Google e Amazon stanno cambiando il modo di presentare i propri investimenti nei data center. Anziché attendere l’avvio delle procedure autorizzative, le grandi aziende tecnologiche cercano di coinvolgere amministrazioni e cittadini fin dalle prime fasi dei progetti. L’obiettivo è ridurre le contestazioni che negli Stati Uniti stanno rallentando infrastrutture per centinaia di miliardi di dollari.
La nuova strategia nasce da un problema economico. La crescita dell’intelligenza artificiale richiede capacità di calcolo, energia e terreni disponibili, ma la costruzione dei data center incontra resistenze legate ai consumi elettrici, alla disponibilità di acqua e agli effetti sui territori.
Secondo Data Center Watch, nei primi tre mesi del 2026 le opposizioni locali hanno bloccato o ritardato almeno 75 progetti, per un valore complessivo stimato di 130 miliardi di dollari.
La questione ha assunto anche una dimensione politica, alla vigilia delle elezioni statunitensi di metà mandato del novembre 2026. Per gli hyperscaler, le aziende che gestiscono grandi infrastrutture informatiche distribuite, ottenere il consenso delle comunità è diventato un fattore che incide direttamente sui tempi e sui costi degli investimenti.

Indice degli argomenti:
Google nel New Mexico: il progetto che divide Lea County
Il caso di Lea County, nel sud-est del New Mexico, descrive le difficoltà incontrate dalle aziende tecnologiche.
Google sta valutando la costruzione di un data center in questa contea di circa 75 mila abitanti, caratterizzata da pascoli aridi e attività petrolifere legate al bacino del Permiano.
La società ha aperto un sito dedicato al progetto con un messaggio rivolto ai residenti: «Vi stiamo ascoltando». Google sostiene che la decisione definitiva non sia ancora stata presa e invita la popolazione a indicare le principali necessità del territorio, dalla formazione professionale alle scuole, dalla tutela delle risorse idriche ai servizi pubblici.
L’iniziativa non ha impedito la nascita di un’opposizione organizzata. Alcuni residenti hanno creato un gruppo Facebook che, secondo quanto riferito dal Wall Street Journal il 16 ottobre 2026, ha raccolto circa 400 follower.
Clayburn Griffin, uno dei promotori, contesta l’effettiva apertura della consultazione. A suo giudizio, le informazioni richieste ai cittadini potrebbero servire soprattutto a rendere più convincente la proposta dell’azienda.
Il voto della commissione locale, previsto per novembre, alimenta ulteriori preoccupazioni. I residenti temono di avere poco tempo per valutare le conseguenze di un investimento di grandi dimensioni.
Google respinge l’accusa di voler utilizzare la consultazione come semplice operazione di comunicazione. Un portavoce ha spiegato al quotidiano americano che l’azienda intende adattare le proprie iniziative alle esigenze della comunità e rispettare il calendario stabilito dalla contea.

Acqua ed energia, i costi che preoccupano i residenti
Le risorse idriche rappresentano uno degli aspetti più controversi del progetto.
Sul sito dedicato a Lea County, Google dichiara di voler utilizzare un sistema di raffreddamento ad aria e a circuito chiuso, senza raffreddamento evaporativo. Una volta entrata in funzione, la struttura dovrebbe consumare acqua principalmente per servizi ordinari, con livelli paragonabili a quelli di un edificio per uffici.
Le previsioni per la fase di costruzione sono differenti.
Google stima un utilizzo medio di poco superiore a 900 mila galloni al giorno, equivalenti a circa 3,4 milioni di litri, con picchi intorno a un milione di galloni quotidiani per circa quattro mesi. Il riempimento iniziale del circuito di raffreddamento richiederebbe inoltre tra 9,5 e 9,7 milioni di galloni.
Questi valori, comunicati dall’azienda, distinguono due fasi che hanno impatti diversi sulle risorse locali. Per una comunità situata in un’area arida, anche il fabbisogno temporaneo di un cantiere costituisce un elemento rilevante nella valutazione del progetto.
Rimangono da definire anche le modalità di approvvigionamento energetico. Google prevede una combinazione prevalentemente basata su fonti pulite, integrata da impianti alimentati a gas per garantire continuità alla fornitura.
La società promette di sostenere integralmente i costi dell’elettricità utilizzata e delle infrastrutture necessarie alla propria espansione, evitando di trasferirli sulle famiglie.
Amazon rinuncia agli accordi di riservatezza
Google non è l’unica azienda impegnata a modificare i rapporti con le amministrazioni locali.
Il 2 ottobre 2026 Matt Garman, amministratore delegato di Amazon Web Services, ha annunciato che Amazon non utilizzerà più accordi di riservatezza con gli enti pubblici coinvolti nei suoi progetti di data center.
Questi accordi avevano consentito in passato di mantenere riservate alcune trattative preliminari, limitando la possibilità di discuterne pubblicamente prima della presentazione dei progetti.
La nuova politica prevede una comunicazione anticipata delle iniziative, incontri aperti alla cittadinanza e maggiori informazioni sulle ricadute economiche e ambientali.
Il 15 ottobre Amazon ha presentato il programma Built Together, che prevede oltre un miliardo di dollari aggiuntivi nei prossimi cinque anni per interventi nelle comunità che ospitano i suoi data center.
Tra gli obiettivi annunciati figurano la formazione professionale, l’accesso gratuito a percorsi universitari, interventi di efficienza energetica su oltre 30 mila abitazioni ed edifici e iniziative per la tutela delle risorse idriche.
Anche Microsoft aveva adottato un’impostazione analoga. Il 13 gennaio 2026 il presidente Brad Smith aveva presentato il programma Community-First AI Infrastructure, con impegni relativi a bollette elettriche, acqua, occupazione, fiscalità locale e formazione.
Le promesse aziendali richiedono tuttavia accordi verificabili con amministrazioni e fornitori di energia. La trasparenza annunciata dalle società non equivale automaticamente alla garanzia che tutti i costi saranno sostenuti dagli operatori.
I progetti contestati valgono 130 miliardi di dollari
Il conflitto intorno ai data center ha raggiunto dimensioni rilevanti.
Nel rapporto relativo al primo trimestre 2026, Data Center Watch ha censito almeno 75 progetti bloccati o ritardati, per circa 130 miliardi di dollari di investimenti programmati.
Il valore rappresenta la dimensione economica delle iniziative coinvolte, non una perdita finanziaria già realizzata. Parte dei progetti potrebbe essere ripresentata, modificata o costruita altrove.
La stessa organizzazione ha registrato 833 gruppi di opposizione attivi in 49 Stati americani alla fine di marzo 2026, contro i 396 censiti alla fine del 2025.
Nei primi sei mesi? No: già nelle prime sei settimane del 2026 erano state presentate oltre 300 proposte legislative statali riguardanti i data center, comprese iniziative per introdurre moratorie in 14 Stati.
Le contestazioni attraversano gli schieramenti politici. Le preoccupazioni coinvolgono comunità rurali e suburbane, amministrazioni democratiche e repubblicane.
Nel New Mexico alcuni legislatori democratici hanno manifestato l’intenzione di proporre una sospensione delle nuove autorizzazioni. In altri Stati le amministrazioni valutano limiti urbanistici, vincoli energetici e condizioni economiche più stringenti per gli sviluppatori.
Pew Research: il 54% teme danni ambientali
La crescente opposizione trova riscontro anche nei sondaggi.
Secondo una ricerca pubblicata dal Pew Research Center a settembre 2026, il 54% degli adulti statunitensi considera i data center prevalentemente dannosi per l’ambiente. A gennaio la quota era del 39%.
Il 50% ritiene che abbiano conseguenze negative sui costi domestici dell’energia, contro il 38% registrato all’inizio dell’anno.
Anche la percezione degli effetti sulla qualità della vita nelle aree vicine è peggiorata: la percentuale di giudizi negativi è passata dal 30% al 49%.
L’indagine, condotta tra il 20 luglio e il 9 agosto su 10.548 adulti americani, evidenzia una sfiducia crescente anche tra gli elettori repubblicani, tradizionalmente più favorevoli agli investimenti industriali.
Per le aziende tecnologiche significa affrontare una resistenza che non può essere ricondotta a un singolo orientamento politico.
Investimenti tecnologici e fabbisogno elettrico
La pressione sui territori dipende dalla dimensione degli investimenti necessari per sostenere l’espansione dell’intelligenza artificiale.
Nel rapporto Key Questions on Energy and AI, pubblicato ad aprile 2026, l’Agenzia internazionale dell’energia ha rilevato che gli investimenti complessivi di cinque grandi società tecnologiche avevano superato i 400 miliardi di dollari nel 2025. Per il 2026 l’Agenzia prevedeva un ulteriore aumento del 75%.
La domanda mondiale di elettricità dei data center è cresciuta del 17% nel 2025. Per le strutture specializzate nell’intelligenza artificiale l’incremento è stato del 50%.
Secondo lo scenario centrale dell’Agenzia, il consumo elettrico globale dei data center potrebbe passare da 485 terawattora nel 2025 a circa 950 nel 2030, arrivando a rappresentare il 3% della domanda mondiale.
La costruzione delle infrastrutture informatiche procede però più rapidamente dell’espansione delle reti elettriche, che richiede autorizzazioni, trasformatori, linee di trasmissione e nuovi impianti di generazione.
Gli hyperscaler devono quindi ottenere capacità elettrica disponibile prima di poter completare gli investimenti programmati.
La concorrenza si sposta anche sull’efficienza idrica
Le aziende tecnologiche cercano di differenziarsi attraverso gli indicatori ambientali.
Amazon ha dichiarato che nel 2025 i suoi data center hanno consumato mediamente 0,12 litri di acqua per kilowattora, rispetto a una media settoriale di 0,84 litri indicata dalla società.
L’azienda attribuisce parte del risultato al raffreddamento mediante aria esterna, utilizzato per circa il 90% del tempo, limitando il ricorso all’acqua nei periodi più caldi.
Secondo i dati pubblicati da Amazon nel giugno 2026, il gruppo ha migliorato del 52% l’efficienza idrica delle proprie infrastrutture dal 2021.
Le metriche richiedono comunque attenzione: il consumo diretto dei data center non comprende necessariamente l’acqua utilizzata per produrre elettricità o costruire gli impianti.
Mitch Jones, responsabile delle politiche e del contenzioso dell’organizzazione ambientalista Food & Water Watch, ha criticato sul Wall Street Journal le iniziative di comunicazione delle grandi piattaforme, interpretandole come una risposta alle crescenti difficoltà nell’ottenere consenso pubblico.
Occupazione, imposte e benefici per le comunità
La promessa economica dei data center riguarda soprattutto la costruzione, le entrate fiscali e i servizi finanziati con gli accordi locali.
Google prevede per Lea County migliaia di posti di lavoro durante il cantiere e centinaia di impieghi permanenti nella fase iniziale di funzionamento.
La società sta inoltre discutendo un possibile accordo di sviluppo economico per finanziare scuole, strutture sanitarie, amministrazioni locali e disponibilità di alloggi.
Occorre però distinguere l’occupazione temporanea da quella stabile. Un grande data center richiede investimenti considerevoli in server, sistemi elettrici e raffreddamento, ma una volta operativo può impiegare un numero relativamente limitato di addetti rispetto al capitale investito.
Anche per questo le amministrazioni devono valutare gli incentivi fiscali richiesti dalle aziende e confrontarli con i benefici attesi.
Tyson Pierce, commissario di Lea County, considera promettenti le trattative con Google, ma chiede informazioni più dettagliate su energia e acqua. Secondo il commissario, un’intesa di queste dimensioni deve fissare fin dall’inizio condizioni favorevoli alla comunità.
Europa e Italia: trasparenza e accesso alla rete
Il problema riguarda anche l’Europa, dove la crescita dei data center si intreccia con gli obiettivi di autonomia tecnologica e decarbonizzazione.
Il 21 settembre 2026 la Commissione europea ha proposto un sistema comune di classificazione delle prestazioni ambientali dei data center, con l’obiettivo di rendere più confrontabili consumi energetici, utilizzo dell’acqua ed efficienza degli impianti.
La direttiva europea sull’efficienza energetica aveva già introdotto obblighi di monitoraggio e comunicazione per le strutture con consumi significativi.
Bruxelles ha inoltre avviato una consultazione sugli standard minimi di prestazione, aperta fino al 14 dicembre 2026. Una proposta legislativa è prevista per il secondo trimestre 2027.
In Italia, secondo quanto riportato dall’Italian Datacenter Association dopo un incontro con Terna del 2 marzo 2026, le richieste di connessione alla rete elettrica per i data center si attestavano intorno a 80 gigawatt. L’associazione ha precisato che molte domande potevano avere carattere speculativo, senza corrispondere a investimenti effettivamente pronti.
Il dato segnala comunque la pressione potenziale sulle infrastrutture nazionali e l’importanza di distinguere i progetti industriali realizzabili dalle richieste presentate per riservare capacità di rete.
Il consenso locale entra nel costo degli investimenti
La costruzione dei data center dipende sempre più dalla possibilità di negoziare condizioni accettabili con i territori.
Per Google, Amazon e Microsoft anticipare il confronto significa ridurre il rischio di controversie, ricorsi e ritardi autorizzativi. Per amministrazioni e cittadini significa poter chiedere informazioni e garanzie prima che le decisioni diventino difficili da modificare.
La disponibilità di dati verificabili sui consumi, la ripartizione dei costi elettrici e gli impegni economici contrattuali sarà determinante per valutare i progetti.
Il caso di Lea County chiarisce il problema industriale: le aziende hanno bisogno di costruire rapidamente nuove infrastrutture, mentre le comunità chiedono tempo e informazioni per decidere quali costi siano disposte a sostenere.
L’accesso all’energia rimane essenziale per sviluppare l’intelligenza artificiale. Ma il valore di un investimento dipenderà anche dalla capacità degli operatori di dimostrare che i benefici promessi ai territori superano gli oneri effettivamente sostenuti.






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