Una delle società più redditizie al mondo perde in Borsa centinaia di miliardi di dollari proprio mentre cresce a ritmi sostenuti. Giovedì 29 ottobre 2026 Alphabet, la capogruppo di Google, è arrivata a cedere intorno al 13% a Wall Street, avviandosi verso la sua peggior seduta dal debutto sul mercato nel 2004. Nelle contrattazioni la perdita di capitalizzazione si è avvicinata a 500 miliardi di dollari. A innescarla sono stati i risultati trimestrali pubblicati la sera del 28 ottobre, inferiori alle attese degli analisti su alcune voci decisive.
Il segnale che preoccupa gli investitori è nel prodotto su cui si è costruita la fortuna di Google: l’intelligenza artificiale porta più persone a fare ricerche, ma la modalità conversazionale AI Mode genera oggi meno ricavi pubblicitari per interrogazione rispetto alla ricerca tradizionale. Intanto il cloud e i chip per l’AI crescono a velocità eccezionale, ma richiedono di costruire infrastrutture prima di incassarne tutti i benefici. Il crollo di Alphabet rende visibile il problema economico che attraversa l’intero settore: quanto capitale serve per trasformare l’utilizzo dell’AI in ricavi e liquidità sufficienti a ripagarlo?
Indice degli argomenti:
La trimestrale e l’AI di Google: Search cresce, ma la sua pubblicità rallenta
Secondo i risultati ufficiali di Alphabet per il terzo trimestre 2026, i ricavi di Google Search & other sono arrivati a 63,35 miliardi di dollari, il 12% in più rispetto a un anno prima. Il ritmo era stato del 19% nel primo trimestre e del 17% nel secondo. La progressione si è quindi ridotta in sei mesi, mentre Google Cloud ha accelerato dal 63 al 103%.
Secondo le stime di otto analisti raccolte da Zacks, i ricavi Search erano attesi intorno a 64,99 miliardi di dollari, circa 1,64 miliardi in più rispetto al risultato effettivo. Google Cloud, invece, ha superato la stima media di 29,16 miliardi. Questa divergenza fra la divisione pubblicitaria, ancora centrale per gli utili, e la crescita del cloud chiarisce perché un trimestre di forte espansione complessiva sia stato accolto così male in Borsa.
Il contrasto è più significativo perché, durante la conference call con gli analisti, l’amministratore delegato Sundar Pichai ha sostenuto che il numero delle ricerche cresce, su base annua, al ritmo più elevato da cinque anni. Aumenta la domanda del servizio, ma il fatturato della ricerca non segue più alla stessa velocità. Il management ha individuato una causa nella minore monetizzazione di AI Mode, la funzione che permette di interrogare Google come un chatbot, chiedere spiegazioni articolate e proseguire la conversazione con nuove domande.
Il responsabile commerciale Philipp Schindler ha però indicato anche altri fattori del rallentamento: gli effetti valutari, che ha definito il contributo maggiore alla decelerazione rispetto al secondo trimestre, e andamenti specifici di alcuni settori pubblicitari. Non è quindi preciso attribuire all’AI l’intera differenza fra il 17 e il 12%, né sostenere che Search abbia smesso di produrre utili. Alphabet non pubblica un conto economico autonomo di Google Search e i ricavi della ricerca stanno aumentando.
Perché AI Mode cambia il modello di ricavi di Google
Tuttavia qualcosa di profondo è cambiato nel business, per via dell’AI.
Nel motore di ricerca tradizionale il meccanismo pubblicitario è consolidato: l’utente cerca un prodotto o un servizio, vede risultati e annunci e, quando apre un collegamento sponsorizzato, l’inserzionista può pagare per quel clic. Google monetizza l’incontro fra un’intenzione commerciale e una visita potenzialmente utile all’azienda. L’efficacia dipende dalla domanda, dall’asta e dalla conversione raggiunta.
Con AI Mode cambia il percorso. Chi cerca, per esempio, un software gestionale per una piccola impresa può descrivere esigenze, vincoli e budget in una conversazione, chiedere una comparazione e raffinare la scelta senza aprire immediatamente i siti dei fornitori. La risposta può generare nuove occasioni pubblicitarie lungo il dialogo, ma gli annunci e i comportamenti di clic devono ancora essere adattati a questo nuovo contesto. Google riconosce che, allo stato attuale, i ricavi per ricerca di AI Mode sono inferiori a quelli della ricerca ordinaria.
Il problema ha anche una dimensione industriale. Per produrre risposte generative, interpretare immagini, gestire conversazioni e mantenere disponibili i modelli, Google deve investire in server, acceleratori, reti e data center. La trasformazione deve funzionare su entrambi i lati del conto economico: aumentare i ricavi prodotti dall’AI e contenere il costo delle infrastrutture necessarie. Alphabet non divulga però dati sufficienti per calcolare il margine di profitto di una singola interrogazione in AI Mode.
La trimestrale: record di fatturato e utili operativi, ma Borsa in fuga
L’equivoco principale sarebbe leggere il tonfo azionario come un crollo dell’attività industriale. Il gruppo ha registrato 127,58 miliardi di dollari di ricavi trimestrali, il 25% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, e 40,58 miliardi di utile operativo, in crescita del 30%. Google Services, l’area che comprende ricerca, YouTube e altri servizi, ha prodotto 39,16 miliardi di utile operativo. La distanza fra risultati reali e aspettative finanziarie spiega meglio la reazione del mercato.
I numeri della trimestrale: crescite molto diverse
| Voce | T3 2025 | T3 2026 | Var. annua |
|---|---|---|---|
| Ricavi totali | 102,35 | 127,58 | +25% |
| Google Search & other | 56,57 | 63,35 | +12% |
| Google Cloud | 15,16 | 30,71 | +103% |
| Pubblicità Google complessiva | 74,18 | 82,01 | +11% |
| Utile operativo Alphabet | 31,23 | 40,58 | +30% |
| Utile netto attribuibile agli azionisti | 34,98 | 26,17 | −25% |
Valori in miliardi di dollari, percentuali arrotondate. Fonte: Alphabet, risultati del terzo trimestre 2026 depositati alla SEC.
L’utile netto attribuibile agli azionisti è invece sceso da 34,98 a 26,17 miliardi di dollari. La causa importante è contabile: il saldo delle componenti non operative è passato da +12,76 a −8,22 miliardi, soprattutto per una minusvalenza non realizzata, di circa 8,7 miliardi, sulla partecipazione in SpaceX. Il peggioramento dell’utile netto, quindi, non misura da solo la redditività della ricerca o del cloud. Per capire l’intensità dell’investimento AI bisogna guardare soprattutto alla cassa.
Il vero conto dell’AI: oltre 51 miliardi di investimenti in un trimestre
Alphabet ha generato 42,3 miliardi di dollari di cassa dalle attività operative nel trimestre luglio-settembre, mentre gli investimenti in conto capitale, principalmente infrastrutture tecnologiche, hanno toccato 51,4 miliardi. La differenza è un flusso di cassa libero negativo di 9,1 miliardi: per il secondo trimestre consecutivo gli investimenti hanno assorbito più liquidità di quanta ne abbiano prodotta le operazioni.
Il dato, da solo, richiede una precisazione. La liquidità operativa è stata ridotta anche da un pagamento straordinario di 5,2 miliardi di dollari per una vecchia sanzione europea relativa ad Android e dalla costruzione di scorte di sistemi TPU destinati alla vendita. Questi fattori si aggiungono alla spesa per i data center. La perdita di cassa è dunque reale, ma rappresentarla interamente come il costo corrente dell’AI sarebbe fuorviante.
Per il 2026 la direttrice finanziaria Anat Ashkenazi ha confermato un programma di investimenti in conto capitale fra 195 e 205 miliardi di dollari, destinato a crescere sensibilmente nel 2027, senza anticipare nella call un nuovo importo. Aumenteranno anche ammortamenti e costi di gestione, compresa l’energia. In altre parole, una parte significativa della spesa sostenuta oggi continuerà a pesare sui risultati degli anni successivi.
Per finanziare questa espansione Alphabet dispone di risorse ingenti e continua a generare utili, ma ricorre anche al mercato: nel trimestre ha emesso 28,7 miliardi di dollari netti di nuove obbligazioni e 12,4 miliardi netti di azioni ordinarie, secondo il rapporto trimestrale depositato alla SEC. Il punto per gli investitori è misurare il rendimento del capitale investito, evitando che l’espansione di infrastrutture superi sistematicamente la capacità di trasformarle in incassi.
Google Cloud raddoppia: il business dell’AI funziona, ma sta cambiando forma
Il contrappeso alla ricerca è Google Cloud: 30,71 miliardi di ricavi nel trimestre, il 103% in più rispetto al 2025, e 11,12 miliardi di utile operativo, più di tre volte il livello dell’anno precedente. È una crescita che testimonia la domanda delle imprese per capacità di calcolo, piattaforme cloud e applicazioni AI. Il management ha inoltre indicato un portafoglio di ordini da eseguire di circa 561 miliardi di dollari, per la maggior parte legato ai normali contratti della piattaforma cloud.
Quel portafoglio, però, non è fatturato già incassato: rappresenta ricavi contrattualizzati che saranno contabilizzati in futuro, man mano che servizi e sistemi saranno consegnati. Alphabet prevede di riconoscerne poco più del 55% nei 24 mesi successivi. È un indicatore della visibilità commerciale, soggetto ai tempi di fornitura e di utilizzo dei servizi da parte dei clienti.
Una parte della crescita di Cloud deriva inoltre dalla vendita di sistemi TPU, i processori progettati internamente da Google per eseguire carichi di lavoro AI. Il business si sta così estendendo dall’affitto di servizi cloud alla fornitura di sistemi hardware. È un cambiamento rilevante: le vendite di macchine possono avere tempi di incasso, struttura dei costi e margini differenti dai contratti ricorrenti di utilizzo del cloud. Alphabet non ha pubblicato il margine separato di questa attività, mentre ha segnalato che il ricorso temporaneo a capacità di calcolo acquistata da terzi comprimerà i margini Cloud nel breve termine.
Il gruppo può monetizzare i suoi modelli anche attraverso API, abbonamenti e prodotti aziendali. Pichai ha dichiarato che le API dei modelli proprietari elaborano ormai quasi 32 miliardi di token al minuto e che l’app Gemini ha raggiunto un miliardo di utenti. Sono grandezze che mostrano la diffusione dei servizi, ma non forniscono, da sole, il margine economico per utente o per token. È proprio questo passaggio dalla scala d’uso alla scala del profitto a essere osservato con maggiore attenzione.
Il caso Google offre una lezione anche a chi introduce assistenti AI nei propri servizi digitali. Un aumento di utenti o di richieste elaborate può coesistere con una riduzione del ricavo per interazione: accade quando il nuovo servizio sostituisce una transazione prima più redditizia o introduce costi di calcolo superiori. Per e-commerce, software e piattaforme il bilancio dell’AI si misura allora anche nel margine per operazione, nella conversione aggiuntiva e nella capacità di recuperare gli investimenti infrastrutturali, oltre che nella crescita degli accessi.
Che cosa cambia per gli inserzionisti e le aziende italiane
Google ha risposto alla minore monetizzazione accelerando il lancio degli annunci nelle risposte conversazionali. Il 28 ottobre ha annunciato l’espansione della pubblicità in AI Mode a dieci nuovi paesi, fra cui Australia, Canada e India, e l’introduzione negli Stati Uniti di annunci associati anche alle domande successive nella stessa conversazione. L’Italia e gli altri paesi dell’Unione europea non compaiono nell’elenco annunciato. Google ha indicato Brasile, Messico e Regno Unito fra i mercati previsti più avanti nel quarto trimestre.
Secondo la guida ufficiale Google Ads per le esperienze di ricerca AI, quando la funzione è disponibile le campagne Search, Shopping e Performance Max già esistenti possono partecipare automaticamente alle aste pubblicitarie di AI Overviews e AI Mode. Non servono nuove campagne o budget separati; non è previsto un comando per scegliere esclusivamente questi spazi o escluderli mantenendo la normale rete di ricerca. I risultati delle inserzioni AI confluiscono nei report aggregati delle campagne, limitando il confronto diretto fra rendimento del formato tradizionale e quello conversazionale.
Per un inserzionista italiano il lavoro preparatorio riguarda dunque qualità dei dati e misurazione: cataloghi Merchant Center aggiornati, pagine di prodotto chiare, prezzi e disponibilità affidabili, tracciamento delle conversioni e dati di prima parte. Google spiega che i nuovi annunci possono essere selezionati anche sulla base del contesto dell’intera risposta generata, e che le campagne con targeting basato su AI possono intercettare intenzioni commerciali emerse nel corso della conversazione. Al crescere di questi spazi, la metrica decisiva resta il valore delle vendite e dei contatti ottenuti, oltre ai clic.
Dalla ricerca al commercio gestito dagli agenti AI
La nuova economia della ricerca può spingersi oltre il clic pubblicitario. Con Universal Cart, introdotto negli Stati Uniti il 15 ottobre 2026, Google permette agli utenti di raccogliere prodotti di negozi diversi in un unico carrello fra Search e Gemini e di procedere all’acquisto attraverso il suo sistema e il protocollo Universal Commerce Protocol. È un primo tassello di quello che viene chiamato commercio agentico, dove un assistente digitale può aiutare a scegliere e completare più fasi della transazione.
Per un commerciante significa che la visibilità potrebbe dipendere sempre più dalla qualità con cui prodotti, disponibilità, condizioni di consegna e procedure di acquisto sono accessibili ai sistemi AI. La possibilità concreta di vendere attraverso questi flussi dipende però da mercati supportati e integrazioni effettivamente disponibili. Per Google il potenziale è monetizzare momenti più vicini alla decisione d’acquisto; resta da dimostrare quanto valore economico aggiuntivo produrranno questi percorsi rispetto alla pubblicità tradizionale.
Il rischio per editori, siti e marchi: meno traffico verso il web
Lo spostamento verso risposte già composte dal motore tocca anche imprese che non comprano inserzioni ma dipendono dalla visibilità organica. Un’analisi del Pew Research Center del luglio 2025 sui comportamenti di navigazione di 900 adulti statunitensi ha osservato che l’8% delle ricerche con AI Overview era seguito da un clic su un risultato tradizionale, contro il 15% delle ricerche senza riepilogo AI. Sono dati osservativi relativi alle sintesi AI e al marzo 2025, quindi non rappresentano una misura causale né i risultati economici di AI Mode nel 2026.
Per chi pubblica notizie, guide, recensioni o schede di prodotti, la presenza dentro una risposta AI può diventare distinta dal traffico ricevuto sul proprio sito. Le aziende devono quindi seguire l’evoluzione delle citazioni del marchio, delle visite qualificate e delle conversioni, valutando canali meno dipendenti da un singolo motore. L’attenzione del mercato finanziario alla monetizzazione della ricerca si intreccia così con quella delle imprese che dalla ricerca ricavano clienti, contatti e lettori.
La nuova prova per Alphabet e per tutta l’industria AI
Il crollo azionario di Alphabet racconta una transizione di modello di business. Search continua a finanziare una parte rilevante del gruppo, Cloud sta diventando un motore industriale di crescita e l’AI richiede un livello di investimenti senza precedenti per Google. Ognuna delle tre forze è visibile nei numeri pubblicati il 28 ottobre, ma oggi procede con una velocità diversa.
Nei prossimi trimestri, per capire se la scommessa funziona, conteranno soprattutto il ricavo pubblicitario ottenuto nelle ricerche conversazionali, la conversione dei contratti Cloud in fatturato, i margini delle vendite TPU e la ripresa del flusso di cassa libero. Sono anche le grandezze che aiutano le imprese a leggere la fase dell’AI: la diffusione della tecnologia è rapidissima; la sostenibilità economica si misurerà nella capacità di far crescere i risultati più degli investimenti necessari a produrli.


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