ANALISI

Gli agenti AI stanno già ridisegnando interi dipartimenti aziendali



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Le aziende stanno passando dalla vecchia automazione RPA, rigida e deterministica, a agenti AI capaci di agire, decidere e usare strumenti. Grazie a modelli probabilistici, questi sistemi gestiscono ambiguità, integrano software e scalano processi. Tre approcci guidano l’adozione: codice, protocolli standard e piattaforme no-code, ridisegnando il lavoro manageriale nelle imprese italiane contemporanee e globali moderne

Pubblicato il 30 dic 2025

Antonio Pisante

fondatore e CEO Yellow Tech



agenti AI

Siamo abituati a pensare all’automazione aziendale come a un treno che corre su un binario. Un sistema affidabile, veloce, instancabile, ma con un limite strutturale enorme: non può sterzare. Se c’è un ostacolo imprevisto sul binario, o se la destinazione cambia all’improvviso, il treno si ferma. O deraglia.

È questa l’immagine che meglio descrive la “vecchia” automazione, quella basata su regole rigide (RPA – Robotic Process Automation). Funziona finché il mondo resta immobile: se il layout di una fattura cambia di un millimetro o se un cliente scrive una data in un formato non previsto, il processo si blocca e serve l’intervento umano.

Oggi però, quasi sottotraccia rispetto al clamore mediatico generato da ChatGPT, sta avvenendo un cambio di paradigma silenzioso ma radicale. Stiamo passando dai semplici bot ai veri agenti AI. E la differenza non è semantica, è sostanziale. Se il vecchio software era un treno sui binari, un agente AI è un fuoristrada con un pilota esperto: conosce la destinazione, ma decide il percorso migliore in tempo reale, aggirando gli ostacoli senza chiedere aiuto a ogni curva.

Dalla “scatola magica” all’azione concreta

Fino a pochi mesi fa, l’interazione con gli LLM era prevalentemente statica: noi chiedevamo, loro rispondevano. Erano come cervelli in una vasca: intelligentissimi, capaci di scrivere poesie o riassumere bilanci, ma privi di mani per agire nel mondo digitale.

La rivoluzione degli agenti AI sta proprio qui: abbiamo dato a questi “cervelli” la capacità di usare strumenti (tool calling). Un agente non si limita a scriverti la bozza di una mail di risposta per un cliente insoddisfatto. Può aprire autonomamente il software di posta, cercare lo storico degli ordini nel CRM, verificare lo stato della spedizione nel gestionale di logistica, decidere se offrire un rimborso in base alle policy aziendali e, solo alla fine, scrivere e inviare la mail. Tutto questo senza una supervisione umana step by step.

Chi osserva il mercato, come facciamo quotidianamente in Yellow Tech, nota che la competenza più rilevante oggi non è più il semplice “prompt engineering” (saper parlare alla macchina), ma la capacità di architettare flussi di agenti. È qui che si gioca la vera partita della produttività dei prossimi anni: non nel far scrivere un testo all’AI, ma nel farle “svolgere un lavoro”.

Il passaggio dal determinismo alla probabilità

Il vero salto quantico è filosofico prima che tecnico. Le automazioni esistono da decenni, ben prima che arrivassero gli LLM. Ma la novità sta nel poter inserire l’intelligenza artificiale nei “nodi” decisionali del flusso di lavoro.

Stiamo passando da un approccio deterministico a uno probabilistico.

Nella vecchia automazione “If-This-Then-That”, dovevamo prevedere a priori ogni singola variabile. Se un campo data era compilato come “Gennaio 2024” invece di “01/01/2024”, il sistema andava in errore. Oggi, inserendo un modello AI in quel nodo di scambio, il sistema “capisce” il contesto, interpreta l’intento e normalizza il dato, permettendo al processo di proseguire fluido.

Questo abilita scenari prima impossibili. Possiamo dire all’agente: “organizza questa riunione con i fornitori”. Non dobbiamo spiegargli come fare ogni singolo passaggio. Sarà lui a interpretare le disponibilità nei calendari, negoziare gli orari via mail (capendo se una risposta è un “sì”, un “forse” o un “no gentile”) e inviare gli inviti.

L’AI gestisce l’incertezza e l’ambiguità del linguaggio umano con la stessa flessibilità di un addetto amministrativo esperto, ma alla velocità del software.

AI agenti

Le tre strade per costruire il futuro

La domanda che molti manager si pongono ora è: “Come si portano questi agenti in azienda? Serve un esercito di programmatori?”. La risposta va articolata, perché il mercato si sta muovendo su tre binari paralleli, ognuno adatto a esigenze diverse:

  1. L’approccio ingegneristico (Code & Framework):
    Per chi ha bisogno di controllo totale, sicurezza dei dati e personalizzazione estrema, la via maestra resta il codice. Si usano framework come LangChain o LangGraph. Qui siamo nel territorio degli sviluppatori puri: si scrive codice per definire esattamente come l’agente deve “ragionare”, quali database può interrogare e quali limiti etici o operativi deve rispettare. È la strada migliore per chi vuole costruire prodotti proprietari o gestire processi core business critici.
  2. L’approccio dell’interoperabilità (protocolli come MCP):
    Uno dei freni maggiori all’adozione dell’AI è la difficoltà di darle accesso a dati aziendali sparsi in decine di software diversi. Qui sta emergendo una novità interessante: il Model Context Protocol (MCP). Immaginatelo come una “presa USB universale” per l’intelligenza artificiale. Invece di costruire costose integrazioni su misura per ogni software, l’MCP offre uno standard per permettere agli agenti di collegarsi ai dati e alle applicazioni esistenti. Questo riduce drasticamente i costi di integrazione e permette di creare agenti che “vedono” l’azienda a 360 gradi.
  3. L’approccio democratico (No-Code):
    Infine, la vera accelerazione per le PMI e i singoli dipartimenti sta arrivando dalle piattaforme no-code (come n8n, Make o le stesse funzionalità custom di ChatGPT). Questi strumenti permettono a un responsabile HR o a un direttore marketing di “disegnare” il proprio agente trascinando blocchi su uno schermo, senza scrivere una riga di codice. Stiamo vedendo nascere automazioni complesse create direttamente da chi conosce il processo, bypassando i tempi biblici dei dipartimenti IT tradizionali.

Una nuova forza lavoro digitale

Non stiamo parlando di fantascienza, ma di un presente in rapida evoluzione. Le aziende che stanno integrando questi sistemi non stanno semplicemente “risparmiando ore uomo”. Stanno acquisendo la capacità di scalare processi che prima erano manuali e artigianali.

Immaginate un servizio clienti che scala da 100 a 10.000 ticket al giorno senza perdere qualità, perché gli agenti umani intervengono solo sui casi complessi ed empatici, mentre gli agenti AI risolvono in autonomia tutto ciò che è procedurale. O un ufficio legale dove la prima revisione dei contratti standard è affidata a un agente che segnala solo le clausole rischiose.

Conclusioni

Saper costruire e governare agenti AI non è più solo una skill tecnica per informatici. Sta diventando una competenza manageriale strategica. In un futuro molto vicino, il valore di un manager si misurerà anche dalla sua capacità di “assumere”, istruire e coordinare questa nuova forza lavoro digitale, orchestrando la collaborazione tra talenti umani e agenti sintetici. La sfida per le aziende italiane è capire che non si tratta di installare un nuovo software, ma di ridisegnare i propri processi per un mondo dove l’esecuzione non è più il collo di bottiglia.

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