La comprensione del rapporto tra tecnologia e biologia sta attraversando una fase di profonda revisione, spostando l’attenzione dalle infrastrutture esterne verso l’interno della teca cranica umana. I dati e le riflessioni emersi durante il panel multidisciplinare dal titolo «La mente come superficie d’attacco: AI, potere e vulnerabilità umane», organizzato da Clusit per il Security Summit Milano 2026, delineano un quadro in cui il progresso digitale non è più un semplice strumento esterno, ma un fattore evolutivo capace di rimodellare il nostro sistema nervoso.
Attraverso gli interventi della ricercatrice Martina Ardizzi e del giornalista Massimo Cerofolini, emerge chiaramente come la mente sia diventata il vero terreno di scontro, dove la plasticità neurale e le strategie di manipolazione algoritmica definiscono i nuovi confini della sicurezza individuale e collettiva.
Indice degli argomenti:
La simbiosi tra cervello e tecnologia: un processo evolutivo
Il punto di partenza per analizzare l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla mente risiede nella comprensione della nostra natura biologica. Come evidenziato da Martina Ardizzi, la differenza genetica tra l’essere umano e gli scimpanzé è minima, attestandosi tra l’1,3% e l’1,4%. La vera divergenza è determinata dalla capacità del nostro cervello di interagire con l’ambiente e con gli strumenti che esso stesso produce. Abbiamo geni che rallentano lo sviluppo del sistema nervoso, rendendo la nostra struttura cerebrale estremamente porosa, plastica e reattiva agli stimoli esterni. In questa prospettiva, la tecnologia non è un’aggiunta recente, ma una componente integrante della nostra evoluzione.
Secondo le analisi neuroscientifiche esposte da Ardizzi, l’essere umano ha attraversato diversi cicli evolutivi legati agli strumenti. La mente si è stratificata partendo da una fase interattiva, in cui i primi strumenti motori hanno potenziato le cortecce responsabili del movimento delle mani e della percezione dello spazio, portando all’espansione delle aree frontali e parietali. Successivamente, la creazione di strumenti sensoriali, come i primi flauti d’osso, ha dato origine alla mente integrativa, stimolando l’esplosione delle cortecce temporali e associative grazie alla percezione di suoni mai uditi prima in natura.
Infine, con l’avvento di strumenti cerebrali come la scrittura e le pitture rupestri, è emersa la mente simbolica e il ragionamento, localizzati nel lobo prefrontale. Ardizzi afferma categoricamente che «quello che chiamiamo “cervello naturale” è in realtà il prodotto di un’interazione dinamica con la tecnologia».
Il rischio del debito cognitivo e la trasformazione della memoria
L’integrazione massiccia dei modelli di intelligenza artificiale nella vita quotidiana sta introducendo il concetto di «debito cognitivo», una condizione in cui la delega sistematica del pensiero alle macchine rischia di atrofizzare specifiche aree del cervello. Massimo Cerofolini cita le riflessioni di Paolo Benanti, sottolineando come l’uso passivo degli strumenti digitali possa portare a una riduzione delle capacità legate all’attenzione e alla memoria. Tuttavia, la risposta neurale non è univoca: il cervello è programmato per adattarsi e modulare la propria sensibilità in base all’uso effettivo dello strumento.
Un esempio tangibile di questo adattamento è la trasformazione della memoria in quella che viene definita «memoria transattiva». Poiché disponiamo di dispenser esterni di informazioni costantemente accessibili, il nostro sforzo cognitivo si sposta dal trattenere il dato alla competenza strategica di saperlo cercare. Questa transizione comporta però dei costi in termini di attivazione neurale.
Uno studio condotto dal MIT, citato da Ardizzi, dimostra che la stesura di un saggio tramite ChatGPT riduce significativamente l’attivazione cerebrale complessiva rispetto alla scrittura autonoma. Il cervello, essendo un sistema plastico che punta all’efficienza, tende a tagliare le connessioni che ritiene inutili per migliorare il rapporto tra segnale e rumore. Il fattore determinante per la salute della mente risiede quindi nella modalità di interazione: «se è un supporto passivo, le competenze calano; se è un supporto attivo, le cose cambiano».
La manipolazione della salienza e i circuiti della motivazione
La vulnerabilità della mente umana viene sfruttata attraverso meccanismi biologici ancestrali che precedono lo sviluppo del pensiero razionale. Il principale punto di accesso per le strategie di controllo è il circuito della motivazione, un sistema presente anche in organismi semplici come il moscerino della frutta, che regola il comportamento spingendo verso ciò che gratifica e allontanando dal danno. Questo circuito agisce tramite il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore che non genera semplicemente piacere, ma funge da segnale di rilevanza o «salienza» per l’oggetto esterno.
Questa caratteristica biologica spiega l’efficacia delle fake news e dei contenuti manipolatori. Uno studio pubblicato su Science nel 2018 ha evidenziato che le notizie false ottengono un’attenzione maggiore rispetto a quelle vere perché risultano più strane, emotive e sorprendenti agli occhi del sistema di rilevanza neurale. Ardizzi chiarisce un punto fondamentale per la sicurezza cognitiva: «il cervello non distingue tra vero e falso, ma tra ciò che è saliente e ciò che non lo è». Le emozioni negative, in particolare, attirano maggiormente l’attenzione poiché sono state storicamente essenziali per la sopravvivenza.
In condizioni di pressione o dipendenza digitale, le cortecce prefrontali faticano a silenziare questi impulsi primordiali, rendendo la mente una superficie d’attacco facilmente penetrabile.
L’incertezza come strumento di blocco dei processi decisionali
Oltre alla manipolazione della salienza, l’uso combinato di intelligenza artificiale e linguaggi social mira a colpire la natura predittiva del cervello. Quando ci troviamo di fronte a contenuti che mescolano registri opposti, ad esempio immagini belliche drammatiche accompagnate da musiche ironiche o formati familiari, si genera una profonda dissonanza cognitiva. In queste situazioni, l’amigdala invia segnali di minaccia, ma la presenza di elementi piacevoli o ironici confonde il sistema di valutazione del rischio.
L’incertezza che ne deriva è considerata il male peggiore per il cervello, che strutturalmente cerca di prevedere gli eventi per risparmiare energia. Tale condizione attiva il nucleus coeruleus, che rilascia noradrenalina inducendo uno stato di agitazione diffusa. Secondo quanto riportato da Ardizzi, in preda a questa confusione, i processi decisionali razionali si bloccano e l’individuo tende ad aggrapparsi ai propri «priors», ovvero ai pregiudizi e alle conoscenze pregresse che già possiede. Questo meccanismo biologico rende l’utente estremamente vulnerabile alla manipolazione esterna, poiché lo priva della capacità di analizzare criticamente le nuove informazioni.
Verso un’intelligenza interrogativa: la difesa consapevole
Il futuro della mente nel rapporto con l’intelligenza artificiale non è necessariamente destinato a un declino delle capacità, ma richiede un cambiamento di paradigma nelle competenze strategiche umane. Ardizzi sottolinea che l’essere umano si è sempre evoluto attraverso l’uso degli strumenti e che oggi la sfida si gioca sulla qualità dell’interazione con gli LLM (Large Language Models). A tal fine, è in corso la creazione di un consorzio europeo dedicato a migliorare la capacità di formulare problemi e quesiti complessi.
La capacità di porre le giuste domande sta diventando la nuova competenza fondamentale per contrastare la passività neurale e il debito cognitivo. Ardizzi conclude che «se un tempo l’uomo era l’unico animale parlante, in futuro sarà l’entità che sa fare le buone domande». La forma interrogativa, infatti, obbliga il cervello a spingersi oltre la semplice sintesi fornita dalla macchina, riattivando i processi di pensiero critico.
La difesa della democrazia e dell’integrità mentale passa quindi per il recupero dell’antico monito di Delfi: «conosci te stesso». Comprendere i propri limiti biologici e le modalità con cui l’AI interagisce con il cervello è il primo passo necessario per organizzare una difesa consapevole e mantenere l’autonomia del pensiero umano.





