Il 25 maggio 2026 accadrà qualcosa che non ha precedenti nella storia della Chiesa cattolica: un Papa si presenterà di persona alla conferenza stampa della propria enciclica. Non per ragioni cerimoniali, ma per un calcolo comunicativo preciso. Leone XIV vuole che il mondo capisca che Magnifica Humanitas, la sua prima lettera enciclica, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, non è un documento pastorale destinato alle parrocchie. Si tratta di un intervento nella più importante controversia geopolitica del momento: chi decide come si usa l’intelligenza artificiale e a quali condizioni.
Sul palco dell’Aula del Sinodo, accanto ai cardinali Fernández (Dottrina della Fede) e Czerny (Sviluppo Umano Integrale), siederà Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dei modelli di AI. Non il CEO dell’azienda, non un diplomatico, non un politico: un ricercatore. La scelta è il primo messaggio dell’enciclica e arriva prima ancora che se ne legga una riga.
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Dalla fabbrica all’algoritmo: il parallelismo e il suo limite
La data di firma del documento, il 15 maggio, coincide con il 135° anniversario della Rerum Novarum, l’enciclica con cui Leone XIII nel 1891 fondò la moderna dottrina sociale della Chiesa. Il parallelismo è dichiarato e voluto.
Leone XIV ha spiegato fin dal discorso ai cardinali dopo l’elezione, nel maggio 2025, di aver scelto il proprio nome in onore del predecessore che affrontò gli sconvolgimenti della rivoluzione industriale. Il sottotesto è trasparente: ciò che le macchine a vapore furono per il XIX secolo, i modelli linguistici lo sono per il XXI.
Ma il parallelismo, se preso sul serio, rivela una differenza strutturale che il documento dovrà affrontare. La Rerum Novarum proteggeva lavoratori che esistevano, operai sfruttati nelle fabbriche, sottopagati, privati di diritti.
La Magnifica Humanitas deve fare i conti con un problema diverso e per certi versi più radicale: la progressiva scomparsa dei gradini d’ingresso nel mondo del lavoro qualificato. L’AI generativa non elimina (ancora) i professionisti esperti, ma erode le mansioni junior e di apprendistato attraverso cui le competenze si formavano, quello abbiamo chiamato la scala spezzata.
Se nel 1891 il problema era lo sfruttamento del lavoro, nel 2026 il problema è la sottrazione delle condizioni stesse in cui il lavoro si impara. Una dottrina sociale che voglia essere all’altezza del precedente che invoca dovrà misurarsi con questa asimmetria.
Perché Olah e non Amodei
La presenza di Christopher Olah sul palco vaticano merita un’analisi a sé. Olah non è un volto noto al grande pubblico, è un ricercatore che ha lavorato a Google e OpenAI prima di co-fondare Anthropic, ed è stato inserito nella lista TIME100 AI nel 2024. Il suo campo è l’interpretabilità, la disciplina che cerca di capire come i modelli di AI arrivano alle proprie decisioni, aprendo la scatola nera delle reti neurali. Non è filosofia, è ingegneria della trasparenza e ha implicazioni dirette per qualunque forma di governance dell’AI. Se non puoi capire perché un sistema ha preso una decisione, non puoi nemmeno chiedere conto a chi lo ha costruito.
Il Vaticano, scegliendo Olah anziché Dario Amodei, il CEO di Anthropic, sta dicendo che la questione non è se l’AI sia buona o cattiva, ma se sia comprensibile e dunque governabile. Un posizionamento che si allinea con l’approccio dell’AI Act europeo, fondato su trasparenza e supervisione umana, che si distingue nettamente dalla deregolamentazione perseguita, sino a pochi giorni fa, dall’attuale amministrazione americana.
Il bando, il contratto, l’invito
La storia diventa esplicitamente geopolitica. Il 27 febbraio 2026, il presidente Trump ha ordinato a tutte le agenzie federali di cessare immediatamente l’uso della tecnologia Anthropic. Il segretario alla Difesa Hegseth ha designato l’azienda come rischio per la catena di fornitura, una classificazione normalmente riservata ad avversari stranieri. La ragione: Anthropic aveva rifiutato di concedere al Pentagono l’uso illimitato dei propri modelli AI, ponendo due linee rosse non negoziabili: nessun impiego in armi autonome, nessuna sorveglianza di massa dei cittadini americani. Il CEO Amodei ha dichiarato pubblicamente che l’azienda non poteva in buona coscienza accettare le richieste del Dipartimento della Difesa.
Poche ore dopo il bando, OpenAI ha annunciato un contratto con il Pentagono per fornire la propria tecnologia alle reti militari classificate. Tre mesi più tardi, il Vaticano invita il co-fondatore dell’azienda punita a presentare un’enciclica che, secondo le anticipazioni di Reuters, conterrà una condanna esplicita dell’uso dell’AI in guerra. La sequenza temporale parla da sola.
Un desiderio, non un algoritmo
Il terreno era già stato preparato. Il 14 maggio, alla Sapienza di Roma, Leone XIV ha pronunciato un discorso che funziona come anteprima programmatica dell’enciclica. Ha chiesto di vigilare sullo sviluppo delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile affinché non de-responsabilizzino le scelte umane. Ha parlato della disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie. Ha condensato la sua antropologia in una frase destinata a diventare il manifesto del pontificato: “Noi siamo un desiderio, non un algoritmo. Undici giorni dopo, il discorso diventa dottrina.
Vanno notati anche i nomi che completano il panel di presentazione: Anna Rowlands, teologa politica di Durham che fu già nel gruppo di presentazione della Fratelli Tutti di Papa Francesco e Leocadie Lushombo, docente alla Jesuit School of Theology di Santa Clara, California, con un profilo che incrocia teologia politica, pensiero sociale cattolico e Global South.
Il Vaticano ha costruito un palco che copre simultaneamente la dimensione tecnica (Olah), quella regolatorio-politica (i cardinali), quella accademica (Rowlands) e quella delle periferie globali (Lushombo). Non è una conferenza stampa, è una dichiarazione di posizionamento.
Le domande che contano
Il testo integrale dell’enciclica non è ancora disponibile al momento in cui scriviamo. Ma i contorni sono sufficientemente definiti per formulare le domande che conteranno.
Primo, se e come il documento affronta la concentrazione del potere computazionale in un numero ristrettissimo di aziende e governi, il tema della sovranità digitale che l’Europa discute da anni senza riuscire a tradurlo in capacità industriale.
Secondo, se la dottrina sociale viene aggiornata per includere non solo la protezione del lavoratore esistente, ma la tutela delle condizioni di formazione e accesso al lavoro qualificato, la questione dei gradini spezzati.
Terzo, quale rapporto il documento stabilisce tra il principio di supervisione umana e la realtà tecnica dell’opacità algoritmica che il lavoro di Olah cerca di penetrare.
La Magnifica Humanitas prova a fare ciò che né l’AI Act europeo né gli executive order americani hanno fatto: ancorare la governance dell’intelligenza artificiale a un sistema di principi che precede e trascende la logica di mercato. Che un’enciclica papale possa riuscirci è materia opinabile. Che il tentativo rappresenti un fatto politico, oltre che dottrinale, è già evidente dalla composizione del palco.

