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Comunismo digitale e “Webfare”, terza via dello sviluppo tecnologico: tra liberismo Usa e statalismo cinese



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Attraverso la creazione di ‘piattaforme comuniste’, i cittadini potrebbero rivendicare la proprietà dei propri dati per generare valore economico e sociale, da ridistribuire equamente. Questo modello, sviluppato da Maurizio Ferraris nel libro ‘Comunismo digitale’, è definito anche “Webfare”. Punta a trasformare i dati prodotti dagli utenti sul web in un patrimonio collettivo, in modo da superare le disuguaglianze dell’era tecnologica

Pubblicato il 14 gen 2026

Stefano Casini

giornalista



Comunismo digitale libro

La rivoluzione industriale dell’Ottocento ha portato grandi fabbriche, in cui ogni giorno lavoravano – e lavorano tutt’oggi – migliaia, decine di migliaia di persone, per portarsi a casa, in cambio, una quota minima della ricchezza prodotta, mentre la gran parte del guadagno e della ricchezza sono sempre andati a pochi, coloro che detengono le quote societarie.

In sostanza, era ed è il lavoro di una moltitudine di persone a creare il valore che poi viene venduto e incassato dal mercato, ma alla fine dei conti questa ricchezza generata da molti viene distribuita e spartita in maniera molto poco proporzionale e proporzionata.

Sono passati quasi duecento anni dai tempi dei primi giganteschi stabilimenti, ma certe dinamiche ed effetti non sono molto cambiati.

Oggi ci sono le grandi piattaforme digitali, usate e fatte crescere ogni giorno dalle attività e dai dati di miliardi di persone, ma anche in questo caso l’enorme ricchezza prodotta da queste piattaforme e tecnologie – che rappresentano le attuali grandi industrie del passato – va a finire nelle mani di una ristretta minoranza, contano sempre le quote aziendali.

Comunismo digitale e patrimonio collettivo

Allo stesso modo, se i dati digitali generati da ogni componente della moltitudine collettiva hanno e avranno un notevole valore nel mondo della digital economy e dell’AI economy, perché questo valore non va a vantaggio di chi l’ha creato e prodotto, ma solo a beneficio dei soliti pochi?

È in questo quadro, e con queste premesse, che si colloca il concetto di ‘comunismo digitale’, una proposta politica audace sviluppata nell’omonimo libro scritto da Maurizio Ferraris e pubblicato da Giulio Einaudi editore, che punta a trasformare i dati prodotti dagli utenti sul web in un patrimonio collettivo, per superare l’alienazione tecnologica e le disuguaglianze.

La terza via, tra capitalismo liberale e statalismo

Del resto, è un po’ la considerazione di fondo, da un lato è una moltitudine di persone a generare il valore delle stesse piattaforme – utilizzandole e arricchendole di dati, contenuti e informazioni varie ogni giorno, altrimenti varrebbero poco o nulla –, ma la distribuzione finale di questo valore ha la forma della solita piramide.

Rispetto, da una parte, al “capitalismo liberale negli Stati Uniti, in cui il banco prende tutto e consegna buona parte della popolazione al risentimento, ossia all’anticamera della guerra”, e, dall’altra, al “capitalismo bolscevico cinese, in cui il partito ridistribuisce gli utili al popolo, ma lo controlla in ogni istante della sua vita”, Ferraris propone “una terza via”.

Il nuovo comunismo capitalista digitale

Quella di un “comunismo capitalista, che non è un ossimoro, giacché per Marx la vera forza rivoluzionaria sta nel capitale. Un comunismo a venire, capace di affermarsi senza bisogno di una rivoluzione, ma che permetta una ridistribuzione equa del valore che l’umanità produce nella sua interazione con il digitale in tutte le sue forme, attraverso una capitalizzazione alternativa tanto a quella liberale quanto a quella bolscevica”.

La ricetta indicata è definita dallo stesso autore come “molto semplice”. Ecco gli ingredienti, nella sua descrizione: “ogni cittadino europeo ha diritto di chiedere alle piattaforme digitali i dati che produce sul web. Se è così, aggiungo io, ogni cittadino europeo ha il dovere politico e morale, in quanto essere razionale, di unirsi agli altri cittadini europei per creare delle piattaforme comuniste, giacché mettono in comune una ricchezza potenziale e non una miseria reale, come spesso è avvenuto”.

Piattaforme comuniste e proprietà collettiva di dati e valore

A queste piattaforme, “i cui fini saranno esplicitamente concordati dai contraenti, e non decisi da un impresario commerciale come negli Stati Uniti o dal Partito come in Cina, spetterà il compito di trasformare i dati in valore, e di ridistribuirlo per il beneficio non dei singoli, ma per il bene comune”.

Un bene che – fa notare l’autore – “se i partecipanti alla piattaforma comunista lo decidono”, può coincidere anche con “il beneficio di comunità lontane: per intenderci, dare ai palestinesi soldi e aiuti ricavati dai propri dati digitali sembra essere di maggiore beneficio per gli interessati che limitarsi a dipingere la loro bandiera sulle scalinate di un ateneo”.

Attraverso la creazione di ‘piattaforme comuniste’, i cittadini potrebbero rivendicare la proprietà dei propri dati, per generare valore economico e sociale, da ridistribuire equamente.

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Un “Webfare” per tutti

Questo modello, definito “Webfare”, sfrutta la natura rinnovabile dei beni digitali per “promuovere una giustizia sociale che metta al centro i bisogni universali degli individui. Il progetto non richiede rivoluzioni violente, ma si affida a una diversa gestione dei valori economici, che riconosca nel consumo la vera fonte di ricchezza dell’era contemporanea”.

In sostanza, la nuova risposta all’alienazione e alle disuguaglianze dell’era tecnologica e digitale non arriva attraverso la critica sterile, ma con una capitalizzazione alternativa del valore prodotto dall’umanità sul web.

Il Comunismo digitale, il Webfare, “è un sistema volto a restituire all’umanità il patrimonio che essa stessa costruisce attraverso la sua attività quotidiana online, di consumo, attività e mobilitazione”.

Creare piattaforme alternative a quelle attuali

La proposta pratica consiste nella creazione di piattaforme alternative a quelle attuali e strettamente private – gestite da corpi intermedi e collettivi, come università, ospedali, banche, altre organizzazioni – a cui i cittadini possono conferire volontariamente i propri dati.

Per poi trasformare questi dati in valore attraverso interpretazioni intelligenti, e quindi utilizzare i proventi e le risorse finanziarie che ne derivano per servizi comuni, collettivi, ad esempio per sanità gratuita, riduzione dei costi per vari servizi, aiuti alle comunità, anziché per guadagni individuali.

Comunismo digitale libro

Consumista, capitalista e comunista insieme

Ferraris conia il termine ironico “comsumismo” per descrivere questa visione, che è contemporaneamente: consumista, perché riconosce che il consumo, e non più la produzione, è il vero generatore di valore; capitalista, perché utilizza la forza del capitale e della tecnologia per progredire; comunista, perché punta a una redistribuzione equa della ricchezza basata sul principio marxista “a ognuno secondo i suoi bisogni”.

Le tesi di Ferraris poggiano su un cambio di paradigma filosofico ed economico, e fanno riferimento al nuovo “Capitale documediale”: ovvero, il capitale odierno non è più solo industriale o finanziario, ma è fatto di documenti (dati) generati dall’interazione tra umani e media digitali. Ogni nostro atto online viene registrato, trasformando la nostra vita e ogni operazione digitale in un valore reale.

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L’umano è essenziale come consumatore

Poiché l’automazione sta progressivamente eliminando il lavoro umano inteso come fatica meccanica, l’umano diventa essenziale come consumatore. Il consumo è l’unico atto che le macchine non possono compiere e che conferisce senso e valore a tutto il processo produttivo.

L’autore di ‘Comunismo digitale’ rigetta anche l’idea dell’intelligenza artificiale come una sorta di feticcio alieno o una minaccia esterna, come a volte viene descritta. Essa non è altro che l’estensione delle nostre forme di vita e attività quotidiane; è il grande archivio di tutto ciò che l’umanità ha scritto, pensato e fatto finora.

La paura dell’AI è, quindi, “come una forma di feticismo che ci impedisce di vedere che siamo noi a dare senso alla macchina”. Senso e valore, da riprenderci e gestire in modo diverso.

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