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Gli Usa innovano, l’Europa regolamenta: uno studio bipartisan smonta questo stereotipo



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Un’analisi transatlantica ridimensiona il divario tra Europa e Stati Uniti sull’intelligenza artificiale. Più che la regolazione, pesano fattori strutturali come capitali, energia e talenti. Intanto l’AI Act entra nella fase operativa tra nuove regole, critiche per il rischio deregolamentazione e richieste di maggiore tutela dei diritti fondamentali

Pubblicato il 8 apr 2026



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Archiviato il rinvio delle regole per i sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio, pensato per consentire lo sviluppo di linee guida e standard tecnici adeguati – il Parlamento europeo ha adottato la propria posizione sulla proposta di semplificazione dell’AI Act con 569 voti favorevoli, 45 contrari e 23 astensioni -, un passaggio chiave nel processo legislativo che apre ai negoziati con il Consiglio per la definizione finale della normativa, vi è da registrare un’analisi del German Marshall Fund che mette in discussione lo stereotipo secondo cui gli Stati Uniti innovano mentre l’Europa si limita a regolamentare.

Uno studio condotto tra Parigi e Bruxelles evidenzia priorità comuni tra le due sponde dell’Atlantico, in particolare sulla sicurezza dei minori e sui limiti ai sistemi ad alto rischio

Le difficoltà europee nell’AI deriverebbero non tanto dalla regolazione quanto da fattori strutturali: mercati dei capitali frammentati, costi energetici elevati, carenza di talenti e accesso limitato a dati e capacità computazionale.


Come funzionerà l’enforcement

Secondo un’analisi del Future of Life Institute, gli obblighi per i fornitori di modelli di AI general purpose sono già in vigore dal 2 agosto 2025, ma i poteri di controllo della Commissione scatteranno dal 2 agosto 2026.

Tra questi: richieste di documentazione, valutazioni, misure correttive, fino a restrizioni di mercato e sanzioni. Anche autorità nazionali, operatori a valle e panel scientifici avranno un ruolo nel sistema di vigilanza.


Le critiche: rischio deregulation

Amnesty International critica duramente il pacchetto Digital Omnibus”, sostenendo che dietro la semplificazione si nasconda una deregolamentazione favorevole alle grandi aziende tecnologiche.

Secondo l’organizzazione, il rinvio delle norme sui sistemi ad alto rischio e la clausola di “grandfathering” potrebbero indebolire significativamente le tutele previste dall’AI Act, considerato uno dei tentativi più avanzati a livello globale per regolamentare l’intelligenza artificiale.


La questione di genere nell’AI

Un ulteriore punto critico riguarda l’assenza di una prospettiva di genere nelle politiche sull’intelligenza artificiale. Analisti dell’European Policy Centre sottolineano come la violenza digitale basata sul genere venga oggi amplificata dall’AI, che consente la produzione su larga scala di contenuti dannosi.

Nonostante l’AI Act menzioni l’uguaglianza di genere, non affronta in modo esplicito le dinamiche di potere che influenzano progettazione e utilizzo dei sistemi.


Un report dell’AI Standards Lab invita a bilanciare semplificazione e tutela dei diritti fondamentali nel negoziato finale. Tra le proposte:

  • rafforzare le garanzie su salute e sicurezza
  • mantenere obblighi chiave per i fornitori
  • migliorare la supervisione dell’AI Office
  • rafforzare le tutele GDPR

Particolare attenzione viene richiesta anche per il monitoraggio post-commercializzazione e per il divieto di contenuti intimi non consensuali.


Il nodo politico: innovazione vs diritti

La revisione dell’AI Act evidenzia una tensione strutturale: da un lato la necessità di sostenere la competitività europea nel settore tecnologico, dall’altro la tutela dei diritti fondamentali.

Il compromesso finale, atteso nei negoziati con il Consiglio, determinerà non solo il futuro della regolazione europea, ma anche il ruolo dell’Europa nella governance globale dell’intelligenza artificiale.

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