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L’AI Act entra nella fase operativa: 60 esperti per controllare l’AI



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La Commissione europea ha nominato il panel scientifico e il forum consultivo previsti dall’AI Act. I nuovi organismi supporteranno AI Office e autorità nazionali su modelli Gpai, rischi sistemici, standard, valutazioni tecniche e vigilanza di mercato. Tre gli italiani: Walter Quattrociocchi, Alessandro Abate, Lorenzo Pacchiardi

Aggiornato il 4 giu 2026



AI Act 60 esperti
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La Commissione europea ha nominato lo Scientific Panel e l’Advisory Forum chiamati a sostenere l’applicazione dell’AI Act. È un passaggio operativo per la regolazione europea dell’intelligenza artificiale: dopo l’entrata in vigore della norma e l’avvio degli obblighi sui modelli di AI per finalità generali, Bruxelles costruisce l’infrastruttura tecnica che dovrà aiutare l’AI Office e le autorità nazionali a verificare rischi, classificazioni e conformità.

Il panel scientifico riunisce 60 esperti indipendenti con competenze su IA di frontiera, valutazione dei modelli, audit tecnico, rischi sistemici, cybersecurity, impatti sociali e misurazione della capacità computazionale. La Commissione europea precisa che il gruppo dovrà supportare l’attuazione dell’AI Act soprattutto sui modelli di IA per finalità generali, i cosiddetti Gpai, e sulle attività di sorveglianza del mercato transfrontaliera.

Accanto al panel opererà l’Advisory Forum, organismo più ampio composto da 174 membri selezionati tra oltre 700 candidature, provenienti da mondo accademico, società civile, industria, pmi e startup. Ne faranno parte anche soggetti permanenti come l’Agenzia dell’Ue per i diritti fondamentali, Enisa e gli organismi europei di standardizzazione Cen, Cenelec ed Etsi.

AI Act, perché il panel scientifico conta per i modelli Gpai

Il nodo principale è la capacità delle istituzioni europee di valutare sistemi che cambiano rapidamente, sono integrati in servizi diversi e possono produrre effetti su larga scala. L’AI Act attribuisce alla Commissione e all’AI Office un ruolo centrale sui fornitori di modelli Gpai, mentre alle autorità nazionali spetta gran parte dell’applicazione sulle altre categorie di sistemi regolati.

Il panel potrà segnalare rischi sistemici emergenti, contribuire alla classificazione dei modelli, supportare le metodologie di valutazione e assistere le autorità nelle attività di vigilanza. La Commissione indica tra le competenze richieste anche valutazione delle capacità, mitigazione dei rischi tecnici, rischi di uso improprio, cyber offence risk e sicurezza dei provider.

Tre italiani nel Panel scientifico

Tra gli esperti selezionati figurano anche tre italiani:

Alessandro Abate

Alessandro Abate, professor of Verification and Control all’Università di Oxford.

Lorenzo Pacchiardi

Lorenzo Pacchiardi, assistant Research Professor at the Leverhulme Centre for the Future of Intelligence all’Università di Cambridge.

Walter Quattrociocchi

Walter Quattrociocchi, professore Ordinario di Informatica presso La Sapienza Università di Roma.

Nella lista compare inoltre Yoshua Bengio, premio Turing 2018 insieme ad altri due padri dell’AI, Geoffrey Hinton e Yann LeCun, e figura di riferimento nella ricerca sulle reti neurali. La presenza di profili accademici e tecnici segnala la natura del compito: trasformare principi regolatori in criteri verificabili su modelli, documentazione, rischi e controlli.

Dalla norma alla vigilanza: il calendario dell’AI Act

L’AI Act è entrato in vigore il 1 agosto 2024. Le prime disposizioni su pratiche vietate e alfabetizzazione AI sono operative da febbraio 2025, mentre gli obblighi per i fornitori di modelli Gpai sono applicabili da agosto 2025. Secondo il calendario pubblicato dall’AI Act Service Desk della Commissione, la maggior parte delle regole e l’enforcement nazionale ed europeo entrano nella fase applicativa dal 2026, con ulteriori scadenze per i sistemi ad alto rischio.

La Commissione ha poi aggiornato il quadro dopo l’accordo politico del 7 maggio 2026 sull’AI Omnibus: per alcune aree ad alto rischio, tra cui biometria, infrastrutture critiche, istruzione, lavoro, migrazione e controllo delle frontiere, le regole dovrebbero applicarsi dal 2 dicembre 2027; per i sistemi integrati in prodotti come ascensori o giocattoli dal 2 agosto 2028.

Il quadro operativo può essere sintetizzato così:

AmbitoData o dimensioneRilevanza per imprese e autorità
Entrata in vigore dell’AI Act1 agosto 2024Avvio del quadro giuridico europeo sull’IA
Pratiche vietate e alfabetizzazione IA2 febbraio 2025Prime regole applicabili a provider e utilizzatori
Obblighi per modelli Gpai2 agosto 2025Trasparenza, copyright, documentazione e sicurezza
Panel scientifico60 espertiSupporto tecnico su rischi sistemici e valutazioni
Advisory Forum174 membriConsulenza su standardizzazione e attuazione
Adozione IA nelle imprese Ue20% nel 2025Crescita dell’uso aziendale e aumento del perimetro di compliance

Le associazioni del settore chiedono all’Italia una posizione chiara nell’ambito del negoziato europeo

AIRIA – Associazione Regolazione Intelligenza Artificiale, Consorzio Netcomm – Consorzio del commercio digitale italiano, FCP – Federazione Concessionarie Pubblicità, FIEG – Federazione Italiana Editori Giornali, IAA Italy Chapter – International Advertising Association, IAB Italia – Interactive Advertising Bureau, UPA – Utenti Pubblicità Associati, UNA – Aziende della Comunicazione Unite, tra le principali associazioni rappresentative dell’ecosistema digitale italiano, hanno inviato nei giorni scorsi al Governo una lettera con la quale intendono sottoporre alla sua attenzione alcune considerazioni in merito alla proposta di Regolamento UE c.d. “Omnibus digitale”, attualmente in discussione a livello europeo.

La richiesta riguarda, in particolare, gli articoli 88-bis e 88-ter che la Commissione Europea propone di introdurre nel Regolamento (UE) 2016/679 (“GDPR”). Le associazioni condividono l’obiettivo di rendere il quadro normativo più coerente e meno complesso, capace di ridurre gli oneri amministrativi e favorire l’innovazione, mantenendo al contempo un elevato livello di tutela degli utenti e dei dati personali. In questa prospettiva, una reale semplificazione sosterrebbe lo sviluppo del mercato unico digitale, in linea con l’impostazione del rapporto di Mario Draghi sulla competitività dell’Unione

Secondo le associazioni, però, alcune misure oggi in discussione – in particolare l’art. 88 ter del GDPR che introduce un meccanismo centralizzato per la gestione del consenso tramite browser – rischiano, piuttosto, di creare dubbi interpretativi, difficoltà tecniche e nuovi costi di adeguamento per molte imprese che operano nel digitale.

Le associazioni segnalano inoltre possibili impatti economici e industriali derivanti dall’introduzione di un sistema di consenso centralizzato a livello di browser. Tale meccanismo, oltre a compromettere la consapevolezza e la specificità della manifestazione del consenso da parte degli utenti, potrebbe determinare una significativa riduzione dei tassi di consenso.

Da un recente studio è emerso che l’introduzione dell’Apple App Tracking Transparency (ATT) (richiesta di consenso a livello di sistema operativo IOS) ha comportato una riduzione dei tassi di consenso compresa tra il 60% e il 65% in sette Paesi dell’Unione europea. 

Tutto ciò comporterebbe effetti sull’efficacia dei servizi digitali supportati da modelli pubblicitari, sulla misurazione dell’audience e sulla sostenibilità economica di numerosi operatori attivi nell’economia digitale. A questo proposito, le stime economiche indicano una potenziale riduzione dei ricavi pubblicitari nell’Unione Europea nell’ordine di 40-50 miliardi di euro (pari al 30-35% a parità di spesa), mentre ogni ulteriore diminuzione dell’1% del tasso di consenso comporterebbe una perdita annua compresa tra 600 e 800 milioni di euro.

Le associazioni chiedono pertanto che l’Italia assuma una posizione chiara e coerente nell’ambito del negoziato europeo, con l’obiettivo di individuare un equilibrio adeguato tra la tutela dei diritti degli utenti e l’effettiva applicabilità delle norme.

Una maggiore certezza giuridica consentirebbe infatti alle imprese di conformarsi in modo concreto e responsabile agli obblighi previsti, contribuendo a garantire una protezione realmente efficace dei diritti dei cittadini: finalità che costituisce la priorità tanto delle autorità competenti quanto delle associazioni.

Imprese, pmi e PA davanti alla compliance sull’AI

La governance europea arriva mentre l’adozione dell’AI nelle organizzazioni cresce. Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, nella rilevazione pubblicata l’11 dicembre 2025 sulle imprese con almeno 10 addetti, indica che il 20% delle aziende Ue usava tecnologie di AI nel 2025, in aumento di 6,5 punti percentuali rispetto al 13,5% del 2024. La tecnologia più usata era l’analisi del linguaggio scritto, adottata dall’11,8% delle imprese,

La stessa Eurostat ha rilevato che nel 2025 il 32,7% delle persone tra 16 e 74 anni nell’Ue utilizzava strumenti di AI generativa: il 25,1% per finalità personali, il 15,1% per lavoro e il 9,4% per istruzione formale.

L’AI Act quindi non interviene su un mercato marginale, ma su una tecnologia già entrata nei processi aziendali, nelle attività professionali e nei servizi pubblici.

Per imprese e pubbliche amministrazioni il passaggio centrale riguarda la tracciabilità delle scelte. I sistemi ad alto rischio richiedono valutazioni, gestione dei dati, logging, documentazione, informazioni al deployer, supervisione umana, robustezza, accuratezza e cybersecurity. Per i modelli Gpai, la Commissione ha già pubblicato strumenti di supporto come linee guida, codice di condotta e template per la sintesi pubblica dei contenuti usati nell’addestramento.

Standard, autorità nazionali e mercato unico

L’Advisory Forum avrà un ruolo diverso dal panel scientifico. La sua funzione è portare nel processo attuativo competenze e punti di vista di industria, società civile, ricerca, pmi e startup. Il coinvolgimento degli organismi di standardizzazione è rilevante perché una parte della compliance passerà da standard armonizzati, linee guida e strumenti comuni. Senza criteri condivisi, il rischio è una vigilanza frammentata tra Stati membri e settori.

La dimensione nazionale resta decisiva. Gli Stati membri devono organizzare autorità competenti, sanzioni, sandbox regolamentari e capacità di controllo. Per le imprese che operano su più mercati, la coerenza tra interpretazioni nazionali e indicazioni dell’AI Office sarà un fattore pratico: può ridurre incertezza, duplicazioni e costi di conformità, soprattutto per pmi e fornitori che integrano modelli generalisti in prodotti verticali.

L’AI Act entra così nella fase in cui la qualità dell’applicazione conterà quanto l’impianto normativo. Il panel scientifico dovrà aiutare l’Europa a leggere l’evoluzione tecnica dei modelli; il forum consultivo dovrà portare nel processo le esigenze di chi sviluppa, usa, valuta o subisce gli effetti dei sistemi di AI.

La tenuta del modello europeo dipenderà dalla capacità di trasformare obblighi giuridici in controlli comprensibili, proporzionati e aggiornabili.

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