Google ha deciso di intervenire sul suo prodotto più redditizio e più esposto: Search. Al Google I/O la società ha annunciato che Gemini 3.5 Flash diventa il modello di default in AI Mode a livello globale:
- la casella di ricerca viene ridisegnata per accogliere richieste più lunghe e multimodali;
- arrivano agenti che monitorano il web in autonomia;
- nei prossimi mesi, il motore sarà in grado di costruire interfacce, dashboard e piccole applicazioni su misura per l’utente.
La materia prima del cambiamento è la stessa che sostiene la corsa di tutto il settore: più capacità di calcolo, più modelli, più dati e più servizi a pagamento. Ma per Google la partita ha un peso diverso, perché Search resta il centro economico dell’azienda.
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Il motore di ricerca diventa un prodotto conversazionale
Nel testo diffuso da Liz Reid, vicepresidente di Search, Google descrive il nuovo box di ricerca come il maggiore aggiornamento in oltre 25 anni. Non è un semplice restyling: il box si espande, suggerisce come formulare una domanda complessa e accetta non solo testo, ma anche immagini, file, video e persino schede aperte in Chrome.
La logica è: trattenere l’utente dentro l’ecosistema Google anche quando la richiesta non assomiglia più a una query tradizionale fatta di poche parole chiave. È un cambiamento coerente con l’evoluzione di AI Mode, che secondo Google ha superato 1 miliardo di utenti mensili, mentre le query sono più che raddoppiate ogni trimestre dal lancio.
Per il mercato pubblicitario questo passaggio conta più della novità tecnica. Search ha costruito il suo dominio su intenti chiari e misurabili: una persona scrive una parola, vede link e annunci, clicca e compra. Una ricerca conversazionale rompe questo schema lineare. Se Google riesce a trasformare la conversazione in nuova domanda commerciale, conserva il controllo del traffico e dell’inventory pubblicitaria.
Se invece l’interfaccia AI riduce i clic verso siti e inserzionisti o rende meno trasparente il valore economico delle query, il rischio è colpire il meccanismo che ha finanziato per anni la crescita del gruppo.
I numeri spiegano perché Search resta il centro del business
I conti più recenti mostrano la portata della posta in gioco. Nel primo trimestre 2026 Google Search e le altre attività advertising collegate hanno generato 60,4 miliardi di dollari di ricavi, in aumento del 19% su base annua, secondo Alphabet. Nello stesso aggiornamento agli investitori, il gruppo ha rivisto al rialzo la guidance per il capex 2026, portandola in una forchetta tra 180 e 190 miliardi di dollari. La società ha spiegato che continua a investire nel rafforzamento di AI Overviews, nella crescita di AI Mode e nell’estensione di esperienze agentiche come il booking di ristoranti in nuovi Paesi.
In altre parole: Google sta spendendo molto per evitare che la rivoluzione generativa eroda la rendita di Search.
La novità annunciata a I/O 2026 va letta dentro questa relazione stretta tra difesa dei ricavi e aumento dei costi. Gemini 3.5 Flash viene presentato da Google come un modello più veloce ed efficiente, adatto al coding e all’uso agentico. Questa efficienza non è un dettaglio tecnico. In Search ogni frazione di costo per query conta, perché il prodotto opera su scala di massa.
Per questo Google insiste su un modello “Flash”: deve rendere sostenibile un’esperienza più lunga, più multimodale e più interattiva senza trasformare ogni domanda in un costo ingestibile.
Gli agenti aprono una seconda linea di business
La parte più significativa dell’annuncio riguarda però gli agenti. Google entra in modo esplicito in un territorio che finora era associato soprattutto ai chatbot avanzati e agli assistenti personali: agenti che lavorano in background, monitorano fonti, inviano aggiornamenti sintetici e, in certi casi, avviano azioni concrete. Il primo blocco sarà quello degli “information agents”, disponibili in estate per gli abbonati Google AI Pro e Ultra.
Per gli utenti consumer significa delegare al motore compiti ripetitivi, come seguire annunci immobiliari o l’uscita di un prodotto. Per Google significa avvicinare Search a un modello di servizio continuativo e in parte in abbonamento, non più soltanto finanziato dagli annunci.
C’è poi l’estensione delle capacità agentiche alla prenotazione di servizi locali, con prezzi e disponibilità aggiornati e link diretti ai fornitori. In alcuni comparti, come riparazioni domestiche, beauty o pet care, Google potrà perfino contattare le aziende per conto dell’utente. Qui il confine con il commercio e con il lead generation diventa sottile.
Search non si limita più a ordinare informazioni: entra nel flusso della transazione. È lo stesso ragionamento che, nei mesi scorsi, Google ha applicato allo shopping con strumenti come l’agentic checkout e, più di recente, con il nuovo Universal Cart annunciato a I/O 2026.
Dalla ricerca alle mini app: il tentativo di tenere gli utenti dentro Google
Un altro tassello riguarda la “agentic coding” in Search. Google promette che il motore potrà generare sul momento interfacce visive, grafici, tabelle, simulazioni e piccoli strumenti operativi. Nel testo ufficiale l’esempio è un fitness tracker personalizzato costruito dal motore usando fonti aggiornate, mappe e dati meteo locali. Per i sottoscrittori AI Pro e Ultra negli Stati Uniti, nei prossimi mesi sarà possibile creare queste esperienze con Antigravity direttamente in Search.
La scommessa economica è: se la ricerca produce micro-software utile, l’utente passa più tempo dentro Google e ha meno motivi per uscire verso siti verticali, app di terzi o strumenti SaaS specializzati.
Per editori, comparatori e piattaforme di servizi il segnale è netto. Il motore non vuole più soltanto indicizzare il web: vuole sintetizzarlo, usarlo come materia prima e confezionare direttamente la risposta, o addirittura lo strumento. È una dinamica che riduce la distanza tra Google e il prodotto finale consumato dall’utente. Per questo gli annunci di Search arrivano mentre il rapporto tra piattaforme e creatori di contenuti è già sotto pressione per l’impatto delle risposte AI sul traffico organico. Google continua a dire che i link e gli articoli di supporto resteranno parte dell’esperienza, ma il baricentro si sposta verso un’intermediazione più forte.
La personalizzazione amplia il valore, ma alza anche il rischio
La funzione chiamata “Personal Intelligence” segue la stessa logica. Google la estende a quasi 200 Paesi e territori, in 98 lingue, senza abbonamento, con la possibilità di collegare Gmail e Google Photos e, in seguito, Google Calendar.
Dal punto di vista industriale è un moltiplicatore: un motore che conosce il contesto personale dell’utente può dare risposte più precise e, in teoria, più monetizzabili. Dal punto di vista regolatorio e reputazionale, però, il peso cresce. Più Search diventa personale, più diventa sensibile il tema del consenso, della tracciabilità e del perimetro in cui i dati possono essere usati per suggerire, vendere o automatizzare decisioni.
Google insiste su trasparenza, scelta e controllo da parte dell’utente, ma il valore economico della personalizzazione dipende proprio dalla profondità del contesto disponibile.
Non a caso, pochi giorni prima degli annunci di I/O, Google ha esteso in Europa la nuova versione AI-powered di Google Finance, con ricerca in linguaggio naturale, supporto multilingua locale e funzioni per capire titoli, trend e mercati. È un altro indizio della strategia: trasformare Search in un livello operativo comune a più verticali ad alto valore, dalla finanza allo shopping. Quando questo livello si combina con dati personali, cronologia e segnali comportamentali, il vantaggio competitivo si rafforza. Ed è proprio qui che il tema antitrust torna centrale.
Antitrust: l’AI arriva mentre Google è già sotto esame
Il contesto legale negli Stati Uniti pesa su ogni mossa. Nel settembre 2025 il Dipartimento di Giustizia ha ottenuto rimedi significativi nel caso sul monopolio della ricerca online, sostenendo che servivano misure per ripristinare la concorrenza in search e search advertising. Tra i rimedi descritti da fonti specializzate e dal dibattito successivo ci sono limiti agli accordi esclusivi di distribuzione e obblighi di condivisione di alcuni dati con rivali qualificati, anche se senza arrivare allo smembramento di Chrome o Android.
La tesi dell’accusa, già emersa nella fase dei rimedi, è che Google non vada guardata solo per il passato della search classica, ma anche per la sua capacità di estendere quel potere all’era dell’AI.
Gli annunci di I/O 2026 rafforzano questo punto. Se Search incorpora agenti, prenotazioni, mini app e dati personali, Google consolida il ruolo di porta d’accesso all’informazione e ai servizi. Per gli investitori è una prova di resilienza: l’azienda non aspetta che i chatbot ridisegnino il mercato, prova a riscriverlo da dentro. Per regolatori e concorrenti è un altro motivo per chiedersi se la posizione dominante nella distribuzione della ricerca possa diventare un vantaggio quasi automatico anche nei servizi AI consumer. È probabile che le due letture convivano ancora a lungo.
La vera domanda economica è la monetizzazione
La forza dell’annuncio non sta solo nel numero di funzioni, ma nel tentativo di ricostruire l’equazione economica di Search. Google deve dimostrare che una ricerca più lunga, più intelligente e più costosa da calcolare può ancora produrre margini, oppure aprire nuove linee di entrata.
Gli abbonamenti AI Pro e Ultra, i servizi agentici, il commercio assistito e le esperienze operative costruite dentro il motore sono tutti pezzi di questa risposta. In parallelo, la società continua a testare formati pubblicitari in AI Mode, segno che la pubblicità non esce dalla scena ma cerca una nuova collocazione dentro interfacce meno lineari.
Il 2026, anno di “difesa attiva” per Alphabet
Per Alphabet il 2026 assomiglia quindi a un anno di difesa attiva. Search produce ancora volumi enormi e finanzia il resto del gruppo, ma deve adattarsi a un uso dell’informazione in cui gli utenti vogliono risposte già composte, compiti delegati e strumenti pronti. Google sta provando a offrire tutto questo senza cedere il controllo della relazione commerciale. È un passaggio delicato: più Search diventa assistente, più si allontana dal motore che ha dominato il web aperto. Eppure proprio lì si gioca oggi il suo valore economico.


