È difficile esagerare affermando quanto sia improbabile che un’azienda con quasi 200 miliardi di dollari di ricavi annui cresca a un ritmo superiore al 60 per cento. Eppure sono questi i numeri quasi irreali di Nvidia. Il colosso dei chip che domina l’intelligenza artificiale continua a infrangere ogni regola che solitamente vale per le grandi aziende, come mostrano gli ultimi risultati trimestrali.

Gli investitori che tentano di prevedere per quanto tempo questo slancio possa continuare lo fanno a loro rischio.
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Domanda insaziabile e previsioni sempre in rialzo
Nvidia sta vendendo ogni singolo chip che riesce a produrre oggi e accumula ordini per quelli di domani. Tutti gli indicatori importanti sono in crescita. L’azienda ha superato con facilità le stime degli analisti su vendite e utili. Il fondatore Jensen Huang aveva precedentemente previsto 500 miliardi di dollari di vendite dai nuovi chip tra il 2025 e il 2026; ora il direttore finanziario pensa che quell’obiettivo sarà superato.

Numeri che sfidano la logica
La sola crescita dei ricavi di Nvidia negli ultimi quattro trimestri – 73 miliardi di dollari – è superiore al fatturato annuo totale di Morgan Stanley o IBM. Quando Google cresceva a un ritmo simile, la sua capitalizzazione era di 150 miliardi di dollari; Nvidia oggi vale 4,5 trilioni. Una simile accelerazione a un simile livello non ha precedenti.
Bolla o non bolla?
Per alcuni, tutto ciò è la prova di una bolla. Huang lo ha riconosciuto durante una call con gli analisti, pur non condividendo questa lettura. Come molti sostenitori dell’AI, sostiene che la comprensione di ciò che l’intelligenza artificiale può fare è ancora “agli inizi”. Con la diffusione dei miracoli dell’AI agentica e dell’AI fisica (ovvero robotica e veicoli autonomi), i ricavi futuri dovrebbero giustificare i trilioni investiti oggi.

Una posizione dominante che nessuno vuole toccare
Le performance anomale di Nvidia non sono necessariamente la prova di una bolla. Sono la dimostrazione che un monopolio virtuale paga. L’azienda controlla il 90 per cento del mercato dei chip AI e registra un margine lordo del 73 per cento, segno di un potere di prezzo quasi ultraterreno. Inoltre, questo è il tipo di monopolio che nessun regolatore antitrust vuole davvero limitare: gran parte del mondo sviluppato dipende ormai dai suoi chip.
Il vero nodo: cosa accadrà tra dieci anni?
Ma la domanda reale non basta a escludere una bolla. Il valore di Nvidia dipende da cosa succederà tra molti anni, quando domanda e offerta potrebbero essere completamente diverse. Quanti data center verranno ancora costruiti da qui a un decennio? Con quali chip? E con quali margini? Le stime sono contrastanti.
Come esempio: se Nvidia incassa circa due terzi del costo di costruzione di un data center e mantiene il 90 per cento di quota, allora – secondo l’ottimistica stima di Citigroup di 7,8 trilioni di dollari di investimenti AI entro il 2030 – ciò varrebbe 4,6 trilioni di ricavi. Ma se si considera la stima più prudente di McKinsey, 5,2 trilioni, e si ipotizza che la quota di Nvidia scenda al 70 per cento, il monte ricavi si dimezza quasi a 2,4 trilioni.

Il paradosso della supremazia
Una cosa è certa: Nvidia è la grande vincitrice del boom dell’AI, ma è anche l’azienda più esposta al mutare delle aspettative. Diversamente da Microsoft, Google o altri gruppi in mercati più competitivi, non può compensare eventuali rallentamenti sottraendo quote a concorrenti più deboli. Dominare significa anche non avere ripari: se la correzione arriverà, Huang non avrà dove nascondersi.
Il caso Nvidia mostra con chiarezza l’anomalia di questo ciclo tecnologico: un’azienda con numeri da economia reale, ma valutazioni da fantascienza. Il mercato la tratta come un’infrastruttura indispensabile – e forse lo è – ma la dipendenza assoluta dal futuro dei data center la rende vulnerabile a qualunque revisione delle aspettative. La sfida non è crescere: è dimostrare che questa crescita può diventare strutturale.





