da una posizione non irrilevante, con un mercato in crescita e un polo lombardo già consolidato. Ma la competizione europea si gioca sulla rapidità degli iter, sulla stabilità delle norme e sulla disponibilità di energia.

Se il quadro continuerà a stratificarsi tra livello statale, regionale ed europeo senza un coordinamento chiaro, il rischio non è solo qualche mese in più nei procedimenti. Il rischio è spostare altrove gli investimenti che oggi il Paese prova ad attrarre.

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