Analisi Nomisma e Unicredit

PMI italiane: due su tre non usano l’AI in modo strutturato


Indirizzo copiato

Il 56% delle PMI italiane investe in AI meno dello 0,5% del fatturato, 7 su 10 non fanno formazione sull’intelligenza artificiale e solo il 4% arriva a trasformare il proprio modello di business. Nuove competenze, integrazione dei dati e partnership con Università e istituzioni sono sfide decisive per la competitività

Pubblicato il 16 ott 2026

Stefano Casini

giornalista



AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti
Italia_Digital_169_2




Non basta introdurre applicazioni di intelligenza artificiale o moltiplicare i progetti sperimentali. Il vero indicatore di maturità è la capacità dell’AI di cambiare l’impresa: migliorare i processi, ridurre i costi, innovare prodotti e servizi e generare nuovi modelli di business.

Ma il 56% delle PMI italiane investe in AI meno dello 0,5% del fatturato, solo il 4% arriva a trasformare il proprio modello di business e 7 su 10 non fanno formazione dedicata.

È quanto emerge dalla ricerca AI.DEA su ‘L’adozione dell’intelligenza artificiale nelle PMI italiane’, realizzata da Nomisma con il sostegno di UniCredit e presentata alla prima edizione di AI.DEA – Forum di Varignana a Bologna.

L’analisi combina una survey condotta su oltre 200 PMI italiane con 10-250 addetti, appartenenti alle filiere Machinery, Agrifood e Motor Valley, un’elaborazione di dati ufficiali e una consultazione qualitativa dei CEO di grandi gruppi industriali.

Ne emerge “un sistema produttivo aperto all’innovazione”, rileva Paolo De Castro, presidente di Nomisma, “ma ancora lontano da un utilizzo dell’intelligenza artificiale capace di incidere in modo strutturale sull’organizzazione e sulla competitività delle imprese”.

Paolo De Castro, presidente di Nomisma
Paolo De Castro, presidente di Nomisma

Due PMI su tre si fermano a un uso non strutturato dall’AI

Il 45% delle PMI si ferma a un utilizzo informale dell’intelligenza artificiale, affidato prevalentemente all’iniziativa dei singoli dipendenti, mentre il 21% non ne fa ancora uso. Complessivamente, due imprese su tre non utilizzano l’AI in modo strutturato.

Più che di resistenza, però, si tratta di attesa: il 45% di chi non ha ancora integrato l’intelligenza artificiale prevede di farlo entro due anni. Il 22% ha automatizzato singole attività, l’8% ha sviluppato processi AI-driven e appena il 4% la impiega per trasformare il proprio modello di business.

Il quadro cambia tra le aziende che hanno superato la fase informale: il 78% ha avviato un processo per individuare nuovi ambiti di utilizzo, il 73% ha integrato, almeno parzialmente, l’AI con i sistemi aziendali e il 60% ne misura gli impatti o sta definendo indicatori specifici.

Resta però il problema dell’integrazione digitale: il 43% delle Pmi utilizza sistemi che non dialogano tra loro e soltanto il 5% ha raggiunto una digitalizzazione completa e integrata.

Nuove competenze: dove si gioca la partita dell’AI

La mancanza di competenze interne è indicata dal 50% delle Pmi come principale ostacolo all’adozione dell’intelligenza artificiale e il 57% individua proprio nel loro rafforzamento la leva più importante per accelerarne la diffusione.

Eppure, ad oggi, sette aziende su dieci non hanno ancora attivato percorsi di formazione sull’AI e soltanto l’8% offre programmi avanzati e continuativi.

Sul fronte degli investimenti, il 56% delle PMI che utilizzano l’AI o prevedono di introdurla destina meno dello 0,5% del fatturato, mentre il 23% non prevede risorse specifiche.

Senza benefici chiari, l’investimento non entra nemmeno tra le priorità aziendali: il 36% delle imprese non riconosce ancora un’utilità chiara dell’intelligenza artificiale per il proprio business. Ne deriva un margine di crescita ancora inespresso che business case solidi e risultati misurabili possono tradurre in investimenti.

Crescere dall’uso individuale ai processi governati

Oggi l’intelligenza artificiale viene utilizzata soprattutto nel marketing e nella comunicazione (26% dei casi) e nell’analisi dei dati (22%), mentre resta marginale nelle attività operative.

Le intenzioni per i prossimi due anni indicano tuttavia un possibile cambio di passo: le PMI prevedono di estenderne l’impiego all’analisi dei dati (77%), al monitoraggio delle performance e all’automazione dei processi interni (68%), alla logistica e supply chain (49%) e alla definizione dei prezzi (44%).

Cinque priorità per passare dalle prospettive ai risultati

Per trasformare queste prospettive in risultati, Nomisma individua cinque priorità:

  • rendere misurabili i benefici dell’AI
  • avviare progetti pilota con obiettivi definiti
  • integrare dati e sistemi aziendali
  • investire nella formazione di competenze capaci di unire tecnologia e conoscenza dei processi
  • costruire una governance chiara

Un percorso che richiede il coinvolgimento delle imprese, delle università, delle istituzioni, dei finanziatori e delle associazioni di categoria.

Bontempi (Nomisma): “il rischio è restare indietro”

“La ricerca ci restituisce l’immagine di una manifattura che non ha paura dell’intelligenza artificiale, ma che non ne ha ancora fatto una scelta strategica”, sottolinea Andrea Bontempi, direttore generale di Nomisma.

Che osserva: “il punto non è moltiplicare le applicazioni, ma utilizzare l’AI per cambiare processi, organizzazione e modello di business. Occorre partire da progetti misurabili, integrare dati e sistemi, formare competenze capaci di unire mestiere e tecnologia e costruire una governance chiara”.

Andrea Bontempi, direttore generale di Nomisma
Andrea Bontempi, direttore generale di Nomisma

Le aziende che sapranno integrare tecnologia, competenze e organizzazione “costruiranno un vantaggio competitivo difficilmente recuperabile. Quelle che resteranno in attesa rischiano invece di perdere terreno: l’intelligenza artificiale richiede un’accumulazione di dati, competenze ed esperienze che non si costruisce dall’oggi al domani. Serve una rotta comune tra imprese, università, istituzioni, finanziatori e associazioni, perché l’AI diventi un nuovo motore della produttività italiana”.

La trasformazione deve procedere su due binari paralleli

Questa trasformazione deve però procedere su due binari paralleli. Il primo è la competitività delle imprese: aumentare la produttività, innovare e redistribuire il valore generato.

Il secondo è la centralità della persona: garantire regole chiare, accessibilità dell’innovazione, formazione e coinvolgimento dei lavoratori.

“Se uno dei due binari resta indietro, la trasformazione perde equilibrio”, rimarca il direttore generale di Nomisma, “se avanzano insieme, l’intelligenza artificiale può produrre valore economico e progresso sociale”.

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x