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Dai GPT ai plugin di ChatGPT: ecco come fare la migrazione


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OpenAI ritira i GPT personalizzati l’11 dicembre 2026 e li sostituisce con i plugin, pacchetti di skill, file e app collegate. Cosa passa nella migrazione e cosa va ricostruito, come censire e collaudare gli assistenti aziendali, perché il plugin è anche il formato con cui lavoreranno i dots, i nuovi agenti di OpenAI

Pubblicato il 1 ott 2026

Fabio Lalli

Consulente in trasformazione digitale – AI & product strategy



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Dai GPT ai plugin di ChatGPT: ecco come fare la migrazione


Punti chiave

  • Ritiro: i GPT personali saranno inaccessibili dall’11 dicembre 2026 (deroga Enterprise all’11 febbraio 2027); la migrazione obbligatoria sposta le funzionalità ai plugin.
  • Cosa cambia tecnicamente: i plugin includono skill, app, template ed estensioni; le custom actions non vengono migrate e possono richiedere server MCP.
  • Azioni consigliate: fare inventario e triage, salvare istruzioni e file, pubblicare l’ultima versione e testare con prompt campione; i dots (GPT-6 Astra) useranno le skill e le app ricostruite.
Riassunto generato con AI


Oltre tre milioni di GPT personalizzati erano già stati creati quando OpenAI aprì il GPT Store, a gennaio 2024, e quelli che le aziende hanno costruito da allora per scrivere offerte, rispondere sul regolamento interno o formattare i verbali delle riunioni hanno adesso una data di scadenza. La FAQ ufficiale sul ritiro la fissa all’11 dicembre 2026 per tutti i piani ChatGPT: da quel giorno i GPT e le loro pagine diventeranno inaccessibili, con un’unica proroga all’11 febbraio 2027 riservata ai workspace Enterprise che hanno ottenuto una deroga approvata.

Il sostituto si chiama plugin, e il nome ha il sapore di un ritorno. Due settimane dopo l’annuncio, al DevDay del 29 settembre, OpenAI ha presentato i dots, agenti sempre attivi basati su GPT-6 Astra che lavorano sulle oltre 4.000 app di ChatGPT attraverso i plugin collegati dall’utente, e a quel punto il disegno si è fatto leggibile: migrare un GPT significa preparare il materiale con cui lavorerà anche l’agente di domani, molto più che salvare un vecchio assistente da una funzione in dismissione.

Dai plugin del 2023 ai plugin del 2026

In tre anni ChatGPT ha cambiato quattro volte il modo in cui si estendono le sue capacità, e la sequenza aiuta a capire il presente. I primi plugin arrivarono a marzo 2023, integrazioni singole con servizi come Expedia, OpenTable o Zapier; a novembre dello stesso anno OpenAI presentò i GPT, versioni personalizzate di ChatGPT create senza scrivere codice, e nella primavera del 2024 i vecchi plugin smisero di funzionare, con gli utenti che trovavano un messaggio di errore e l’invito a spostarsi sulla libreria dei GPT.

A ottobre 2025 fu la volta delle app, cioè servizi esterni richiamabili dentro la conversazione, e a luglio 2026 le app sono state ribattezzate plugin: il 9 luglio la Plugin Directory ha preso il posto della App Directory, in coincidenza con il lancio di ChatGPT Work. L’annuncio sui GPT è arrivato l’11 settembre nelle release notes di ChatGPT, dove OpenAI scrive di voler ritirare i GPT personalizzati su tutti i piani e offrire un percorso di migrazione verso i plugin.

Il calendario ha due livelli. Per tutti vale l’11 dicembre, ma sugli account personali (Free, Go, Plus e Pro) la creazione e la pubblicazione di nuovi GPT sono già state disattivate, come riporta Mixed News citando la pagina di supporto di OpenAI, mentre quelli esistenti rimangono utilizzabili fino alla scadenza.

Per i workspace Enterprise la FAQ indica una sequenza più fitta, con la migrazione disponibile dal 22 settembre come obiettivo (non come garanzia per ogni workspace), un banner dal 1° ottobre per chi aveva scelto di posticiparlo e lo stop alla creazione di nuovi GPT previsto per il 26 ottobre. OpenAI avverte che tutte queste date possono cambiare, e infatti sono già cambiate una volta: la prima versione della documentazione fissava lo stop alla creazione al 25 settembre.

Anatomia di un plugin ChatGPT

Il GPT era un luogo in cui entrare, con il suo nome, la sua icona e il suo campo di istruzioni; il plugin è un pacchetto che ChatGPT richiama quando serve. Secondo la guida di OpenAI ai plugin può contenere quattro tipi di componenti:

  • le skill, ossia istruzioni riutilizzabili e indicazioni su come svolgere un flusso di lavoro,
  • le app collegate, che connettono ChatGPT a un servizio esterno come Slack o Google Drive,
  • i template di app, pensati per gli amministratori che devono configurare un servizio per l’intero workspace,
  • le estensioni, vale a dire viste interattive, moduli e impostazioni dentro la conversazione.

A questi si aggiungono i file di riferimento, gli eredi diretti dei documenti di conoscenza che si caricavano nei GPT.

Le funzioni dei plugin che il GPT non aveva

Alcuni plugin contengono solo skill e non si collegano a nulla, altri mettono insieme più app, e lo stesso pacchetto funziona su Chat, Work e Codex, le tre superfici su cui OpenAI ha riorganizzato l’offerta: la conversazione, l’ambiente di lavoro agentico (dove l’AI esegue compiti in più passaggi) e l’assistente per lo sviluppo software. La differenza più concreta per chi usa questi strumenti tutti i giorni riguarda l’attivazione.

ChatGPT usa in automatico i plugin installati quando li ritiene pertinenti alla richiesta, e sceglie una skill quando la sua descrizione corrisponde a quello che l’utente sta chiedendo; si può sempre richiamarla esplicitamente con una menzione @.

Una conseguenza pratica passa facilmente inosservata: la descrizione della skill diventa parte del progetto. Nel GPT bastava che le istruzioni fossero buone, perché l’utente entrava lì apposta; nel plugin una descrizione vaga significa una skill che non parte quando dovrebbe, o che parte quando non dovrebbe. Scrivere quella riga con la stessa cura del prompt, dicendo per quali richieste la skill va usata e per quali no, è il lavoro più sottovalutato dell’intera migrazione.

Il plugin porta poi con sé funzioni che il GPT non aveva. Può automatizzare un compito, come preparare un riepilogo quotidiano, e alcuni plugin supportano gli eventi, cioè reagiscono quando un documento cambia o qualcuno risponde in un thread. Per costruirne uno da zero OpenAI mette a disposizione Plugin Creator, un assistente che si richiama in chat con @plugin-creator e a cui si descrive a parole cosa serve; le app che girano in locale sul proprio computer, collegate attraverso il protocollo MCP, funzionano invece solo nell’app desktop di ChatGPT e non sul web o sul telefono.

11 dicembre: censimento e triage dei GPT

Il primo passo non richiede alcuno strumento nuovo, e conviene farlo adesso, prima che il pulsante di migrazione compaia nel proprio account. Si tratta di fare l’inventario di tutti i GPT su cui si appoggia il lavoro quotidiano, distinguendo quelli creati da sé da quelli costruiti da altri. La distinzione pesa, perché la FAQ chiarisce che usare il GPT di qualcun altro non dà il diritto di migrarlo, e che per ogni GPT valgono il calendario e i permessi dell’account o del workspace in cui è stato creato, anche quando lo si apre da un account diverso.

Ne deriva un rischio poco visibile. I GPT pubblici nati dentro un workspace Enterprise seguono il calendario Enterprise anche per chi li usa da un abbonamento personale, e l’accesso al GPT originale non garantisce l’accesso al plugin che lo sostituirà: il consulente che usa ogni giorno il GPT pubblico di un fornitore o di un’associazione di categoria deve chiedere a chi l’ha creato se e dove comparirà la versione nuova.

Per ogni GPT di propria creazione la FAQ suggerisce di mettere da parte alcuni materiali prima di migrare:

  • le istruzioni complete, così come sono scritte nel campo di configurazione;
  • i file di conoscenza caricati, con la versione più aggiornata di ciascuno;
  • le app collegate e le eventuali custom actions verso servizi esterni;
  • tre o quattro prompt tipici, con le risposte che si considerano corrette, da usare come banco di prova.

Un dettaglio tecnico fa perdere lavoro a chi non lo conosce: la migrazione usa l’ultima versione pubblicata del GPT, e bozze o modifiche non pubblicate non vengono trasferite. Pubblicare non significa rendere pubblico, basta salvare la versione anche solo per sé; nei workspace Enterprise va fatto prima del 26 ottobre, quando la creazione di nuovi GPT si ferma. Il blocco non impedisce di modificare i GPT esistenti non ancora migrati.

Il triage

Fatto l’inventario, il triage divide i GPT in famiglie secondo la fatica richiesta. Quelli fatti solo di istruzioni si migrano in pochi minuti, quelli con file di conoscenza richiedono una verifica dei documenti copiati, quelli che chiamano servizi esterni con custom actions sono veri progetti di integrazione e vanno messi in cima alla lista.

La rivista di comunicazione Ragan, in una guida per i team, consiglia di assegnare a ogni migrazione un responsabile con una scadenza interna fissata all’inizio di dicembre: nelle organizzazioni in cui i GPT sono nati spontaneamente, reparto per reparto, spesso nessuno sa più chi abbia costruito quale assistente, ed è il momento buono per scoprirlo.

Custom actions da ricostruire via MCP

Quando la migrazione è disponibile, il percorso parte da My GPTs e dal pulsante Migrate to plugin. Le istruzioni del GPT diventano una skill dentro il nuovo plugin, i file di conoscenza vengono copiati tra i file di riferimento, le app collegate entrano nel plugin come app. Per i casi semplici l’operazione è rapida: il giornalista di Visual Studio Magazine che l’ha provata sul proprio assistente editoriale racconta di averlo migrato senza difficoltà seguendo le indicazioni proposte da ChatGPT.

Alcune cose non fanno il viaggio. Il modello selezionato nel GPT non passa al plugin (nei workspace Enterprise si applicano le impostazioni predefinite dell’azienda), le conversazioni già fatte non si spostano, e le impostazioni di condivisione non vengono copiate: il plugin nasce privato, la migrazione non lo installa per nessuno e renderlo pubblico richiede una procedura di invio separata.

Dopo la migrazione il GPT originale continua a funzionare fino alla data di ritiro ma diventa di sola lettura, e il suo creatore non può più cancellarlo; ogni correzione successiva va fatta sul plugin.

Il capitolo più delicato riguarda le custom actions, le chiamate a servizi esterni che i GPT più evoluti usavano per leggere un CRM (il software che gestisce l’anagrafica e la storia dei clienti), interrogare un gestionale o creare un ticket, descritte con uno schema OpenAPI (il formato standard che specifica come dialogare con un’interfaccia di programmazione) e protette da un’autenticazione. La FAQ lo dice senza giri di parole: le custom actions non vengono trasferite dalla procedura di migrazione, e le funzioni che ne dipendono non funzioneranno nel plugin finché non si costruisce un sostituto.

Le strade sono due. La prima è verificare se tra le app già disponibili ce n’è una che svolge i compiti necessari, cosa probabile per i servizi diffusi come le suite per ufficio, i CRM più diffusi o gli strumenti di project management.

La seconda, per i sistemi proprietari o poco diffusi, passa da un server MCP personalizzato. MCP, sigla di Model Context Protocol, è lo standard aperto introdotto da Anthropic alla fine del 2024 per collegare i modelli linguistici a dati e strumenti esterni, ed è diventato il linguaggio comune con cui gli assistenti AI dei diversi fornitori parlano con i sistemi aziendali. OpenAI avverte che un’integrazione ricostruita potrebbe non offrire tutte le capacità dell’azione originale, e che va testata a parte prima del passaggio.

Qui la migrazione smette di essere un compito da utente e diventa un lavoro per l’IT e per chi si occupa di sicurezza, anche perché nei workspace Enterprise il permesso di creare plugin con server MCP è disattivato di default. C’è però un vantaggio che vale il disturbo. Una custom action era un pezzo di codice valido solo dentro ChatGPT, mentre un server MCP ben fatto è un componente che l’azienda può riutilizzare con altri assistenti e altri fornitori: il costo della ricostruzione, in questo caso, compra anche un po’ di indipendenza dalla prossima riorganizzazione di catalogo.

Collaudo e permessi nel workspace Enterprise

Un plugin migrato può rispondere in modo diverso dal GPT da cui nasce, e OpenAI lo scrive esplicitamente. Il collaudo consiste nel ripassare i prompt salvati durante il censimento, più almeno un caso difficile, e nel verificare che il plugin scelga la skill giusta e segua le istruzioni, usi i documenti di riferimento attesi, produca risposte o file completi nel formato richiesto e abbia a disposizione gli strumenti e le integrazioni che il flusso di lavoro richiede.

Le app collegate e le integrazioni ricostruite vanno provate separatamente. Il GPT originale, ancora attivo in sola lettura, serve proprio a questo: tenerlo aperto accanto al plugin e confrontare le risposte sullo stesso compito.

Nei workspace aziendali la migrazione passa anche per una griglia di permessi che conviene conoscere prima di distribuire i plugin ai colleghi.

La guida di OpenAI elenca l’uso dei plugin, attivo di default su Enterprise, il caricamento di plugin e la creazione di plugin con server MCP, entrambi disattivati di default, la condivisione con persone o gruppi e la pubblicazione nella directory del workspace, che sono permessi distinti. Gli amministratori possono poi scegliere se un plugin sia soltanto disponibile, e ciascuno decida se installarlo, oppure installato in automatico per tutti i membri o per un determinato ruolo.

Nessuna di queste impostazioni allarga l’accesso ai dati. Ogni app inclusa in un plugin conserva i propri controlli, dalle autorizzazioni dell’account alle azioni consentite fino alle richieste di approvazione, e un plugin non può leggere contenuti che l’account collegato non potrebbe già vedere. Il badge OpenAI Verified, assegnato ai plugin che OpenAI ha esaminato per qualità e affidabilità, non sostituisce la valutazione di privacy, sicurezza e fornitori che ogni azienda fa per conto proprio, e anche questo lo precisa la stessa OpenAI.

I costi

Sui costi la FAQ offre una sola indicazione, valida per Enterprise: usare in Instant Chat un GPT migrato che non contiene app non comporta costi aggiuntivi, mentre creare e modificare plugin conversando con ChatGPT passa da Work o da Codex, e le azioni eseguite in Work consumano crediti.

Per chi gestisce molti plugin esiste infine la possibilità di importarli da un repository GitHub, cioè un archivio di codice condiviso, con sincronizzazione quotidiana, che permette di trattarli come si tratta il software: con versioni, revisioni e una cronologia delle modifiche.

4.000 app per i dots di GPT-6 Astra

Il 29 settembre il senso dell’operazione si è allargato. Nell’annuncio dei dots OpenAI descrive agenti sempre attivi, ciascuno con un proprio computer nel cloud e un proprio browser, che imparano dai riscontri dell’utente, si raggiungono da ChatGPT, Slack o Teams e possono portare avanti più progetti in parallelo anche quando nessuno li sta interrogando. Secondo il post di lancio su X lavorano su oltre 4.000 app attraverso ChatGPT, usando i plugin che l’utente ha collegato.

Il rapporto tra le due cose è diretto. Le skill che oggi si ricavano dai vecchi GPT sono le istruzioni che un dot leggerà quando dovrà preparare un’offerta o aggiornare un documento di progetto, e le app e i server MCP che si ricostruiscono al posto delle custom actions sono i canali attraverso cui agirà sui sistemi aziendali. Il controllo passa da un meccanismo chiamato Custom Rules, con cui si stabilisce quali azioni l’agente può fare da solo, quali richiedono una conferma e quali gli sono vietate, e da una revisione automatica che verifica ogni azione capace di toccare gli account o di condividere informazioni.

OpenAI stessa scrive che i dots possono ancora sbagliare e che il lavoro con conseguenze rilevanti va sempre rivisto da una persona.

La disponibilità, per ora, è limitata: i dots arrivano agli abbonati Pro e Business Premium nei mercati che OpenAI considera idonei, i clienti Enterprise possono provarli in beta se un amministratore li attiva, e i dots specialisti, agenti con una propria identità e proprie credenziali destinati a ruoli definiti come acquisti, fatturazione o assistenza clienti, sono in fase pilota con alcune aziende e verranno integrati con Agent 365 di Microsoft. Per molte imprese italiane sono ancora un orizzonte, mentre la scadenza dei GPT cade tra dieci settimane.

Il divario tra le due velocità si vede bene nelle aziende. In quelle che incontro, la maggior parte delle persone usa ancora ChatGPT come un motore di ricerca più loquace, mentre i pochi che hanno costruito GPT su misura li hanno spesso fatti da soli, senza documentazione e senza un responsabile. La migrazione obbligata offre un pretesto raro per rimettere ordine: capire quali assistenti vengono usati ogni giorno, chi li mantiene, a quali dati accedono.

Chi a dicembre avrà soltanto premuto Migrate to plugin avrà salvato un assistente, chi avrà riscritto istruzioni e descrizioni pensando a un lettore che le eseguirà da solo, di notte, con l’accesso a Slack e al gestionale, avrà già scritto il primo mansionario di un collaboratore che non si ferma mai.

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